Millencolin

Alla fine del decennio scorso, qualche anno dopo il boom di Green Day, Offspring, Rancid e NOFX, l’hardcore melodico era ancora un fenomeno parecchio seguito. Non che oggi non lo sia, ma all’epoca era di sicuro considerato ben più “centrale” nella geografia rock di quanto accada ai giorni nostri. Fra i gruppi più chiacchierati c’erano gli svedesi Millencolin, che pur non pubblicando album dal 2008 sono tuttora in attività. Pennybridge Pioneers, la cui uscita creò le basi per questa intervista piena di entusiasmo, rimane (e, si presume, rimarrà) il loro classico.

Millencolin foto

California Dreaming
Dall’epoca dell’esplosione dei “padri” Bad Religion, avvenuta nella seconda metà degli anni ‘80, la scena del cosiddetto hardcore melodico ha raggiunto livelli di espansione francamente impensabili, con alcune migliaia di gruppi in attività in tutto il mondo. Pur rimanendo fulcro del fenomeno, la California si è così trovata a fare i conti con band originarie dei posti più “esotici”: compresa la Svezia, patria di quei Millencolin che oggi, con l’ottimo Pennybridge Pioneers – prodotto non a caso da Brett Gurewitz, titolare della Epitaph ed ex chitarrista dei Bad Religion – si avviano con passo deciso ad allargare ulteriormente la propria notorietà internazionale.
Nikola Sarcevic (voce e basso), Mathias Farm (chitarra), Erik Ohlsson (chitarra) e Fredrik Larzon (batteria) hanno stretto il loro sodalizio a Örebro, Centro-Sud della Svezia, circa otto anni fa, quando erano ancora giovanissimi appassionati di punk e skateboard; da allora si sono esibiti più di cinquecento volte in tutto il pianeta e hanno venduto quasi un milione di copie dei loro album, senza inventare nulla di nuovo ma rivelandosi ispiratissimi interpreti di uno stile punk che è ormai definibile come “classico”. Con tali premesse, sarebbe stato sciocco declinare l’invito di Nikola ed Erik ad incontrarli in quel di Milano, in occasione del loro “mordi e fuggi” promozionale che ha preceduto l’uscita di Pennybridge Pioneers.
La vostra dote migliore è forse la capacità di amalgamare energia e melodia. Ci riuscite facilmente, o c’è dietro un lungo lavoro?
Di solito tutto nasce da me (è Nikola a parlare, NdI): provo qualche accordo di chitarra, cerco una bella melodia e ci canticchio su. Quasi sempre mi accorgo subito se funziona, e in questo caso ci mettiamo tutti assieme a elaborare il pezzo finito. Anche qui, comunque, c’è molta spontaneità: accade che una canzone abbia bisogno di un impegno maggiore, ma tutti i pezzi più belli sono nati in pochissimo tempo, almeno per quanto riguarda le strutture di base. Per quanto mi riguarda, il problema più grande sono i testi.
Perché?
Non è facile sviluppare concetti che, oltre ad avere un senso, non siano banali e in più suonino anche bene. All’inizio non me ne curavo più di tanto, ma adesso che so che quello che canto sarà ascoltato da tantissima gente mi sento addosso un po’ di responsabilità.
Che tipo di “messaggio” volete comunicare?
“Messaggio” è una parola eccessivo: non mi va di condizionare nessuno, mi interessa solo trasmettere il mio punto di vista raccontando le mie esperienze. Rispetto al passato scrivo cose più serie: sono cresciuto e sono anche in grado di esprimermi meglio. Non ho pretese letterarie, tento solo di parlare del mio mondo e dei miei rapporti con l’esterno, e di farlo con un pizzico di ironia.
Pur essendo legato al classico popcore, il vostro stile si presenta abbastanza policromo. A cos’altro vi siete ispirati?
La nostra principale influenza è l’hardcore melodico americano e in particolare californiano, ma è ovvio che il sound risenta di un background diverso rispetto a quelli delle formazioni d’oltreoceano: siamo “provinciali”, e quindi ciò che assorbiamo è filtrato in modo più strano. Inoltre, anche se siamo partiti con il punk, la nostra musica si è via via arricchita di elementi “rubati” ad altri generi con i quali siamo entrati in contatto.
