Assalti Frontali

Ieri sera sono stato al Cinema Palazzo, una bella struttura che da un paio d’anni è stato occupato e “restituito” come spazio culturale al quartiere San Lorenzo, evitando l’ennesimo scempio (l’intento era di trasformarlo in una sala Bingo). Il programma prevedeva un concerto molto particolare de Il Muro del Canto, impreziosito dalla partecipazione – in alcuni brani – di Militant A e Pol G degli Assalti Frontali, storica formazione romana di area hip hop: un connubio sulla carta improbabile che però ha funzionato alla grande. Sulla spinta di questo piccolo evento ho quindi recuperato quanto scrissi ai tempi dello splendido Banditi, l’unico album che la posse capitolina abbia pubblicato per una major: la recensione e un’intervista a Militant A (quest’ultima realizzata con la collaborazione del collega Ugo Malatacca) alla quale si accompagnò la copertina del Mucchio (allora settimanale).

Assalti Frontali copBanditi (BMG)
Non c’è dubbio che, nel vedere il marchio della major BMG sul terzo album di Assalti Frontali, la mente di qualche oltranzista volerà al giorno in cui, in pieno ciclone punk, i Clash firmarono per la CBS. Quello, però, accadeva in Inghilterra ventidue anni fa, mentre la scelta di Militant A – senza dubbio provocatoria, alla luce del contesto alternativo in cui oggi Assalti e ieri Onda Rossa Posse hanno finora operato – ha avuto luogo nell’Italia di fine millennio, dove il bianco e il nero si sono per lo più fusi in anonime scale di grigi. Banditi, però, non costituisce una resa, e neppure lo scolorirsi del rosso vivo con cui la non-band romana dipinge da sempre la propria storia, ma è un coraggioso prendere coscienza di sé stessi, dei propri possibili ruoli e magari dei propri limiti; il tutto tradotto in liriche di fuoco, esplicite o cariche di simboli, che una volta in più sublimano la rabbia, il dolore e l’orgoglioso desiderio di rivalsa in una torrida poesia di strada cupamente sospesa tra invettiva e sofferto intimismo.
Proprio le parole, scandite con la consueta, solenne ruvidezza da Militant A (spesso affiancato dalla non meno efficace Sioux) costituiscono il perno del lavoro, che per quanto riguarda le basi conta sull’esperienza e sull’estro del vulcanico, iperattivo Ice One: basi fluide e quasi sempre pacatamente notturne, ma non del tutto prive di asperità, spigoli e toni velatamente epici, alle quali l’essere al servizio di concetti pesanti non sottrae la capacità di evidenziare il proprio profondo fascino (Notte e fuoco, A trenta miglia di mare e il futuro singolo Va tutto bene, alcuni fra gli episodi più profondi, sono in tal senso assai esplicativi). Potrà fare ancora meglio, Assalti Frontali, magari quando oltre alla strada forse un po’ monocorde della declamazione batterà quella più policroma del canto. Ma, nel frattempo, Banditi rimane disco bello e credibile, fotografia livida, malinconica e sanguigna di un’espressività che trascende – e non di poco – i confini pur ampi dell’hip hop.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.358 del 29 giugno 1999

Assalti Frontali fotoNotte da lupi
Tre anni dopo Conflitto e sette dopo Terra di nessuno, Assalti Frontali riaccende la propria lotta all’appiattimento delle coscienze con Banditi, che assieme all’inedito marchio major presenta ancora una volta liriche di grande spessore e brillanti aperture musicali. Rinnovamento? Sì, ma nella continuità. E chiunque conosca anche un minimo la sua ormai lunga storia di fierezza e antagonismo non faticherà a capire perché l’ensemble romano abbia scelto come emblema il lupo e come habitat le ombre della notte.

