Stiv Bators

Tenerezza infinita, nel rileggere le mie interviste giovanili e ricordare con quanto entusiasmo affrontavo quello che era già il mio lavoro ma che davvero non credevo lo sarebbe stato fino a oggi. E tenerezza particolare per questa chiacchierata di tre decenni e pochi giorni fa con il mitico cantante di Dead Boys e Lords Of The New Church (uno dei pochissimi in grado di reggere il confronto con Iggy Pop, e scusate se è poco), che nel 1990 sarebbe morto investito da un‘auto. Ci trovavamo nella sua stanza d‘albergo e una cosa che ricordo benissimo è Stiv che, aprendo un cestino colorato tipo quelli usati dai bambini dell‘asilo, me ne mostra il contenuto e mi chiede “vuoi qualcosa?”. Inutile dire che lì dentro c’era il più grande campionario di droghe che avessi mai visto e gli strumenti necessari per assumerle.
Bators fotoConfesso di non avere esultato troppo, una volta informato dell‘appuntamento con Stiv Bators. Non so, temevo di trovarmi di fronte una specie di licantropo pronto a dilaniare a morsi il mio registratore alla prima domanda non gradita. Invece – sorpresa! – Stiv è gentile e disponibilissimo, tutto il contrario della sua public image; chiacchierando con lui riesce difficile credere che sia il frontman di una delle band rock più aggressive in circolazione, quei Lords Of The New Church cui ho dedicato pochi mesi fa un appassionato profilo. Da quell‘articolo a oggi, altri avvenimenti si sono aggiunti alla biografia del gruppo anglo/statunitense: ad esempio, l‘uscita di un terzo album, The Method To Our Madness, assai valido nonostante qualche lieve caduta di tono, che costituisce un‘efficace via di mezzo fra lo stile istintivo ed energico del primo LP e certe raffinatezze del secondo. Dal 33 giri sono stati tratti due 12”, M-Style (che sul retro, oltre a una cover di Sorry For The Man dei Black Uhuru, contiene una graziosa outtake simpaticamente intitolata S.F.&T., ovvero Sucked, Fucked & Tattooed: ai più perversi di voi l‘onere della traduzione) e il recente When Blood Runs Cold; per il mese di aprile, invece, la premiata ditta Bators/James/Tregunna/Turner ha in serbo un‘altra chicca a 45 giri, un‘interpretazione naturalmente riveduta e corretta di Like A Virgin di Madonna per la copertina della quale Stiv Bators si è sottoposto a una session fotografica in cui appare pesantemente truccato, con calze nere sulle gambe scheletriche e velo bianco a incorniciargli il capo. Eccovi il fedele resoconto della conversazione fra due appassionati di rock‘n‘roll, uno affermata rockstar e l‘altro giornalista entusiasta, una volta tanto più fan che critico inquisitore.
Prima di parlare dei Lords, penso che sarebbe interessante occuparci di uno dei periodi meno noti della tua carriera musicale. Cosa puoi raccontarmi della tua “fase power-pop” sotto l‘egida della Bomp e della successiva esperienza con i Wanderers?
Quando i Dead Boys furono costretti a sciogliersi, a causa della compagnia discografica (la Sire, NdI). andai a vivere a Toronto, dove conobbi una ragazza che suonava in una band chiamata B-Girls, legata alla Bomp (un singolo prodotto, Fun At The Beach, NdI). Così, recatomi a Los Angeles assieme al gruppo entrai in contratto con Greg Shaw, il proprietario della Bomp, e mi trovai quasi per caso a realizzare due 45 giri, It‘s Cold Outside e Not That Way Anymore. Decidemmo quindi di registrare un album e mi trasferii a Los Angeles; fu proprio lì che incontrai Dave Tregunna, allora negli Sham 69: venne a trovarmi in studio assieme a Jimmy Pursey e Kim Fowley…
Non ti sembra strano che un cantante punk come te si sia improvvisamente dedicato al power-pop?
È stato un fatto intenzionale, una mia scelta ben precisa: ho fatto esattamente l‘opposto di ciò che la gente si attendeva da me. Vedi, quando vivevo a Cleveland, due tipi di musica hanno influenzato la mia crescita: da un lato il Detroit sound stile Stooges e MC5. dall‘altro il pop dei Beatles o il rock dei Rolling Stones trasmessi dalle stazioni radio. I Dead Boys erano un po‘ un misto delle due tendenze, musica dura ma melodica…
L‘attaccamento alle proprie radici è una delle principali caratteristiche dei musicisti statunitensi, non credi?
Oh, certo. Soprattutto, non bisogna dimenticare che i Beatles hanno influenzato moltissimo la musica e la cultura americana di quegli anni: ancora oggi a Cleveland puoi trovare tantissime band che si ispirano agli anni ‘60.
