Ma chi cazzo sono?

Perdonerete il titolo studiato per attirare l‘attenzione, ma ormai dovreste sapere che quando si può mi piace (cercare di) essere spiritoso. Allora, la domanda di cui sopra è quella che mi pongo quando, scorrendo l‘elenco dei file presenti nel mio archivio, mi imbatto in nomi che di primo acchito non mi dicono nulla ma dei quali, badate bene, ho recensito almeno un disco. Non morchia oscena, eh, altrimenti mica avrei perso tempo a recensirla. Si parla invece di album validi e da me rimossi, di solito perché i loro autori si sono ritirati… e questo la dice lunga sul clima da “catena di montaggio” che grava sul mio lavoro e sulla quantità esagerata di uscite. Di post così ne potrei fare parecchi e magari con il tempo li farò pure, ma a questo giro mi limiterò a recuperare otto recensioni – perché proprio otto? E perché no? – del periodo 1997-2000 per le quali ho pensato, appunto “ma chi cazzo sono?”.

Fluffy copFluffy
Black Eye
(The Enclave)
Nate a Londra un annetto e mezzo fa, le Fluffy costituiscono una valida alternativa all’ondata di “punk al femminile” sviluppatasi già da anni negli Stati Uniti (due nomi per tutti: Hole e Bikini Kill): piuttosto che cedere come molte loro connazionali alle solite tentazioni pop, infatti, il quartetto ha scelto la strada del suono ruvido e selvaggio, mai troppo rapido nell’esecuzione ma sempre ammantato di atmosfere sporche e sotterranee. Devoto all’immediatezza d’impatto del ‘77 come al glam’n’roll, il gruppo riesce a cogliere nel segno con canzoni tanto secche e essenziali quanto incisive, costruite su ritmiche incalzanti, chitarre distorte e voce carica di cattiveria e perversione: una formula certo non molto originale ma sempre in grado, se sostenuta da una felice vena compositiva, di ottenere ampi consensi. Proprio sotto questo profilo le Fluffy, sulla lunga distanza dell’album, offrono però il fianco a qualche critica, mettendo in luce una filosofia sonora un po’ monocorde e prevedibile: colpa della giovane età, della scarsa esperienza o della fretta di bruciare le tappe senza attendere la necessaria maturazione? Difficile a dirsi. Ma Black Eye, pur con i suoi limiti e il ragionevole sospetto che l’ensemble sia, se non costruito a tavolino, almeno “guidato” con estrema attenzione, rimane comunque un buon esordio, ricco di energia e godibile all’ascolto. E pazienza se molti, spinti da un maschilismo purtroppo duro a morire, saranno attratti più dalle doti estetiche delle ragazze che non dalle loro capacità musicali.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.227 del 15 ottobre 1996

Screw 32 copScrew 32
Under The Influence
Of Bad People
(Fat Wreck Chords)
A dispetto delle leggende che lo vogliono stecchito da ormai un ventennio (ah! ah! ah!), il punk rock continua instancabilmente a sottoporci nuovi certificati di esistenza in vita: sia sotto il profilo dell’attitudine rabbiosa e dissacrante, pur se non sempre espressa secondo formule canoniche (dicono nulla, ad esempio, i nomi di Oblivians e Lord High Fixers?), sia per quanto concerne la semplice adesione a precisi stereotipi musicali. In questo secondo ambito, etichette come la Epitaph e la Fat Wreck Chords svolgono il loro lavoro con notevole perizia e impegno, scavando nel vastissimo sottobosco punk statunitense per estrarne le testimonianze più valide e significative; senza curarsi della loro uniformazione a stili tutt’altro che originali, ma preoccupandosi solo che i dischi prodotti vantino energia, compattezza e ispirazione compositiva tali da renderli appetibili alle schiere sempre nutrite di giovani aficionados e attempati nostalgici. Alla categoria degli album da non trascurare appartiene Under The Influence Of Bad People degli Screw 32, quintetto dell’area di San Francisco artefice di canzoni ruvide, compatte e veloci ma anche dotate di una notevole freschezza melodica. Canzoni potenti e adrenaliniche nate e cresciute, secondo la dichiarazione del titolo, “sotto l’influenza di gentaccia” che potremmo senza dubbio identificare nei più celebrati maestri dell’hardcore californiano degli anni ‘80 e nei più quotati rappresentanti dell’emocore di scuola Dischord. E canzoni di buon livello, cui l’assenza di novità non sottrae fascino e forza trascinante. Non vi dispiacerà, ne siamo certi, subirne l’impatto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.251 del 1 aprile 1997