* * *

Lo sguardo intenso di Luca, in arte Militant A, tradisce le tante esperienze accumulate sulla strada: forse anche troppe, considerata la sua ancor giovane età, ma comunque tutte – politiche e personali – vissute intensamente sulla propria pelle. Si esprime con calma, il fulcro di Assalti, ma i toni pacati non impediscono a ogni sua parola di bruciare di una convinzione inequivocabilmente sincera; una convinzione che sembra velarsi di un leggero, compiaciuto imbarazzo quando i discorsi si spostano dal piano generale delle strategie a quello particolare dell’interiorità e della sua traduzione in poesia. Visto che il raggiungimento dell’obiettivo non era affatto scontato, c’è da ritenersi soddisfatti che dalla chiacchierata sia emersa l’immagine dell’artista e dell’uomo, seppure assieme a quella non meno essenziale del simbolo comunque credibile di ribellione.
Pur realizzando quanto la cosa sia banale, è doveroso partire dall’accordo con la BMG: adesso che ci si è spostati dalla teoria alla prassi, come ti sembrano i primi contatti con questo “mostro” major che coraggiosamente hai voluto cavalcare?
Finora abbiamo ottenuto tutto ciò che volevamo e quindi ci riteniamo soddisfatti, anche la cosa era stata messa in preventivo: la BMG sapeva dall’inizio con chi aveva a che fare, e pertanto era lecito attendersi una piena accettazione del nostro approccio alla musica e ai testi. Per adesso non ci sono problemi, ma è chiaro che è troppo presto per disquisire sull’efficacia della strategia che abbiamo adottato: il dilemma se muoversi dentro o fuori i meccanismi convenzionali di mercato è stato per ora risolto optando per il dentro, ma gli esiti di tale scelta potranno essere valutati solo tra due o tre anni.
Personalmente, come stai vivendo questo momento?
Ogni cambiamento netto porta con sé conseguenze negative e positive: si perde qualcosa e se ne guadagano altre. Con l’autoproduzione trovavamo molti stimoli nel desiderio di costruire strutture all’interno della scena in cui operavamo e di essere anche un esempio: rispetto a questo, ci assumiamo le nostre responsabilità, e cerchiamo di comportarci in sintonia con il passato. In futuro ci sarà da fare un bilancio globale: so bene che in una major i meriti si misurano solo in termini di dischi venduti, mentre in altri ambiti a contare sono quel che vuoi portare avanti e come lo concretizzi.
Il “messaggio” Assalti Frontali è comunque rimasto intatto.
Banditi rispecchia al 100% quello che avevamo in mente, alla BMG si sono solo limitati a darci alcuni consigli lasciandoci la facoltà di seguirli o meno. Il contratto è stato preceduto da un anno di trattative proprio perché non volevamo correre il rischio di subire condizionamenti.
Il fine ultimo è ottenere una maggiore visibilità.
Sì, certo: miriamo a diffondere il messaggio in modo più ampio e capillare. A monte c’è la necessità di trasferire nel disco, mediandola attraverso la tecnica, l’ispirazione che nel nostro caso viene soprattutto dalla strada. Il processo che abbiamo intrapreso è ricco di stimoli, abbiamo lavorato parecchio sui codici interpretativi dell’album e ritengo che siano piuttosto intriganti. Inoltre il singolo A 30 miglia di mare affronta l’argomento guerra, e il video che lo accompagna è decisamente “schierato”: l’impronta Assalti Frontali, insomma, è rimasta forte.
In ogni caso, avete concluso che una volta raggiunti certi livelli muoversi nel circuito militante può essere un limite.
Premesso che parlo sempre a titolo personale, poiché non mi sento di escludere la possibilità che un domani qualcuno si affermi su vasta scala con l’autoproduzione, il mio ragionamento è stato proprio questo. L’ho scritto anche nel libro Storie di Assalti Frontali: “non so cosa voglio fare ma so bene cosa non voglio più fare”, e poiché molte situazioni erano irrimediabilmente bloccate, era indispensabile una svolta. La realtà nuda e cruda è che Assalti Frontali, per colpa propria o di altri, non ha avuto la capacità di superare certe barriere.