A proposito, cosa ne pensi di questo revival del garage sound e della psichedelia dei Sixties?
Credo che tutto sia accaduto a causa del techno pop. La situazione musicale di oggi è molto simile a quella di dieci anni fa, quando in America nacque il punk: all‘epoca le case discografiche misero sotto contratto le band più sovversive e, in pratica. le distrussero, prendendo da esse alcuni atteggiamenti esteriori e trasferendoli sulla vecchia musica. Nel 1975 il movimento punk venne fuori spontaneamente e simultaneamente un po‘ in tutto il mondo, come reazione, mentre il techno-pop e suoi derivati sono soltanto mode create artificialmente; per fortuna. il r’n’r è ben lontano dal morire, grazie ai gruppi psichedelici americani, grazie alle band glam-punk come gli Hanoi Rocks, grazie a… per esempio, questi (prende una cassetta e me la mostra, NdI): sono finlandesi si chiamano Smack e suonano come gli Stooges di Raw Power. È una questione di corsi e ricorsi, ma niente può uccidere il rock. A proposito di questi Smack, lo sai che in Finlandia le radio AM trasmettono prevalentemente New York Dolls, primi Rolling Stones o Stooges, e che un sacco di gente va in giro vestita come i New York Dolls? Sembra quasi di stare a Cleveland nei primi ‘70: lì odiano Boy George e tutta l‘immondizia che c‘è in giro e amano alla follia il rock crudo e aggressivo.
Tornando al discorso originario, cosa mi dici dei Wanderers?
Dopo aver inciso il mio album solistico e aver partecipato al film Polyesther con Divine, fui chiamato da Miles Copeland per un progetto assieme a Brian James, ma avevo già promesso agli Sham 69 che avrei cantato con loro, visto che Jimmy Pursey li aveva lasciati. Gli Sham 69 divennero, con me, i Wanderers: incidemmo il LP Only Lovers Left Alive e andammo in tour negli States ma non avemmo troppa fortuna. Così, quando il gruppo si sciolse, volevo portare con me Dave Tregunna nei Lords. Non lo feci perché Miles Copeland non gradiva l‘idea di avere assieme due componenti della stessa formazione. Alla batteria c‘era Terry Chimes dei Clash, al basso prima Tony James dei Generation X e poi Glen Matlock dei Sex Pistols. Terry e Glen se ne andarono e arrivarono Dave e Nick.
Potremmo quasi dire che i Lords siano un‘estensione dei Wanderers.
E soprattutto, direi io, un‘estensione dei Dead Boys e dei Damned.
Avete successo in Europa, specie in Francia, mentre in America non siete molto popolari. Come mai?
C‘è un aneddoto divertente a questo proposito. Quando presso le stazioni radio USA fu distribuito il 12” promozionale di Open Your Eyes, il pezzo ebbe un notevole airplay; al disco non era allegato alcun comunicato~stampa, e neppure sull‘etichetta c‘era scritto niente all‘infuori del nome della band e del titolo. Chi preparava le scalette non faceva neppure caso ai testi polemici, ascoltava la melodia del brano e credeva fosse una canzone d‘amore. Qualcuno disse che suonava “come Jim Morrison assieme agli Human League” o roba del genere. Anche il primo LP fu stampato senza nostre foto e senza dati di copertina, e così nessuno o quasi riusciva a sapere chi fossimo; se ne accorsero quando suonammo a Los Angeles e da quel momento, per via del nostro passato punk. siamo stati boicottati. E tu sai che potere hanno le radio.
E che mi dici della vostra affermazione in Francia?
Non saprei. Credo che l‘unica spiegazione sia nell‘amore dei francesi per il raw rock’n’roll: loro adorano Gene Vincent, gli Stooges, i New York Dolls, i Cramps, le cose spontanee e appassionate. Penso che sia cosi perché il loro stile di vita è più calmo. più “onesto”; in America sono più superficiali e vogliono ricambio continuo di divi, mentre in Gran Bretagna il mercato è ancora più veloce. Basta guardare i giornali musicali: la copertina è sempre la stessa, solo la faccia cambia ogni settimana. I giornalisti britannici incensano una piccola band prima ancora che sia maturata e la dimenticano quando è cresciuta.
Qual è “il metodo nella vostra pazzia“, per rifarci al titolo del vostro ultimo LP?
Quella canzone è stata scritta per le case discografiche, perché capiscano che noi sappiamo quel che stiamo facendo. Ci considerano pazzi, ma noi vogliamoo dimostrare che la nostra pazzia ha un senso. Pensiamo che l‘unico sistema per sopravvivere sia tornare allo stato primitivo, essere come zingari, ed è esattamente quello che facciamo. È il resto del mondo a vivere in maniera folle, senza ragionare con la sua testa.
