Riccardo Sinigallia

Oggi inizia il Festival di Sanremo, un’edizione alla quale – confermando il trend degli ultimi anni – partecipano parecchi artisti provenienti dal circuito alternativo/indipendente dei quali ho scritto più volte. Eccomi allora a lanciare una serie di recuperi in tema: impossibile, almeno per me, non cominciare da Riccardo Sinigallia, per il quale provo da sempre autentica devozione.

Sinigallia cop 1Riccardo Sinigallia (RCA)
C’è modo e modo di essere protagonisti, e fino all’uscita di questo suo omonimo esordio solistico per la RCA Riccardo Sinigallia aveva scelto quello di tenersi lontano dalle luci dei riflettori: evitando cioè, almeno dopo lo scioglimento di quei 6 suoi ex dei quali a inizio ‘90 era stato il frontman, di esporsi troppo in proprio, riservandosi il ruolo di “spalla” di lusso (Niccolo Fabi, Frankie HI-NRG MC, Filippo Gatti…) ed eminenza grigia di progetti di elevata caratura (da La favola di Adamo ed Eva di Max Gazzè a Medicina buona de La comitiva fino a La descrizione di un attimo dei Tiromancino). Se a rompere il ghiaccio aveva provveduto, poco meno di due anni fa, il brano Io sono Dio incluso nella colonna sonora del film Paz!, a fungere da vero biglietto da visita del produttore-musicista-cantante romano provvedono ora le nove tracce di questo CD, concepito con i due componenti dei Tiromancino fuoriusciuti assieme a lui dalla band a seguire il grande successo del summenzionato La descrizione di un attimo (il chitarrista Francesco Zampaglione e la bassista Laura Arzilli); nulla di che stupirsi, dunque, che lo stile e le atmosfere del disco ricordino quelli del gruppo di provenienza, anche se qui l’elettronica – della quale il Nostro è abile manipolatore – prevalgono ovviamente sulle strutture acustiche che pure contribuiscono pesantemente ai particolari equilibri armonico-creativi della scaletta.
Aggraziati e onirici, ma anche velati di malinconia e inquietudine, i quadretti sonori di Riccardo Sinigallia accostano dunque caldi tappeti di ritmi sintetici, tastiere per lo più fluide ed evocative, altri interventi strumentali di cesello e una voce che tra distacco e passionalità intona – o recita: accade per esempio in Revisione o in Buonanotte, alla fine della quale l’autore curiosamente ringrazia un tot di colleghi-amici dei quali si sente debitore – liriche incentrate su temi personali ma aperte anche a riflessioni di carattere più generale. Un linguaggio che si colloca a metà strada tra la canzone d’autore “alta” e l’entertainment moderno e raffinato, tale più nell’indole che in una forma dalla quale sono banditi eccessi di sofisticazione e di onanismo; e che si rivela, in sintesi, un ennesimo, efficace sviluppo di quell’artigianato pop colto ed elegante, ma non per questo votato agli intellettualismi o improntato allo snobismo, che ha tra i portabandiera quei Fabi, quei Gazzè o quei Tiromancino che in Sinigallia hanno come si diceva trovato un (illuminato) mentore. Logico, quindi, che Riccardo abbia voluto affermare il proprio diritto di applicare, anche correndo il rischio di passare da “copione”, intuizioni espressive delle quali può ragionevolmente ritenersi uno degli inventori. Più strano che, specie dopo un così lungo lavoro di preparazione, lo abbia fatto con un album così succinto (solo nove tracce per quaranta minuti di durata), che offre senza dubbio momenti assai suggestivi – il singolo Bellamore è un gioiellino di leggerezza nient’affatto vuota, così come la più ipnotica e avvolgente Io sono Dio (nelle cui parole, volendo peccare di malizia, si potrebbe leggere un attacco autoironico a vecchi compagni d’avventura), l’introversa e (mutatis mutandis) “battistiana” Ah nella vita o la briosa Solo per te – ma che nel complesso non sorprende e non lascia il segno – a livello concettuale: il cuore è comunque toccato – come forse era lecito attenersi da un artista del suo spessore, della sua sensibilità e della sua esperienza. Pretese esagerate, magari alimentate dall’alone “mitico” che circonda il trentatreenne Re Mida della scena capitolina? Riteniamo di no, e restiamo pertanto in attesa del capolavoro inequivocabile; a scanso di spiacevoli equivoci, ci preme intanto ribadire che Riccardo Sinigallia è un debutto ispirato, intrigante e di gusto, alle cui fortune gioverà di sicuro l’appeal radiofonico di cui è dotato. Ce lo auguriamo sinceramente.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.552 del 28 ottobre 2003