Per esempio?
Di tutto, davvero di tutto: da Simon & Garfunkel ai Beatles, dagli Abba a Bob Marley. Non c’è nulla di cui vergognarci ad aver scoperto queste cose in ritardo, la nostra età media è sui venticinque anni e abbiamo molto da recuperare. È normale cercare nuovi stimoli e volersi confrontare con altri stili, visto che il punk è senza dubbio limitato. Il nostro obiettivo è arricchire per quel che ci è possibile il discorso del punk rock, e non è possibile farlo ascoltando solo musica proveniente da quel settore: il rischio più che concreto è quello di essere identici a centinaia di altre band.
La Svezia ha buone tradizioni nell’ambito del rock’n’roll violento e aggressivo. Secondo voi, per quale motivo?
Forse una delle ragioni principali è di carattere climatico. Da noi il tempo è spesso brutto e gli inverni sono rigidi, e in tali condizioni  non c’è moltissimo da fare: è scontato che tanti giovani, per vincere la noia, prendano in mano una chitarra, e che il loro mood non proprio positivo si rifletta sulla musica suonata. Un altro fattore importante è che la Svezia è fortemente colonizzata dalla cultura americana, molto più di altre nazioni che hanno una loro identità più pronunciata. Noi siamo veramente americanizzati, i media sono attentissimi a ciò che avviene negli Stati Uniti: quindi, c’è un filo diretto con la scena rock d’oltreoceano, e per ogni nuova band è automatico ispirarsi a un gruppo americano.
Esistono contatti tra la scena punk/hardcore alla quale appartenete e quella hard/garage dei vari Hellacopters e Backyard Babies?
Sì, senz’altro. In Svezia non ci sono poi così tanti appassionati di rock duro, e dunque è ovvio che seguano un po’ tutto quello che succede. Il panorama si è anche allargato grazie a gruppi “di confine” come gli Hellacopters, che hanno spinto verso il punk ragazzi che prima ascoltavano heavy metal. In questo siamo diversi dall’America, dove il pubblico è abbastanza diviso in varie “parrocchie”.
Considerando la vostra storia, immagino che aver potuto godere della produzione di Brett Gurewitz abbia avuto per voi un significato speciale.
Brett Gurewitz e i Bad Religion sono stati la principale ragione per la quale abbiamo cominciato a suonare punk: ci piacevano immensamente e volevamo esserecome loro. Brett è stato sempre il nostro mito, sia come songwriter che come produttore, talent-scout e discografico. Puoi immaginare la nostra soddisfazione quando lui in persona, nel 1996, ci ha offerto un contratto con la Epitaph per gli Stati Uniti: si è trattato di una bella iniezione di fiducia, abbiamo pensato “beh, allora dobbiamo essere davvero bravi”. Dopo siamo stati un paio di volte in tournée negli Stati Uniti, ci siamo incontrati, ed è nata una certa simpatia. Peter Ahlquist, il proprietario della Burning Heart, ci ha suggerito di chiedergli se avesse voglia di produrci, e lui è stato subito entusiasta della richiesta.
E così siete partiti per Los Angeles.
Sì, e nel momento giusto: sai, avevamo registrato tutti i nostri precedenti dischi nello stesso studio e con la stessa persona e quindi volevamo fare qualcosa di nuovo, magari al di fuori della Svezia.
Com’è andata in studio?
Brett è rimasto abbastanza stupito che i pezzi fossero praticamente già pronti e che non avessero bisogno di modifiche strutturali. I suoi consigli e la sua direzione dei lavori sono stati più che preziosi: specie per quanto riguarda il suono, che ora ha acquisito un aspetto più professionale, più maturo. Inoltre, nel disco ci sono un paio di suoi cameo: un assolo in Highway Donkey, il brano più violento, e alcune parti di piano e chitarra in The Ballad, il più morbido.
Pensate che le fortune di band come Green Day e Offspring siano state determinanti per la vostra affermazione?