A parte questo brano, mi sembra che gran parte dei testi degli ultimi due album riguardi argomenti esoterici e non siano rabbiosi e provocanti come quelli del LP di debutto.
Sono sempre stato interessato ai culti più antichi, quelli in cui si mescolano sacro e sesso, e anche ai riti magici. È una religione spontanea e pura che i cattolici hanno sempre cercato di distruggere in quanto non riduclbile ai loro schemi di Credo “controllato”. Queste religioni affermano che l‘uomo può riuscire a ottenere ciò che vuole, anche divenire egli stesso come un Dio. La Chiesa Cattolica le teme perché se tali forme di culto prendessero piede il suo potere scomparirebbe. I Cristiani tendono a distruggere l‘uomo, a renderlo schiavo, a impedirgli di esercitare il potere della sua mente. Queste cose hanno sempre colpito la mia immaginazione, ma nel primo album il mio umore era differente. È solo da un paio di anni a questa parte che mi sento molto “dark”.
Che opinione hai dei bootleg?
Li adoro, perché sono più un atto d‘amore nei confronti di un gruppo che non un sistema per far soldi. Le compagnie discografiche pensano solo al denaro, quelli che fanno bootleg dei Lords of The New Church sono fan che vogliono in qualche modo sentirsi più vicini a noi. Certo, le etichette ufficiali sono indispensabili, le definirei come un “male necessario”.
La tua canzone Russian Roulette si ispira al film Apocalypse Now. Hai qualche particolare interesse in fatto di cinema?
Non ho registi preferiti, sono attratto più dai singoli film. Persino le mie canzoni sono scritte come mini-sceneggiature per film. Mi piacciono Angels With Dirty Faces e soprattutto gli street-gang movies stile Mad Max: Arancia meccanica ha cambiato la mia vita, suonavo addirittura in una band chiamata così. Penso sia stato il primo film rock della storia, anche se in esso non c‘è traccia di r‘n’roll; è l‘attitudine a essere, secondo me, veramente rock.
E cosa ne pensi dei video?
Sono come film muti ai quali viene successivamente aggiunta la musica. La maggior parte dei musicisti, oggi, non possiede lo spirito della perfomance live e si limita a ricalcare i soliti cliché: registrano su video quello che non sono in grado dì fare sul palco. Spesso capita che i videoclip siano tanto curati da essere fini a se stessi, a far passare in secondo piano la canzone che dovrebbero solo accompagnare. Penso che i video dovrebbero mostrare più spesso il gruppo ripreso on stage, magari alternando a tali immagini piccoli short recitati o altre scene diverse; un po‘ come abbiamo fatto noi in Open Your Eyes.
Nel vostro secondo LP avevate inserito alcuni strumenti a fiato. Adesso, in M-Style, la cadenza ritmica è nettamente orientata verso il funk. Spero non abbiate intenzione di proseguire in questo senso, commercializzandovi maggiormente e tralasciando il rock.
No, è stato un caso dovuto al fatto che ascoltiamo ogni genere di sound. Però non mi pare che Murder Style sia un brano commerciale, siamo stati persino costretti a modificarne il titolo in M-Style, visto che secondo le radio il termine murder non sta bene in una canzone.
Come mai avete proposto la cover di Live for Today?
Era una canzone che da ragazzo mi piaceva molto; adoro il suono della Rickenbacker e i testi stile Dylan, i gruppi come Byrds o Grassroots. Ho pensato che potesse essere adatta per i Lords Of The New Church perché, pur essendo quasi una canzone di protesta, è positiva e ottimista.
Da protagonista del punk originale, come vedi l‘attuale “movimento”?
È solo una questione di moda, la maggior parte dei punk di oggi non sa quel che sta facendo. È gente fuori dal mondo, un po‘ come gli hippie di vent‘anni fa.
Sul palco sei una specie di belva umana. mentre nella vita sei calmo, affabile, quasi timido: come spieghi questa tua doppia natura?
Credo di essere un cantante stile Iggy Pop o Jim Morrison, o magari Alice Cooper. Conservo le mie forze per il momento del concerto e sfogo lì la mia aggressività. Vedo il rock‘n’roll come la manifestazione della civiltà occidentale che più si avvicina al voodoo: il battito dei tamburi, l‘energia della gente che partecipa allo spettacolo e il medium, lo sciamano, che si muove avanti e indietro sullo stage. L‘energia che passa attraverso i musicisti è anche quella del pubblico, è come un rito propiziatorio.