Latimer copLatimer
Live From Sour City
(World Domination)
Non sono propriamente dei novellini, i Latimer, visto che nell’arco di quattro anni di attività “ufficiale” (si fa per dire…) hanno prodotto ben cinque singoli, un 10 pollici e due album – compreso quello qui segnalato – la cui spontanea devozione a strategie pop allucinate e “mutanti” non è sfuggita ai più attenti aficionados del miglior underground a stelle e strisce. Non a caso il quartetto di Philadelphia rischia seriamente di diventare una delle prossime next big thing, almeno nell’ambito di una scena indipendente forse satura di proposte ma ancora abbastanza lucida per riconoscere e premiare (quasi tutte) quelle più meritevoli di attenzione. Trasuda freschezza ed energia squisitamente giovanili, Live From Sour City, efficacemente filtrate da un talento compositivo che senza rinnegare l’urgenza melodica suggerisce soluzioni sghembe e stralunate. Immaginate, se vi riesce, i Blur di The Great Escape calati nel tipico contesto punk-pop della Grande Provincia americana, o se preferite un’inquadramento più “concettuale” che sonoro fidatevi di questo efficace commento della rivista “Kerrang”: “rubate la macchina di vostra madre, strappate la capote, suonate i Latimer nello stereo e correte per la campagna urlando e spaventando i conigli”. Sostanza, divertimento, rabbia e un pizzico – forse anche più di un pizzico – di genuina follia, in dodici episodi per tre quarti d’ora di grande evasione rock’n’roll; e pensare che se avessi valutato il gruppo in base alla sua foto promozionale (uno di loro indossa addirittura una maglia del Milan), difficilmente Live From Sour City avrebbe trovato la strada del mio lettore CD.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.252 dell‘8 aprile 1997

50 Million cop50 Million
Bust The Action
(Broken Rekids)
Sono già alcuni anni che i 50 Million del cantante e chitarrista Wade Driver, già anima dei grandi Corduroy (a proposito: caldamente consigliato il loro CD retrospettivo Dead End Memory Lane, uscito mesi orsono sempre su Broken Rekids), accendono l’entusiasmo dei più attenti cultori dell’underground a stelle e strisce. Lo fanno con un suono spigoloso e urticante dove i genuini istinti punk sono lasciati liberi di esplodere in composizioni stralunate e quasi sempre estreme nel loro continuo incontro/scontro di stili ed umori: una proposta psicotica più che psichedelica, insomma, che non chiede – né potrebbe legittimamente farlo: il mercato ufficiale vive su altri generi di masochismo – passaggi radiofonici o vasti consensi, ma che possiede le qualità necessarie per lasciare il segno sui numerosi appassionati delle musicalità più grezze, abrasive, sgangherate e devianti. Bust The Action, ben ventisei episodi compressi in appena quarantadue minuti, fotografa alla perfezione l’insolita attitudine della band, non lesinando in momenti di puro delirio ma riuscendo spesso – vedi l’iniziale, furibonda Once Around, la folkeggiante e visionaria Forcefield o la quasi-pop Hate Me Love You – a imbastire trame (a)melodiche incisive e intriganti. Il tutto, come già in qualche modo accennato, in rigorosa bassa fedeltà, a rimarcare il deciso rifiuto di ogni forma di compromesso. Tanti auguri a chi, senza curarsi dei nostri avvertimenti, vorrà ugualmente azzardare un incontro ravvicinato con i 50 Million.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.331 dell‘8 dicembre 1998

TV Killers copT.V. Killers
Have A Blitz On You
(Estrus)
Non bastassero la copertina e un primo titolo eloquente come Sock It To Me, a chiarire la filosofia musicale dei T.V. Killers provvede senza possibilità di equivoco la breve comunicazione introduttiva, scandita flemmaticamente come nelle cassette dei corsi di inglese: “listen to the letters and repeat them: P-U-N-K-R-O-C-K. Follow the example”. E, poi, subito giù con un riff di chitarra di quelli che costringono ad abbandonare ogni altra attività e ad alzare pericolosamente il volume. Adottati in questa circostanza dalla gloriosa etichetta americana Estrus, i quattro francesi giungono alla tappa del primo, vero album (l’altro lavoro da poco nei negozi, Playin’ Bad Music Since ‘92, è un’antologia di materiale di diversa provenienza) con dodici brani secchi, abrasivi e travolgenti che traggono diretta ispirazione dal punk del ‘77 (Damned in primis, ma senza teatralità) e dal gruppo che lo ha tenuto a battesimo, i mitici Stooges di Iggy Pop. Rapidi e compatti, i T.V. Killers si rivelano insomma più che credibili interpreti del primo punk, facendosi apprezzare soprattutto nei due casi in cui l’utilizzo di liriche in francese conferisce alla loro formula un aspetto leggermente più atipico; energia, dinamismo e freschezza sono comunque presenti in quantità industriale in ogni episodio, dimostrando come la genuinità e il calore siano sempre il miglior sostegno di ogni band rock’n’roll. Album derivativo ma, nel suo genere, eccellente. Non sarà certo il sottoscritto a lamentarsi del fatto che l’orologio degli amici d’oltralpe segna una data di ventidue o ventitré anni fa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.371 del 2 novembre 1999