Sinigallia cop 2Incontri a metà strada (Sony)
Compositore, strumentista eclettico e produttore, nonché sorta di Re Mida di molto del miglior “pop d’autore” romano/italiano degli ultimi dieci anni (c’è il suo magico tocco, ad esempio, dietro gli album più riusciti di Max Gazzè e Tiromancino), Riccardo Sinigallia si è finora imposto come “eminenza grigia” più che in prima persona: colpa di una certa ritrosia caratteriale e di un omonimo esordio da solista che, tre anni orsono, lo aveva immortalato in una veste magari un po’ troppo introversa, peraltro figlia del periodo di disagio personale e professionale seguito al suo distacco dalla band de La descrizione di un attimo e ora superato grazie anche alle gioie della paternità.
A mutare la situazione anche a livello pubblico dovrebbe provvedere questa seconda fatica, più autorevole e convinta nella scrittura (sia musica che testi) e più solare – al di là dell’indole (splendidamente) malinconica e di qualche cupezza che inevitabilmente fa capolino – nelle atmosfere: un viaggio in dieci brani tanto onirici quanto intensi, tanto tendenzialmente semplici quanto ricercati nelle soluzioni di arrangiamento giocate su trame elettroacustiche ed elettroniche, tanto lievi quanto capaci di scavare a fondo, cantati con voce tenue e sempre altamente suggestiva. Pop d’Autore, si diceva, e la definizione continua a sembrare impeccabile… purché sia scritta con le iniziali in maiuscolo e la si pronunci con l’enfasi che merita, visto lo spessore di singoli quali Finora e Amici nel tempo (ve le immaginate le playlist radiofoniche costituite da pezzi di tale classe? Le frequenze sarebbero un paradiso), di una solenne Anni di pace che vede come ospiti Filippo Gatti ed Emidio Clementi, di una Laura e una Impressioni di un’ecografia sorrette da un surplus di interiorità, di una Uscire fuori pervasa da soffici tensioni, di una Il nostro fragile equilibrio che a dispetto del titolo e della leggerezza colpisce per solidità di strutture e forza espressiva. È nata una stella, insomma? No, c’era già. Solo che adesso, finalmente, splende. E di luce propria.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.624/625 del luglio/agosto 2006

Sinigallia foto

Il Re Mida del “pop d’autore” italiano ritorna sul mercato e dimostra di non aver perso il suo magico tocco: Incontri a metà strada, suo secondo album in proprio, è infatti oro puro. E preziose sono anche le parole del musicista romano, lucide a dispetto dell’afa aberrante di luglio.

