Bad Brains (1983)

Questa un minimo la devo spiegare, altrimenti rischio di passare per matto. Nell’autunno del 1983 avevo ventitré anni e la mia occupazione – quella principale: facevo anche altro – era organizzare/coordinare gli spazi dedicati alla musica “nuova” sul Mucchio Selvaggio, oltre ovviamente a scriverci. Ero lì da oltre quattro anni e per tutto quel tempo, dato che per scelta mi occupavo di punk, post-punk, avanguardie, rock “moderno” e artisti italiani, non ero esattamente ben visto dalla frangia più “reazionaria” dei lettori: una/due lettere di protesta al mese arrivavano sempre ed erano per lo più ridicole con i loro – esempio inventato ma in linea con la realtà – “ma perché regalate pagine alla new wave di merda invece che darne di più a David Bromberg o ai Rolling Stones?”; va inoltre detto che parte dello staff storico della rivista, composto da ragazzi più anziani di me, non era poi così in disaccordo con i lettori di cui sopra e almeno all’inizio mi rompeva più o meno bonariamente le palle anche per X, R.E.M., Dream Syndicate o Fleshtones. La recensione qui a seguire fu una sorta di sfogo, un “andate tutti affanculo” del quale non mi sono mai pentito. Col senno di poi non avrei magari citato Neil Young, ma se andate a guardare che dischi pubblicava in quegli anni il caro, vecchio Loner forse capirete. Ah, dei Bad Brains si parla anche qui.

Rock For Light
(PVC)
Caro presunto lettore-medio del Mucchio Selvaggio, questa recensione è dedicata a te. A te che di solito storci il naso di fronte a tutto ciò che non è rock come TU lo intendi, a te che rimpiangi i tempi del buon vecchio Neil Young, a te che sei tanto tradizionalista da non saper vedere più in là del tuo naso, a te che sei rockettaro quanto la mia prozia ultrasettantenne, a te che sai solo criticare e distruggere e non hai la più pallida idea di come si faccia a costruire qualcosa, a te che puzzi di hippy lontano un miglio, a te che odii il nuovo rock solo perché, essendo vecchio dentro, non riesci a capirlo, a te che vedi la musica divisa in compartimenti stagni, a te che venderesti tua sorella per la centoventisettesima versione su bootleg di Satisfaction, a te che in questo momento ti stai chiedendo con quale diritto mi permetta simili pubbliche affermazioni. Caro lettore, se ti sei infuriato per ciò che ho scritto finora, lascia perdere questi Bad Brains non fanno per te; se, invece, ti sei stupito del fatto che io abbia una così bassa considerazione di alcuni degli acquirenti di questo benedetto giornale, prosegui pure a leggere e poi decidi; se, infine, hai compreso il mio stato d’animo e lo condividi, allora corri a comprare Rock For Light, ti sarà difficile non amarlo.
Stop, fine della polemica. Attendo con ansia repliche a questo mio sfogo post-estivo causato da circa un mese di riflessioni metafisiche e profonde crisi di coscienza tipo “ma chi me lo fa fare di combattere contro i mulini a vento?”. Bad Brains è un quartetto di musicisti di colore legati alla religione rasta, originario di Washigton D.C. e già segnalatosi agli appassionati soprattutto con lo splendido album omonimo edito solo su cassetta dalla ROIR; il genere musicale cui il gruppo è dedito è al 90% hardcore punk di eccezionale livello qualitativo, intramezzato da qualche composizione di chiaro stampo reggae adattissima a spezzare un po’ la tensione generata dall’inaudita violenza, velocità e compattezza della stragrande maggioranza dei brani. A questo punto, chi è tentato di abbandonare la lettura pazienti ancora un istante: scoprirà che il produttore di Rock For Light è nientemeno che Ric Ocasek, e sarà perciò costretto a rivedere tutte le sue teorie sulla musica punk, di solito erroneamente giudicata anticulturale e priva di contenuti stilisticamente apprezzabili. Bene, il leader di Cars (che si può tranquillamente – e giustamente – reputare come figura dotata di grande apertura mentale oltre che di intelligenza superiore alla media) ha scelto di produrre i Bad Brains, e se lo ha fatto avrà certo avuto le sue buone ragioni; il prodotto rende poi pienamente giustizia alla lungimiranza di Ocasek e alla innegabile abilità della band con la perfezione delle sue devastanti strutture sonore, con la vena polemica elementare ma efficacissima dei testi e con l’esuberanza irrefrenabile delle composizioni in genere, che brutalizzano il r’n’r esasperandone le caratteristiche di ritmo, feeling e irruenza.
Un disco, Rock For Light, da accettare incondizionatamente per il suo grande valore tecnico e di documento, e da apprezzare per le emozioni spietate, ma vive e vitali, che è in grado di ofirire senza un attimo di tregua. Destroy Babylon!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.69 dell’ottobre 1983

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Categorie: recensioni | Tag: | 9 commenti

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9 pensieri su “Bad Brains (1983)

  1. Di questo storico e strambo gruppo non è chiara la matrice della schizofrenia, è l’ hardcore punk o il reggae? Il primo caso sarebbe assurdo, il secondo altrettanto, ma un sound reggae così cattivo dove lo troviamo? Solo in mezzo a questa follia. Influenzarsi, in questo caso, è una gran bella cosa, il risultato straniante è quel che voglio dalla musica, massima espressione di libertà e mature intese.

  2. Ociciornie

    Caro federico, ricordo benissimo questa recensione che,a partire dai bad brains, mi ha fatto scoprire molte altre cose, e non solo in musica ma nell’arte in generale! grande pezzo! Per quanto mi riguarda praticamente della maieutica

  3. Un momento storico, sì.

  4. Roberto

    Figata! Ho iniziato a leggere il Mucchio solo qualche anno dopo (ricordo la rubrica Sotterranei), ma era questo li spirito del magazine che mi piaceva: radici ok, ma apertura non preconcetta al nuovo. Grazie Federico!

  5. Massimo Parravicini

    Non avevo ancora vent’anni, ma mi ricordo di questo articolo come se fosse ieri. Finalmente qualcuno dava dignità ad una nuova identità musicale!

    In effetti se ascoltavi punk e new wave passavi per tipo bizzarro, politicamente sospetto, inesperto ed ingenuo.

    Capisco benissimo il riferimento al Neil Young di quegli anni, anzi direi che a quel tempo era in qualche modo necessario prendersela con il country rock debosciato – il mio bersaglio era James Taylor, con il progressive rock degenerato – come non ridere di un Rick Wakeman in sottana e con il jazz rock intellettualoide.

    Tutte esagerazioni, ma la gioventù è anche quello!

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