Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati.
Può sembrare statico, Utopia, finanche noioso con i suoi quattordici episodi per settantuno minuti complessivi – il disco finora più lungo della cantante – che si muovono con aggraziata lentezza in un seducente intreccio di alchimie elettroniche accoppiate a un songwriting dal respiro “folk” (con tutte le virgolette del caso). Le sue raffinatissime architetture sintetiche in odore di minimalismo, con echi classici e bucolici in costante interazione e una minima presenza dell’elemento ritmico, sono invece un inno alla profondità, all’intensità, alla vivacità emozionale; una fantasmagoria che certo non è pop – almeno, non nel senso convenzionale del termine – ma che non adotta soluzioni sgradevoli all’ascolto né tantomeno difetta di intriganti melodie. Nulla di sostanzialmente inedito per una veterana della “canzone sperimentale” come Björk, ma di sicuro una sintesi felice, dotata di minore immediatezza di appeal al confronto con altri capitoli della lunga saga ma prodiga di fascinazioni una volta concessale piena attenzione. Non un album “da sottofondo”, insomma, anche se pure in tale ruolo fa la sua figura, ma un’opera nella quale è consigliabile immergersi totalmente per essere trasportati e cullati in una dimensione surreale – viene da pensare a una vasca di deprivazione sensoriale, se non al liquido amniotico: in ogni caso, un’esperienza filo-psicotropa – sospesa chissà dove tra ricordi ancestrali e modernità. Qualcosa è più facilmente accessibile e qualcos’altro può affaticare, ma nel complesso Utopia è un affresco avvolgente e (pur con le sue ombre) luminoso, dal quale è bello farsi ipnotizzare. E il fatto che Björk non sia nuova a questo genere di viaggi in odore di – si scusi l’ardire – “misticismo pagano” non ne diminuisce le virtù; anzi, il sodalizio con il giovane produttore venezuelano Arca (Alejandro Ghersi per l’anagrafe), qui stretto dall’inizio dei lavori e dunque più decisivo rispetto a Vulnicura, aggiunge al delicato eppure imponente intreccio di elettroniche, archi, flauti, cori e voce ulteriori motivi di interesse.
Tratto da AudioReview n.394 del dicembre 2017

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