Celibate Rifles

Soprattutto negli anni Ottanta, il rock australiano è stato per me una travolgente passione, come dimostra la quantità di articoli che ho pubblicato sull‘argomento (avviso a eventuali neofiti: leggetevi questo). Nel quadro si inserisce questa breve monografia, didascalica a livelli intollerabili (ma ai tempi si doveva fare così), su uno degli esponenti principali della scena. Assolutamente da scoprire, parlo ovviamente ai neofiti, nel caso si apprezzi in modo particolare il r‘n‘r più ruvido e incisivo.
Celibate Rifles fotoA ben guardare, non è che la carriera dei Celibate Rifles si differenzi sostanzialmente, almeno nei suoi elementi di base, da quelle di parecchie altre formazioni underground affacciatesi alla ribalta durante il decennio in corso: movente iniziale nel puro e semplice desiderio di divertirsi suonando, omaggi più o meno espliciti ai vari maestri, conquista di un ruolo di culto abbastanza solido da garantire una regolare produzione discografica e una intensa attività concertistica su e giù per il globo. Oltre alle coordinate spazio-temporali, ai dettagli e ai nomi dei protagonisti, però, nel caso del gruppo australiano cambiano i risultati: cinque eccellenti album (antologie e live esclusi) dal 1983 a oggi e il plauso unanime degli appassionati per la devastante attitudine da “rock‘n‘roll animals” costituiscono per molti un agognato punto d‘arrivo, mentre per i cinque di Sydney i traguardi fin qui raggiunti sembrano essere solo un trampolino di lancio verso nuove, ambiziose mete. Blind Ear, primo 33 giri del gruppo sotto l‘egida di una multinazionale, ha in qualche modo inaugurato un nuovo ciclo; quale migliore occasione, dunque, per ripercorrere gli eventi passati e per cercare di carpire ai Rifles il segreto della loro eterna giovinezza?
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Il luogo di origine è la Sydney del 1978, rimasta proprio nello stesso periodo orfana dei suoi prime-mover Radio Birdman e ricca di fermenti musicali sotterranei: una cantina attrezzata alla buona, alcuni ragazzi reduci da esperienze in gruppi liceali, tanta voglia di scrollarsi di dosso la cronica apatia dalla quale è posseduta gran parte dei giovani del Continente Nuovissimo. Il perno attorno al quale ruota l‘improvvisato ensemble, Kent Steedman, è un chitarrista di talento, dotato anche di una vivace verve compositiva; i suoi compagni di cordata rispondono invece ai nomi di Ian Martin (chitarra ritmica), Michael Couvret (basso) e Philip Jacquet (batteria), coadiuvati per un breve lasso di tempo da un tastierista. Poco più di un hobby, che però comincia a divenire qualcosa di serio con l‘ingresso in line-up di un secondo chitarrista, Dave Morris – proveniente dai Phantom Agents e chiamato a sostituire il dimissionario Martin – e soprattutto del cantante Damien Lovelock, più anziano di qualche anno e “trovato” grazie alla solita inserzione su un giornale.
Le iniziali difficoltà e qualche piccola delusione non sono sufficienti a scoraggiare il quintetto, che gradualmente giunge a elaborare proposte mature e piuttosto personali: un sound aggressivo e lancinante, derivato dal punk del ‘77 ma caratterizzato da una costante ricerca di spunti anticonvenzionali che non vanno però a compromettere la prorompente potenza dell‘insieme. Tutto ciò viene fedelmente trasposto in But Jacques, The Fish?, un 7”EP autofinanziato con i proventi delle prime esibizioni e realizzato in una tiratura di appena cinquecento copie (esaurite, per la cronaca, nel breve volgere di un paio di settimane; sarà poi ristampato dalla Hot): quattro brani secchi e grintosi, non privi di un certo sense of humour (vedi Let’s Get Married) e costruiti su travolgenti intrecci di chitarre, ritmiche serrate e voce abrasiva, che ricalcano i Radio Birdman di New Race (24 Hours), imbastiscono trame appena più pop (Tubular Greens) e amalgamano il punk più feroce con divagazioni di sei corde alla Morricone-western (Kent‘s Theme”, grezza ma indimenticabile). Subito dopo le registrazioni, Couvret lascia i Rifles per unirsi ai Mushroom Planet ~ i cui due 7 pollici saranno prodotti da Steedman – e al suo posto subentra James Darroch, già ospite in But Jacques, The Fish?, che contribuisce anche alla stesura di alcune nuove canzoni; l`assenza di problemi di ambientamento con l‘ultimo arrivato facilita la prosecuzione dell‘attività, e i sempre maggiori consensi in ambito australiano – ci vorranno circa un paio d‘anni per acquisire un po‘ di notorietà in Europa – inducono l‘ensemble a mettere in cantiere la pubblicazione di un album autoprodotto. Il progetto autarchico svanisce però quando la Hot Records – fino ad allora solo un negozio di dischi con qualche velleità distributiva all‘ingrosso – decide di assumere il complesso nella scuderia della sua etichetta, all‘epoca ancora in fase di gestazione. Il risultato, davvero notevole, è un 33 giri fra i più riusciti nella storia del “nuovo rock” dei nostri antipodi.