Quando Offspring e Green Day sono esplosi a livello mondiale esistevamo già da alcuni anni, e in Svezia eravamo già abbastanza popolari. È in ogni caso innegabile che dopo il boom di Dookie e Smash l’audience del punk si sia notevolmente ampliata; il fatto che loro, in seguito, si siano ammorbiditi, ci ha ulteriormente favoriti, visto che molti dei loro fans hanno preferito seguire noi e band come noi… Comunque agli Offspring dobbiamo un grande ringraziamento: se Smash non avesse venduto dieci milioni di copie la Epitaph non sarebbe diventata quello che è adesso, e quindi non ci avrebbe mai ingaggiato.
Il successo vi ha cambiato?
Beh, sì, ma non c’è da stupirsene: quando abbiamo cominciato eravamo quattro ragazzini, mentre ora la musica è diventata il nostro lavoro e la nostra vita. Abbiamo girato il mondo, abbiamo incontrato un sacco di persone e di riflesso allargato le nostre vedute, e probabilmente siamo diventati migliori di come saremmo potuti essere. D’altro canto, per i Millencolin abbiamo sacrificato molto, lasciandoci alle spalle tante cose: a livello di famiglia, di amicizie, di fidanzate che ti lasciano perché non possono accettare l’idea di vederti sparire per un anno.
Chiaramente, non vi sareste mai aspettati nulla di tutto ciò che vi è accaduto.
È logico. All’inizio il nostro sogno era pubblicare un EP, poi vendere duemila copie come i gruppi punk svedesi già affermati, e quando siamo arrivati al secondo album ritenevamo di aver già raggiunto il massimo. Da lì abbiamo quasi smesso di formulare ipotesi sul futuro, suoniamo e siamo curiosi di vedere cosa accadrà. È buffo pensare che adesso, dalle nostre parti o anche altrove, qualche band di quindicenni speri di diventare un giorno “famosa come i Millencolin”. E magari ci riuscirà.
Per voi è stata una bella sorpresa.
Sì, ma la cosa migliore è che il successo è arrivato passo dopo passo, senza stacchi netti: siamo cresciuti disco dopo disco e tour dopo tour, e questo ci ha evitato traumi.
Quale credete sia il segreto del punk rock, una musica che dopo quasi venticinque anni non ha esaurito la sua spinta?
Il punk ha un tipo di feeling che i ragazzi identificano subito come qualcosa di antitetico alla società degli adulti; e poi è facile da suonare, e suonandolo ci si sente in qualche modo “contro”. Questo non significa che sia solo per ragazzini, perché l’approccio punk non ha età. Inoltre, il punk ha molte facce, differenti ma complementari, pur rimanendo sempre immediatamente coinvolgente sul piano musicale e quasi sempre facile da capire per quanto concerne i testi.
A vostro parere, il punk può ancora essere considerato una musica di ribellione?
Come si diceva, lo è senz’altro per un teenager, anche se non è certo più una forma di espressione “estrema” come nel ‘77 o come nei primi ‘80: per quanto riguarda la maggior parte delle sue manifestazioni, è stato risucchiato nel sistema del rock se non addirittura del pop, visto che ora in giro ci sono cose molto più sovversive e rumorose come, ad esempio, la techno. Questo non significa che non possa più instaurare una mentalità alternativa, indurre la gente a ragionare con la propria testa. Non cambierà il mondo, ma può cambiare la vita a livello individuale. A noi è successo così.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.388 del 14 marzo 2000

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Categorie: interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Millencolin

  1. disco protagonista di una cassetta figlia del 56k. Grandi Millencolin, penguins & polarbears. Bei ricordi davvero

  2. Mi ricordo che di “Pennybridge Pioneers” si fece un gran parlare tra noi all’epoca adolescenti. Lo ascoltava persino chi amava, chessò, gli Alien Ant Farm e non aveva idea dell’esistenza di gente come X-ray Spex o Dead Kennedys (che io ho scoperto grazie a te, per inciso).
    Grazie di avermi richiamato bei ricordi.

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