Il feeling, probabilmente, non sarebbe mancato neppure il 21 gennaio al Piper di Roma, dove i Lords Of The New Church avrebbero dovuto esibirsi (e chi ha assistito ad altri show della band non dovrebbe avere avuto problemi in questo senso): purtroppo alcuni problemi con l‘impianto elettrico hanno impedito lo svolgimento del concerto, privando per l‘ennesima volta i romani della giusta razione di rock. “Pazienza”, commenterà lo sconsolato Stiv qualche ora dopo l‘intervista, apprendendo la notizia dell‘annullamento della serata, “sarà per la prossima volta”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.86 del marzo 1985

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Categorie: interviste | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “Stiv Bators

  1. Incuriosita dalla professionalità del tuo blog, ho googlato. E ho capito! Complimenti, che fortuna essere capitata per caso a seguire il tuo blog! Ora lo faró con più attenzione! 🙂 buona giornata!

  2. Ah, quanto a Stiv, c’è stata poi una “proossima volta”?

  3. Anonimo

    Aaaah…quanti ricordi…Stiv con i Lords of the New Church..li ho visti dal vivo nel 1985 credo a Uxbridge un sobborgo fuori Londra, all’interno di un complesso universitario..aprivano i Dogs d’amour..grande serata…ovviamente ero l’unico straniero ma me la sono goduta…grazie federico del tuffo nel passato..
    Filippo

    • Grazie a te. Dev’essere stato bello. Io li ricordo al Mattatoio di Roma, nel 1984, all‘aperto… mi pare che Stiv fece volare un’asta del microfono che gli scappo e per poco non faceva secco qualcuno.

  4. Pingback: 1982: la mia playlist | L'ultima Thule

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