Syrup copSyrup
Solid Gold Asstro Soul
(Scooch Pooch)
Cappelloni, occhiali da sole, pizzetti e coloratissimi abiti stile anni Settanta, per di più coattizzati da espliciti richiami alle tradizioni del Sud degli Stati Uniti: il primo impatto con i Syrup, in copertina, è decisamente fuorviante, anche perché a aggiungere ulteriore confusione provvedono lo sfondo “spaziale” posto alle loro spalle e le scritte con caratteri psichedelicheggianti; quanto basterebbe, insomma, per classificare i quattro come emuli un po’ “sballati” dei Lynyrd Skynyrd e per rivolgere la propria attenzione verso prodotti in apparenza più meritevoli. Un simile comportamento sarebbe però errato, come avvertono due piccoli ma significativi dettagli: il fatto che il disco sia marchiato Scooch Pooch, etichetta-satellite della Epitaph il cui logo è di solito sinonimo di qualità, e il gioco di parole del titolo, con le prime due lettere di “astro” sostituite dalla parola “ass”, cioè culo. Alla luce di tali premesse era insomma lecito immaginarsi un gruppo abbastanza fuori dagli schemi, e in questo senso i Syrup non hanno davvero deluso le aspettative: dal primo all’ultimo dei suoi tredici brani, Solid Gold Asstro Soul propone infatti un’insolita fusione tra il suono ipnotico, torbido e oppressivo dei primi Stooges e quelle radici sudiste da cui la band – essendo originaria della Florida – non può evidentemente prescindere; e, pur non arrivando a togliere il fiato, si rivela comunque efficace con i suoi intrecci – a tratti vivacizzati da fiati e tastiere – tra ritmiche per lo più sorde, chitarre pesanti e voce indolente.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.378 del 21 dicembre 1999

Loudmouth copLoudmouth
Loudmouth
(Hollywood)
Circa ventiquattro anni fa, un brano chiamato Loudmouth apriva alla grande la seconda facciata dell’omonimo esordio dei Ramones, gruppo destinato a cambiare il corso della storia del rock: impresa, questa, che non ha possibilità di riuscire ai quattro debuttanti di Chicago che della canzone hanno fatto – forse senza nemmeno conoscerla: il termine, che significa spaccone o chiacchierone, è infatti presente in ogni vocabolario – il proprio nome di battaglia. Comunque stiano le cose, i Loudmouth sono un’ottima band, legata al più classico hard-rock dalle profonde venature blues ma non tanto nostalgica del passato da proporne riletture calligrafiche: lo dicono a chiare lettere i dodici episodi di quest’album, prodotti con grande perizia dal batterista John Sullivan assieme a Joe Barresi (già in console, tra gli altri, per gli immensi Queens Of The Stone Age e per i Melvins di Honky) e intrisi di espressività rock quantomai cruda e viscerale. Un approccio pesante, il loro, ma non privo di luminose aperture melodiche e a tratti di un feeling quasi epico, sviluppato in una formula che non è propriamente stoner, grunge o metal ma che amalgama tali elementi in un crossover teso e vibrante, buono per ogni palato e non solo per quelli dei giovani camionisti americani che magari fanno un po’ fatica a riconoscersi negli Steppenwolf o nei Lynyrd Skynyrd. I Loudmouth vantano tra i loro fan James Hetfield e Jason Newsted dei Metallica, che più volte ne hanno tessuto le lodi. Tanto peggio per chi crederà che il nostro invito ad ascoltarli sia indotto solo da sudditanza psicologica nei confronti di così autorevoli padrini.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.383 dell‘8 febbraio 2000

98 Mute cop98 Mute
Slow Motion Riot
(Epitaph)
Nell’affollatissimo panorama hardcore punk odierno, monopolizzato da popcore ed emocore, sono proprio album come Slow Motion Riot ad offrire la più stimolante esperienza di ascolto; un’esperienza non rivoluzionaria, visti i saldi rapporti ispirativi – a scanso di equivoci, dichiarati con orgoglio – che legano i 98 Mute ai primi ‘80, ma senza dubbio da consigliare sia ai nostalgici di quell’irripetibile età dell’oro e sia ai più giovani aficionados dei vari Offspring, Green Day, Rancid e NOFX, per lo più (incolpevolmente) ignoranti della lezione della Storia. A seguire l’omonimo esordio del 1996 e Class Of ‘98, entrambi editi dalla Theologian, il quartetto di Hermosa Beach – il sobborgo di Los Angeles in cui sono nati, tra gli altri, miti come Black Flag e Descendents – ha infatti confezionato una eccellente raccolta di canzoni compatte, veloci e abrasive, oltre che pungenti nelle liriche, che disdegnano tanto le melodie troppo accattivanti quanto gli esagerati estremismi. Anche se la scuola stilistica, in bilico tra furore e feeling epico, è quella degli Adolescents, degli Shattered Faith, dei CH3, dei primi T.S.O.L. e degli altri gruppi emersi grazie a etichette come Posh Boy e Frontier, i 98 Mute non puntano a sterili revival ma si impegnano con successo nel rendere omaggio – con un suono comunque non datato – a quelle immortali tradizioni californiane che ultimamente sono state spesso sacrificate sull’altare della goliardia spicciola e della stanca replica delle formule commercialmente più fortunate. Chi pensa che il loro non sia un intento lodevole, rivolga pure altrove la sua attenzione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.409 del 12 settembre 2000

 
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Categorie: recensioni | 1 commento

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Un pensiero su “Ma chi cazzo sono?

  1. Bel recupero. Grazie.

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