Assai invitante anche nella veste grafica, con un disegno tanto surreale quanto suggestivo e una lussuosa copertina apribile, Sideroxylon allinea undici episodi di caratura di gran lunga superiore alla media “garage”: oltre che dall‘esuberanza compositiva, le inevitabili ingenuità sono compensate dal riuscito tentativo di superare i limiti strutturali e di arrangiamento del genere cui i Celibate Rifles fanno riferimento, con l’approdo a un punk “evoluto” dove il binomio compattezza-stacchi assassini si presenta arricchito di atipiche sfumature strumentali. Non la solita vetrina di stereotipi convincenti ma scontati, quindi, bensì un lavoro dove istinto, immediatezza, creatività e gusto per l‘eccentrico sono coniugati a meraviglia in brani assai brutali (Killing Time, Anthem e Gimme Gimme Gimme i più rappresentativi) o in ballate tese e inquietanti (This Week la pietra miliare, Back On The Corner e Ice Blue gli altri efficaci esempi), senza dimenticare la graffiante e allucinata God Squad.
Assieme all‘unanime plauso della critica locale per Sideroxylon, il 1983 porta ai Celibate Riìles un paio di 45 giri – Pretty Pictures, con due aggraziati esercizi melodici di impronta loureediana, e Merry Xmas Blues, delirante scherzo natalizio a base di furioso punk rock in stile britannico – e il fissaggio su 7” EP di tre pezzi dei No Dance, gruppo acustico composto da Lovelock, Brett Myers (poi nei Died Pretty) e Louis Tillet (Wet Taxis) e prodotto da Steedman. L‘anno successivo registra invece l‘abbandono di Darroch, andato a fondare gli Eastern Dark (un singolo e un l2“ EP all‘attivo, e la carriera bruscamente stroncata nel 1986 da un incidente stradale nel quale rimarrà vittima lo stesso Darroch) e il rientro alla base di Michael Couvret per le registrazioni del secondo album, intitolato semplicemente The Celibate Rifles. Più curato del predecessore sotto il profilo tecnico, il disco trova il quintetto in ottima forma e più che mai interessato ad approfondire le tematiche espressive sviluppate in Síderoxylon; e se i frenetici Kiss Me Deadly e Back In The Red, con i robusti ma meno convulsi Wild Desire ed Electric Snake River, ricalcano i modelli del LP di debutto, le altre cinque tracce provvedono a mettere in luce la vena più stralunata e imprevedibile della band, a suo agio con impasti armonico/dissonanti di notevole personalità e fascino (vedi le voci bizzarramente filtrate di Pretty Colours e Netherworld, la velata paranoia di Darlinghurst Confidential e della più soffice Rainforest, le asprezze di Thank You America). Il tutto reso ancor più stimolante – come nelle opere passate e future – da testi enigmatici, che con le loro sequenze di espressioni crude e incisive danno vita a un quadro poetico assai visionario e fuori dai cliché. Per chiudere la cronistoria del 1984 sono ancora da ricordare la provvisoria unione di Kent Steedman ai New Christs per un tour australiano di spalla a Iggy Pop e l‘immissione sul mercato di Sometimes, un singolo con due inediti grintosi ma accattivanti; poverissimo di uscite discografiche – un solo sette pollici, 6 Days On The Road, con due cover di sapore roots – sarà invece l‘anno seguente, quasi del tutto consacrato alle travagliate session di incisione del nuovo 33 gi0ri, interrotte a causa della polmonite contratta da Lovelock e riprese in un secondo tempo in un diverso studio.
È proprio durante questi difficili momenti, però, che per i Celibate Rifles si affaccia all‘orizzonte l‘occasione di uscire dal ghetto dorato della madrepatria grazie all‘etichetta britannica What Goes On, che confeziona – con pezzi del periodo ‘82/‘83 – l‘antologia Quíntessentially Yours, capillarmente distribuita nel circuito indipendente internazionale. È solo un sasso gettato nello stagno, le cui ripercussioni si avvertiranno concretamente nel 1986: un tour europeo, la pubblicazione dell‘album The Turgíd Miasma Of Existence, una serie di concerti negli Stati Uniti – quello al mitico CBGB‘s di New York sarà immortalato nel live Kiss Kiss Bang Bang – e una seconda raccolta (Mina Mina Mina) di