Riccardo Sinigallia ha trentasei anni, l’aria da artista bohémien e uno sguardo gentile appena intorvito da un piercing sul sopracciglio destro. Vestito a dovere sarebbe perfetto per il ruolo di un moschettiere di Dumas, anche se lo slogan “tutti per uno, uno per tutti” non sembra (più) confarsi a chi come lui avverte ancora – ma solo se ci pensa – il gusto amaro dei tradimenti subiti da vecchi compagni di avventura. Sono comunque nuvole passeggere, perché il Riccardo che mi accoglie nel suo piccolo ma accogliente “laboratorio” ai piedi della collina di Monte Mario, tra tastiere, macchinari elettronici e sgabelli zebrati, è un uomo ormai in pace con se stesso e i suoi trascorsi professionali, fortificato dalla recentissima paternità – quando nomina il suo Manuel, sul volto gli si legge un’incontenibile gioia – e desideroso di guardare avanti. Sempre che qualche giornalista bastardo non lo costringa a rievocare, ricordandogli le canzoni da lui “inventate” perché altri ne raccogliessero la maggior parte dei frutti. “Il massimo è quando mi si accusa di avere copiato i Tiromancino”, dice con un mezzo sorriso. “Ora quasi mi ci diverto, ma prima era fonte di irritazione e sofferenza. Con Federico (Zampaglione, NdI) non è stato solo un litigio ma una difesa naturale della mia vita, nonché di quelle di Laura Arzilli (compagna del Nostro, NdI) e Francesco Zampaglione. Quando La descrizione di un attimo è esploso, i ‘nostri’ discografici, che fino a quel momento non avevano mai creduto in quello che noi tre avevamo costruito con tanta fatica, si sono presi Federico sotto braccio e lo hanno persuaso che era il nuovo Giacomo Leopardi, invitandolo a non curarsi di noi. Beh, ci si rimane male e il dolore più grande è stato di Laura e Francesco, che erano nel progetto da nove anni. Purtroppo la gloria, più che i soldi, cambiano le percezione delle cose e le prospettive“. Non c’è rabbia, in Riccardo: solo rassegnazione un po’ cinica, confermata dalle parole che seguono. “Se Federico non si fosse comportato come ha fatto, starei ancora dietro ai Tiromancino, fra pro-Tools e tastiere. Oggi sono talmente contento di com’è finita che non posso far altro che esser grato a Federico, a Niccolò Fabi e a Max Gazzè per tutto quello che mi hanno dato durante i nostri scambi artistici e per avermi fatto capire le differenze fra i nostri approcci alla professione di musicista. Ognuno ha scelto la sua strada: avrei da recriminare, dove più dove meno, solo sulle modalità di interruzione di questi rapporti, ma è ok così. Acqua passata”.
Già, acqua passata. Da pochi giorni è infatti nei negozi Incontri a metà strada, secondo capitolo di una discografia solistica che Sinigallia ha inaugurato nel 2003 con un album omonimo decisamente più “scuro”. “Ma è una cupezza più formale che concettuale, anche se è logico che nelle atmosfere l’ultima delusione si senta. Comunque lo vedo tuttora come il disco che avrei voluto fare in quel momento, e pure adesso non riesco a considerarlo legato solo a quello specifico periodo della mia vita. In fondo gli album ai quali ho preso attivamente parte, escludendo gli hit, posseggono tutti quel feeling un po’ introverso: La distanza, Il peggio non è tranquillo o Roma di notte sono molto simili a Io sono dio o Ah nella vita, così come – pensando ai pezzi più solari – Bellamore non è distante da La descrizione di un attimo o Vento d’estate. Con Incontri a metà strada sono uscito dal tunnel e reputo assai improbabile ricadere in vecchi equivoci: quello che è successo l’ho troppo sentito sulla pelle, certe esperienze segnano. Dal punto di vista della ‘condivisione’ del disco con il pubblico, l’episodio-chiave è senz’altro Amici nel tempo, mentre sono particolarmente affezionato – per ovvie ragioni ‘familiari’ – a Laura e Impressioni di un’ecografia. Ma anche quando risento Finora, Una canzone per Fede o Il nostro fragile equilibrio sono contentissimo e quasi non mi pare di averle composte io, per quanto mi suonano bene E questa è una sensazione che spero di riprovare in futuro”. Merito del trasporto emotivo oltre che del talento, ma anche del metodo. “Nei due album a mio nome sono ritornato a una dimensione artigianale: mancando un discografico ‘presente’ come Riccardo Clary, che spingeva – e lo dico in senso positivo – a essere molto attenti alla confezione del prodotto, le cose hanno preso un’altra piega. E poi, onestamente, non mi interessava e non mi interessa più vendere centinaia di migliaia di copie ed essere trasmesso alla radio, preferisco fare canzoni nelle quali, tra vent’anni, potrò rispecchiarmi: finalmente mi sento pienamente responsabile di quello che è venuto fuori, e ne sono appagato“.