Le frange più estremiste del vostro pubblico hanno reagito male al mutamento di rotta?
Anch’io appartenevo alla categoria degli estremisti, e dunque non mi è difficile comprendere perché qualcuno si sia sentito tradito; credo però che queste persone debbano ancora capire che cercare di battere una nuova strada non significa rinnegare alcunché, e che la realtà Assalti Frontali non si è “sporcata”. Comunque, i segnali negativi sono stati minimi: tutti coloro che nel tempo hanno condiviso il nostro progetto hanno dato l’assenso all’utilizzo del nome, e anche all’interno del movimento dei centri sociali la risposta è stata quantomeno di rispetto.
Anche questo, per certi versi, è un segnale di maturità.
Forse. In ogni caso, nella comunicazione ci sono ancora molti spazi non occupati, anche perché in questo momento il pensiero della Sinistra appare debole e rassegnato. In giro c’è molta gente che usa il cervello e che non è rappresentata da nessuno di quelli che si vedono in televisione o che scrivono sui giornali: è importante che esista la volontà di riempire questi vuoti a Sinistra, e Assalti Frontali è appunto un tentativo in tal senso.
A proposito di promozione, come considerate la propaganda al di fuori dei disco e dei concerti? Ad esempio, le trasmissioni TV più o meno stupide o i maxi-raduni tipo quello del 1 Maggio.
Andremo dove ci sentiremo a nostro agio e dove riterremo di poterci presentare in modo coerente con ciò che siamo: la televisione non è un blocco monolitico. Finora, pur muovendoci nell’underground, siamo riusciti a far sentire la nostra voce, e abbiamo intenzione di continuare: sta uscendo un video che rappresenta appieno sia noi che l’album e stiamo occupando le riviste con la nostra presenza. Non abbiamo deciso nulla, anche perché non se n’è presentata l’occasione: in realtà la BMG ci avrebbe voluti al 1 Maggio di quest’anno, ma visto che Banditi non era pronto intervenire ci sarebbe parso forzato.
In generale, la televisione non presenta la realtà ma una sua versione quasi sempre filtrata e/o distorta. Per chi come voi punta tutto sul messaggio si tratta di una pesante incognita.
Sì, è ovvio. Accetterei certe situazioni solo allo scopo di far conoscere l’esistenza di Assalti Frontali, ma tenendo ben presente come i media banalizzano ogni discorso. Però io invito la gente a non fidarsi dei media, e il mio giudizio su chicchessia non è determinato da ciò che posso leggere o sentire in TV e in radio: è vero che tocca all’intervistato spingere la gente ad approfondire, ma se c’è chi valuta una persona o un artista solo sulla base di una battuta più o meno infelice pronunciata davanti a un microfono… beh, il problema è suo.
Spostiamoci sul piano artistico: i dischi marchiati Assalti Frontali, pur se sempre riconoscibili come “vostri”, continuano ad essere abbastanza diversi l’uno dall’altro. Banditi prosegue la tradizione, ribadendo che alla base della vostra creatività c’è più un’idea che non uno stile.
Sì, è esattamente così, e magari lo “stile” di Assalti è proprio questo: la musica è vista come veicolo emozionante per far viaggiare le parole. È stato importante che Terra di nessuno fosse in quella maniera, così come Conflitto con i Brutopop e adesso Banditi con Ice One. In generale, il nuovo album è un film vissuto sulle strade e sulle piazze delle periferie, sia di Roma che di qualsiasi altro luogo: Zero tolleranza, pur riferendosi esplicitamente a un episodio di cronaca degli Stati Uniti, propone una questione comune all’intera società cosiddetta civile. Il concetto che pervade l’intero disco è quello della necessità di compiere delle scelte: scelte che magari comportano anche delle perdite, ma che è meglio fare consapevolmente perché altrimenti – come è spiegato in Va tutto bene – c’è qualcun altro che comunque le fa per te.
