Frankie hi-nrg mc

Non ho scritto granché di rap italiano, ma ho vissuto piuttosto da vicino la prima stagione del fenomeno e apprezzo e ammiro da sempre soprattutto Assalti Frontali e Frankie. Per quanto riguarda il secondo, mi occupai della scheda di accompagnamento a un’intervista fattagli una decina di anni fa da Eddy Cilìa e della recensione dell’album successivo.

Frankie fotoPotere alla parola (1991-2003)
È il 1992 quando l’underground nostrano, seguendo la scia di quanto in precedenza accaduto negli Stati Uniti, è investito dal ciclone hip hop: in pochi mesi, un fenomeno che fino ad allora era cresciuto nell’ombra esce improvvisamente alla luce del sole, conquistando pagine sulla stampa anche non musicale, servizi televisivi e – nelle sue manifestazioni più accessibili – spazi radiofonici. Uno dei personaggi più in vista della scena, se non addirittura il più in vista, è Francesco Di Gesù, in arte Frankie HI-NRG MC: torinese di nascita ma residente presso Perugia, si fa conoscere ventiduenne già dalla fine del 1991 con Fight da faida, pezzo dal testo barricadero edito in 12” (Irma, 1992) e incluso anche in varie compilation-documento dell’esplosione delle cosiddette posse. L’approccio senza compromessi e lo spessore linguistico delle liriche ne fanno uno dei primi inni del rap nostrano, anche se le frange più estremiste del circuito rinfacciano al suo autore la grande popolarità raggiunta, la non-militanza e la disinvoltura nei rapporti con il demone-business; una polemica che diventa ancor più aspra quando il Nostro firma con la major RCA e, dopo un altro singolo di buon successo (Faccio la mia cosa), realizza nel 1993 il primo album Verba manent, capolavoro dell’hip hop nazionale nel quale spiccano altri intrecci di concetti importanti e rime brillanti – sostenuti da musiche fantasiose a dispetto di atmosfere per lo più scure – quali Disconnetti il potere, Potere alla parola e Libri di sangue.
Ci vogliono ben quattro anni di concerti (ad esempio, come spalla di Run DMC e Beastie Boys), riconoscimenti e assortite esperienze (compreso il servizio civile) perché sul mercato arrivi il secondo album, venduto in circa 150.000 copie: geniale fin dal titolo, lugubre e assieme ironico, La morte dei miracoli (RCA, 1997) vanta architetture strumentali più complesse e ricercate, una maggior propensione alla cupezza e altri brani di alta scuola come il singolo Quelli che ben benpensano, Giù le mani da Caino, La cattura, Autodafè o Cali di tensione. Seguono un anno e mezzo di esibizioni, l’avvio di una fortunata attività parallela di regista e sceneggiatore di video (per, tra gli altri, se stesso, Flaminio Maphia, Tiromancino e Pacifico), le collaborazioni con La Comitiva, Alter Ego e Banda Osiris e la partecipazione a The World According To RZA (Virgin, 2003; la traccia in cui è implicato è Passaporto per resistere), l’album internazionale di RZA del Wu-Tang Clan. Il resto è storia d’oggi, con l’Ero un autarchico del quale si parla e si scrive in queste stesse pagine: in sei anni è accaduto di tutto, ma l’impressione è che Frankie sia ancora in grado di incidere a fondo con suoni creativi e parole di peso. Valeva la pena di attenderlo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.552 del 28 ottobre 2003

Frankie copRap©ital (RCA)
Ci si trova davanti quest’album e, abituati come si è alle lunghe, eterne pause con cui Francesco Di Gesù ha gestito i suoi quasi quindici anni di carriera discografica, viene spontaneo credere che il precedente Ero un autarchico abbia fatto bene al Nostro, spingendolo su quella strada di maggiore prolificità auspicata dal vasto popolo dei sui aficionados. Poi, girato il jewel box e data una rapida occhiata alla scaletta, si pensa invece che ad aumentare sia stata solo la paraculaggine, considerato come il CD abbia l’aria del solito greatest hits impinguato con il solito nuovo singolo-specchietto per le allodole, che nella circostanza si chiama Dimmi dimmi tu ed è peraltro una bomba. E invece, no: pur essendo composto in massima parte da titoli già conosciuti, Rap©ital non è un’antologia e non è nemmeno – benché dichiaratamente figlio del tour seguito all’ultimo album – una “cartolina” live. È invece una rivisitazione in studio, e con un approccio dove il l’hip hop incontra il funk/rock (tutti i brani sono suonati, e come!, con chitarra, basso e batteria) di ampi stralci di un repertorio straordinariamente ispirato, tanto nell’organizzare liriche incisive e molto spesso geniali – un ambito, quello della lingua italiana applicata al rap, nel quale Frankie non ha rivali – quanto nel “giocare” con una musica che rimane in ogni occasione pregna, autorevole e stilosa; valgano come esempi più eloquenti la tenebrosa Autodafè efficacissimamente contaminata con il tema di Profondo rosso, la tragicomica I trafficati riarrangiata su Der kommissar di Falco o la Quelli che benpensano sulla quale si allungano le ombre di House Of The Rising Sun e del Morricone western, ma valgano anche le mille altre invenzioni e citazioni, autografe e non, che costellano questi cinquantadue minuti di solido, carismatico monumento a quel rap italiano così esplicitamente richiamato dal titolo.
Un Frankie un po’ anomalo ma qui grandissimo, a dispetto dell’assenza di suoi conclamati classici, che avremmo volentieri ascoltato reinventati, quali Faccio la mia cosa, Cali di tensione e Fight da faida.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.614 del settembre 2005

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Categorie: articoli, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Frankie hi-nrg mc

  1. Country Boy

    Dopo la particolare e caratterizzata personalità musicale di Sinigallia (da te affrontata in modo chiaro ma complesso e talmente bene che sarebbe esemplare scritto da far leggere ai giornalistucoli giovani che sparano – lesterbangs! lesterbangs! – stramberie di senso vago e novello vago a gogò) quella del simpatico frankenstein nostrano che come tutte le personalità musicali a che fare con il rap e l’hip hop, è rivestita di stracci rattoppati come i clowns; le sue tracks non portano il nasone e le scarpone e nemmeno il margheritone all’occhiello, ma non riesco a sentirle senza avere il pregiudizio di avere a che fare con il rap e l’hip hop, e sentirmi coperto di stracci rattoppati presi dalla cassa che giace nella soffitta, in mezzo a polverosi tendoni afflosciati che un tempo per il circo erano spiegati. cazzaronebang! cazzaronebang!

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