Lo guardi negli occhi e capisci che Riccardo non mente, che davvero si è liberato da se stesso. E allora, perché non sfruttare questa sincerità e “costringerlo” ad analisi di tipo psicologico? “Prima con Niccolò e poi – seppure in modo differente – con Max e soprattutto con Federico non ho mai incontrato difficoltà durante il lavoro, che si svolgeva in totale armonia e con tanti stimoli. I problemi arrivavano dopo, quando si manifestavano da un lato la loro frustrazione per non essere completamente titolari di quello che avevamo concepito assieme – perché quei dischi non sono né miei né loro, sono nostri – e dall’altro la mia frustrazione perché quel che avevo fatto non era pienamente riconosciuto. Quando ho visto che questo ‘errore di sistema’ si è ripetuto per ben tre volte, ho dato retta a un mio amico buddista e ho affrontato il mio nodo karmico: ho capito che mi ero riservato un ruolo ‘nascosto’ per poter rivendicare un’insoddisfazione e deresponsabilizzarmi del mio operato, crogiolandomi nel contempo sulla consapevolezza di aver fatto tanto”. Un po’ contorto ma sensato, alla luce dell’indole di Sinigallia. “In ogni disco realizzato con altri o per altri ho messo tutto me stesso, e la mia è stata, anche per via del carattere, una presenza ingombrante. Non conoscevo altri modi di lavorare: scrivendo, suonando e producendo – termine che non amo: pure nella gestione sonora, ho sempre preferito la parte autoriale e creativa – vivo il tutto come mio”. Un percorso cercato, e non trovato, grazie a un impiego all’allora neonata Virgin Italia – seguito all’esperienza come leader dei bizzarri 6 suoi ex – e alla produzione dei primi due album di Niccolò Fabi. “Quando quello stile, poi imitato e devastato da tanti altri, ha avuto successo, molti hanno iniziato a chiamarmi: non ero più il pazzo che urlava ‘pugno in culo’ sui palchi dei centri sociali e io, visti i buoni risultati, mi sono calato nella parte, persuadendomi che forse mi era più congeniale di quella di primattore. Inoltre ritengo di essere sempre stato abbastanza scaltro, cercando di conciliare ricerca e commerciabilità”. E adesso che si trova dall’altro versante della barricata? “Per anni volevo affermare il principio che un equilibrio sonoro di frequenze poteva essere armonico e universale tanto quanto Let It Be. Adesso mi sono reso conto che questa strada è possibile ma che lo è anche l’altra, quella della semplicità e della naturalezza. L’ho imparato studiando pianoforte e ciò si rifletterà nei concerti, dove sarò in prima linea a dividermi – con gli arricchimenti di qualche altro musicista – tra voce, chitarra e piano. È una sfida alla quale non potevo più sottrarmi”. Dimostra grande sicurezza in se stesso, Riccardo. E la stessa sicurezza traspare da un’affermazione che in bocca ad altri suonerebbe tronfia. “Non mi interessano rivincite nei confronti di nessuno, ma per una mia ulteriore serenità mi piacerebbe un qualche tipo di riconoscimento tecnico, formale, per il ruolo che ho avuto nella canzone d’autore italiana. Che si dicesse, in sintesi, che nell’ultimo decennio ho dato un mio contributo all’evoluzione del linguaggio della nostra musica pop”. Considerato che su queste pagine portiamo avanti questa tesi ormai da molti anni, non possiamo che sottoscrivere. Convinti.
Incontri 1992-2006. Riccardo Sinigallia debutta nei 6 suoi ex, gruppo crossover a 360 gradi fondato con David Nerattini e Francesco Zampaglione e titolare dell’album Paola non è un uomo (Emergency 1992). Seguono le produzioni di Niccolò Fabi (Il giardiniere, 1996, e Niccolò Fabi, 1998, entrambi per la Virgin, nei quali co-firma la maggior parte dei brani), la presenza in Quelli che benpensano di Frankie HI-NRG MC (RCA 1997) e ancora per la Virgin La favola di Adamo ed Eva di Max Gazzè, dove è produttore e coautore di Vento d’estate, Cara Valentina e L’amore pensato. Di nuovo assieme a Nerattini e Zampaglione dà quindi vita a La Comitiva, progetto hip pop (un album, Medicina buona, Virgin 1999) che coinvolge Ice One, DJ Stile e ospiti come Elisa, Frankie e Franco Califano, per poi affiancarsi a Federico Zampaglione, Francesco Zampaglione e Laura Arzilli nei Tiromancino de La descrizione di un attimo (Virgin 2000), che lo vede produrre/arrangiare e cofirmare l’intera scaletta. L’esordio solistico è Riccardo Sinigallia (RCA 2003), realizzato con Laura Arzilli e Francesco Zampaglione; il più recente Incontri a metà strada (Sony 2006; in una traccia, Anni di pace, Filippo Gatti ed Emidio Clementi), è coprodotto da Laura Arzilli e dal fratello di Riccardo, Daniele.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.626 del settembre 2006