vecchio materiale assemblata ancora dalla What Goes On; l‘agognata “affermazione” a livello underground, insomma, e la garanzia – poi confortata dalle vendite – di poter annullare il gap geografico e aspirare, anche al prezzo di una faticosa vita on the road, a una regolare attività professionistica, obiettivo raggiunto solo da una minima parte dei rocker “decentrati”. The Turgid Miasma Of Existence, primo 33 giri dei Rifles ad essere edito anche nel Vecchio Continente, non segna però una netta evoluzione rispetto ai predecessori, lamentando qualche lacuna di carattere tecnico (dovuta alla necessità di duplicare una parte dei master) e risentendo del clima non esattamente idilliaco nel quale era stato approntato; pur non evidenziando appieno i progressi del gruppo, però, il disco coglie ugualmente nel segno, rinunciando alle cervellotiche elucubrazioni di The Celíbate Rifles e optando per schemi rock‘n‘roll più diretti e lineari, con la consueta alternanza di cavalcate punk ed episodi meno concitati. Passionalità e furore all’ennesima potenza sono invece l‘asse portante di Kiss Kiss Bang Bang, il torrido live che attinge essenzialmente dal secondo e terzo album con l‘aggiunta di un paio di “originali” altrimenti inediti (S.O.S. e Carmine Vattelly) e di altrettante cover-tributo agli Only Ones di Peter Perrett (City Of Fun) e ai papà Radio Birdman (Burn My Eye); un documento imprescindibile della dirompente carica dell‘ensemble.
Fedele alla filosofia live di Steedman e soci è senza dubbio Roman Beach Party (titolo ispirato da una pazzesca esibizione sulla spiaggia di Torvaianica, e foto di copertina scattate nella medesima occasione), il quarto LP di studio registrato in Olanda durante una pausa del tour mondiale del 1987; se si esclude l‘ingresso della nuova sezione ritmica composta da Rudy Morabito (basso) e Paul Larsen (batteria), l‘album non diverge dall‘ormai consolidato stile Rifles, peccando talvolta in qualità di incisione ma non deludendo dal punto di vista compositivo grazie a cavalli di battaglia quali I Still See You, davvero impetuoso, Ocean Shore (una litania lunga e malsana) e Frank Hyde (un epico strumentale à la Radio Birdman). La fotografia nitida, dunque, di una band determinata e entusiasta, già rodatasi preparando una nuova versione di Ice Blue e un vibrante remake di Gimme Danger di Iggy & The Stooges, poi finite rispettivamente nelle raccolte A Minute To Midnight e Hard To Beat; e quanto la formazione di Sydney abbia a cuore il legame con i suoi idoli di gioventù è poi rimarcato dal 12 pollici-appendice di Roman Beach Party, contenente tre curiosità da collezionisti e una coinvolgente cover di Dancing Barefoot della mai troppo osannata Patti Smith.
Dopo un 1988 abbastanza tranquillo – contrassegnato in ogni caso dall‘uscita di It‘s A Wig Wíg Wíg Wíg World, eclettico e soddisfacente debutto solistico di Damien Lovelock, e dall‘assunzione di Jim Leone al posto di Rudy Morabito nel ruolo di bassista – l‘anno in corso ha regalato nuovi fremiti agli estimatori dei Celibate Rifles: Blind Ear, anticipato dal singolo Johnny e pubblicato dalla True Tone (un sottomarchio della EMI australiana), rende infatti giustizia alla caratura del gruppo, offrendo – con una registrazione finalmente all‘altezza – dieci mature e trascinanti performance di guitar rock‘n‘roll”. Un 33 giri omogeneo eppure versatile, che inanella classici brani compatti e irruenti (Dial Om, Belfast) e canzoni più lente e variegate (Electravision Mantra e Sean O‘ Farrell, due capolavori), concedendosi aperture verso il pop (World Keeps Turning), il glam (O Salvation), l‘hard più spigoloso (Johnny) e altri ibridi non meno ricchi di motivi di interesse. Senza inutili clamori, i Celibate Rifles stanno scrivendo un avvincente romanzo che difficilmente troveremo fra i best-seller ma che ha tutte le carte in regola per divenire un classico. Anzi, che già è un classico, anche se l’acme della narrazione non è stato forse ancora raggiunto e – per fortuna – nessuno riesce ancora a prevedere sviluppi e conclusioni.
Tratto da Velvet n.10/11 del luglio/agosto 1989

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Categorie: articoli | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Celibate Rifles

  1. Ciao Federico,

    grandi veramente, l’Australia negli eighties ci ha regalato grandi talenti e i Fusiles Celibes … sono stati una delle punte di diamante di tutto il movimento.

    Long live ozrock,

    Ugo

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