Elettrojoyce (1999)

Proprio oggi, e non accedeva da un po‘, ho incontrato Stefano Romiti, già chitarrista di quella magnifica band – purtroppo scioltasi da tempo, dopo appena tre album – che rispondeva al nome Elettrojoyce. Inevitabile, visto che non avevo ancora scelto la solita “intervista del lunedì”, recuperare questa chiacchierata di oltre quindici anni fa, quando il quartetto romano aveva appena pubblicato il suo secondo CD. In quella circostanza ebbero persino la copertina del Mucchio, benché “a mezzi” con i La Crus.
Elettrojoyce fotoL‘altra canzone italiana
Non sono affatto dei novellini, gli Elettrojoyce, anche se il loro nome è ancora poco noto alla platea nazionale: negli ambienti rock della città che li ha visti nascere, Roma, Filippo Gatti (voce e basso), Andrea Salvati (chitarre e tastiere), Stefano Romiti (chitarre) e Fabrizio D’Armini (batteria) sono però molto popolari, e tutto lascia pensare che l’allargamento a macchia d’olio della loro fama sia solo una questione di tempo; e allo scopo, a seguire al già importante passo dell’omonimo esordio del ‘96, servirà certo l’album Elettrojoyce, per marchiare il quale la Sony ha dovuto vincere la concorrenza di altre multinazionali. Con il gruppo non si è comunque discusso di questioni di mercato, bensì di inclinazioni creative, motivazioni e obiettivi artistici: discorsi seri e circostanziati che, se mai ce ne fosse stato bisogno, hanno confermato lo spessore di un progetto rock personale e affascinante, al quale è davvero il caso di prestare attenzione.
Penso sia più che evidente che gli Elettrojoyce, pur con tutti i distinguo del caso, amino la forma-canzone. Cosa potete dirmi a proposito del vostro approccio?
Al di là di ciò che forse potrebbe anche essere lecito ritenere, i nostri brani non derivano da un procedimento intellettuale ma sono il logico risultato del nostro rapporto personale con la musica: da sempre tutti noi preferiamo i songwriter alle esperienze cosiddette sperimentali, Crosby o Sylvian a Ozric Tentacles o Van Der Graaf Generator.
Mi risulta, però, che la vostra carriera sia iniziata con sonorizzazioni di poesie.
È vero e non c’è da stupirsene, visto che la poesia è una mia grande passione (a parlare è Filippo, NdI). Mi sono avvicinato alla letteratura grazie ai testi di Bob Dylan: mi piaceva leggere quelle piccole storie, e scoprire che i libri di T.S. Eliot o Mallarmé equivalevano agli inserti-testi dei dischi mi ha spinto a creare prima in mente, e poi con il gruppo, la musica più in tema con essi. In seguito, quando abbiamo capito che le improvvisazioni portavano a risultati meno freschi e innovativi rispetto a quelli ottenuti indirizzandoci verso canzoni semplici e definite, abbiamo trovato la nostra strada.
Secondo voi, la canzone deve per forza avere tra le proprie caratteristiche l’immediatezza e la melodia o può anche essere deviante?
Innovazione e devianza sono concetti che hanno valore solo rispetto a una forma di partenza: è difficile dire se sia corretto tentare di stravolgere qualcosa se prima non si è almeno provato a conoscerla ed eseguirla nella sua “classicità”; tutti i maestri dell’avanguardia del primo ‘900, a cominciare da Picasso, erano eccellenti artisti figurativi, ed è iniziando da lì che poi sono arrivati a fare quello che hanno fatto. Spesso l’arte contemporanea ha dato vita a realtà così mutevoli e individuali che molti hanno perso il contatto con la struttura originaria dell’ambito artistico nel quale operano; la sperimentazione musicale ha senso solo se si hanno ben chiari i concetti primari e si decide di divergere da essi, la distruzione di tutte le forme può impressionare al primo ascolto ma è condannata a essere rapidamente dimenticata.
In che modo la vostra nazionalità si riflette sulla musica che eseguite?
Non viviamo il nostro essere italiani come un handicap, ma come una cosa naturale; l’Italia, ma anche la Francia o la Spagna, vantano grandissime tradizioni di scrittura di canzoni, oltretutto dotate di un punto di differenziazione positiva rispetto a quelle anglofone. Crediamo che battere su questo tasto significhi dare una dignità quantomeno storica e artistica a un prodotto. La canzone popolare latina ci affascina con i suoi micro-ritratti, con i suoi piccoli momenti descrittivi intrisi di profondo lirismo anche se a volte un po’ criptici; questa è la tradizione alla quale ci ispiriamo, e ne siamo orgogliosi.
Però vi ispirate, e nettamente, anche al rock.
Vediamo il rock come un’attitudine, come qualcosa che è al di sopra dei singoli orientamenti stilistici; il rock è l’espressione moderna della canzone popolare, e dunque fonderlo con radici anch’esse popolari non è un procedimento astruso. Non siamo neppure d’accordo con quanti effettuano distinzioni tra il rock e la musica leggera: noi definiamo quest’ultima “musica di puro intrattenimento”, perché il rock può restare rock anche essendo leggero: quel che conta è l’emotività del messaggio, la commozione, la fisicità.
E questo, negli Elettrojoyce, come si concilia con l’impostazione lirica estremamente colta e ricercata?
Non c’è contraddizione: lo spunto che vince la sua lotta per diventare canzone possiede sempre una certa immediatezza di impatto, e il tentativo di colpire subito – con un riff e/o con una frase specifica – rimane anche se poi i brani acquistano vari sensi laterali o sotterranei. Il difficile sta nel conservare questa ambiguità in modo coerente, mantenendone in piedi entrambi gli aspetti; qui entra in ballo la ricerca, la capacità di unire il lato fisico e “superficiale” del rock ai riferimenti letterari che nell’iconografia tradizionale appartengono a un’altra sfera. Noi crediamo che possano convivere e prendere forza l’uno dalle altre.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.337 del 2 febbraio 1999

Continua (con altro materiale “storico” sugli Elettrojoyce) qui: http://libri.goodfellas.it/roma-brucia.html

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