Roma, 30 novembre 2006
Nella sua città, davanti a una platea folta e molto partecipe, Riccardo Sinigallia ha finalmente proposto sul palco – amplificandole, ma in senso più emotivo che tecnico – le canzoni di Incontri a metà strada. Una gran bella serata, per circa un’ora e mezza di emozioni tanto semplici quanto rare.

C’è un legame speciale tra Riccardo Sinigallia e la sua Roma, un legame che chiunque sia dotato di sensibilità ha certo avvertito nella tappa ufficiale – dopo l’assaggio acustico di fine settembre – della tournée di supporto all’ultimo album del Nostro, tenuta in un Circolo degli Artisti affollato ma non pieno da scoppiare: un’atmosfera di complicità e di partecipazione generale che ha coinvolto l’intera platea, dai tanti che con il cantautore vantano un rapporto di conoscenza personale a tutti coloro che “si limitano” ad apprezzarne le note e le parole così leggere e sospese eppure così intense, evocative, toccanti. Ha aperto in perfetta solitudine, Riccardo, con una bellissima Finora al piano, lasciandosi poi affiancare dai compagni – il fratello Daniele e Matteo Chiarello alle chitarre, Laura Arzilli al basso, Alessandro Canini alla batteria – per dare il via a una sequenza incentrata sul nuovo lavoro (tanti applausi per la Anni di pace con Filippo Gatti e per una vigorosa e splendida Uscire fuori) ma aperta anche a recuperi dall’omonimo esordio in proprio (La revisione della memoria, Bellamore, Solo per te, Buonanotte), con in aggiunta quella La descrizione di un attimo che Sinigallia sente il più “suo” dei brani cofirmati durante l’avventura nei Tiromancino. Come bis, la recente Il nostro fragile equilibrio e la “vecchia” Lontano da ogni giorno che, una dietro l’altra, hanno evidenziato come il gap tra i due dischi – cupo e sofferto il primo, più estroverso e luminoso il secondo – sia stato superato, e che la totalità del repertorio dell’artista dipinga ora un affresco dove chiaroscuri e malinconie non sono mai soffocati da tenebre e dolore. Belle storie di vita (profondamente) vissuta, melodie affascinanti, versi che sanno arrivare dritti al cuore pur concedendosi qualche vezzo letterario e qualche accenno di ermetismo: è qui, oltre che nell’innato talento e nella capacità di comunicare sensazioni autentiche, il segreto di Riccardo Sinigallia… che alla prova del palco conferma quanto il suo ruolo nella canzone d’autore italiana sia destinato a farsi sempre più centrale. Per fortuna.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.630 del gennaio 2007

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: , | 5 commenti

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5 pensieri su “Riccardo Sinigallia

  1. Grande Sinigallia. Un grande

  2. Ammetto la mia ignoranza nei confronti di Sinigallia, che scoprirò al festival. Attendo gli altri commenti.

  3. Randolph Carter

    Grandissimo autore, che sono felice di aver scoperto a posteriori!

  4. timelyangel

    no a sanremo

  5. possiedo tutti i suoi dischi e lo considero un grandissimo… credo sarebbe ingiusto però , pur riconoscendogli un ruolo preminente nello sviluppo di molta scena del nuovo cantautorato romano di fine 90, inizio 2000, far passare il concetto che senza di lui i tiromancino non sarebbero mai arrivati al successo.. insomma, Zampaglione che a mio avviso non brilla per modestia e simpatia, ha i suoi meriti… ps ovviamente non mi riferisco a te Federico ma a tanti (il più delle volte improvvisati) commentatori e opinionisti che ogni anno spuntano come funghi al momento del Festival di SANREMO

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