E il lupo raffigurato in copertina?
Rappresenta l’anima vitale e combattiva che alberga in noi: quella dell’animale solitario che però vive per mantenere la sua comunità e che si ambienta al meglio nel buio e nella notte: non a caso, gli sfondi più favorevoli alle prospettive di cambiamento. Un animale, per di più, da sempre emarginato e odiato, e pertanto anche lui bandito.
I testi sono stati composti in un lasso di tempo piuttosto breve, ma in essi sembra riflettersi l’intera avventura di Assalti.
La prendo come un complimento. Nelle stesure definitive, a onor del vero, ho puntato a renderli non molto facilmente databili.
Il particolare che diventa universale.
Questo era uno degli obiettivi principali che mi ero fissato. Mi fa piacere sapere che qualcuno ritiene che sia riuscito a raggiungerlo.
C’è anche un’altra impressione: che le tue canzoni si nutrano di sofferenza.
Sì, ma è una sofferenza che ricerco e che mi serve per esorcizzare altre sofferenze. Credo nella comunicazione attraverso le emozioni più forti, che sono anche quelle della sofferenza, e credo che quest’ultima sia ciò che alla fine spinge al cambiamento: finché non si soffre, non si razionalizza quanto sia importante cambiare.
Si parla anche molto di libertà, ma sempre in termini “negativi”: la notte e non il giorno, il nero e non il bianco, il tema del fuorilegge: questo rispecchia una visione pessimistica della realizzazione dell’individuo e quindi della sua libertà?
La mia ispirazione viene dal bisogno di sovvertire l’esistente: traggo spunto da tutto ciò che mette in discussione il presente e l’ordine precostituito, che mi impegno a combattere con ogni mezzo in tutte le sue manifestazioni di potere e sfruttamento. Libertà, per me, significa combattere ogni giorno, anche se questo comporta illegalità.
Quindi entrare in una multinazionale, che incarna questo potere, è un atto punk tipo “entrare nel business per fotterlo”?
Lo abbiamo detto all’inizio: sì, c’è una contraddizione, ma ritengo che le conseguenze positive siano superiori a quelle negative. In questa fase e in questo momento, legarsi a una major serviva a muovere qualcosa: sì, la firma è stata anche un gesto politico.
Avete mai pensato a un piano d’attacco globale, alla Wu-Tang Clan, con vari progetti in diverse major?
In un certo senso lo abbiamo fatto con La Cordata: creare una struttura a più livelli non per entrare nelle major ma per fronteggiarle. Purtroppo in Italia, soprattutto oggi, una strategia del genere non è praticabile, anche perché non esistono venti situazioni davvero valide alle quali far occupare tutte le major. Però, se esistessero le fondamenta, non avremmo esitazioni.
Torniamo alle canzoni. L’originaria rabbia si è in parte spostata su un altro piano: meno esternazioni violente e più sentimento, quasi che il tutto fosse mediato dall’equilibrio della maturità. È un’affermazione errata?
No, ammetto che ho provato a strillare di meno e a dar vita a momenti di comunicazione più consapevole: un qualcosa di meno “scomposto” che partiva sempre dalla sofferenza ma che, pur essendo magari più freddo, risultasse più velenoso. Sono cresciuto, e perciò voglio che anche la mia voce rifletta la mia realtà attuale: una voce più pacata ma sempre decisa, forse con minore interpretazione ma più attenta ad altri aspetti come, ad esempio, le pause.
È stato faticoso trovare le parole giuste?
Sì, ma è stata anche la parte del lavoro che mi ha arricchito di più: sono abbastanza “malato” rispetto al suono delle parole, e metterle l’una dietro l’altra nel modo che ritengo migliore mi impegna moltissimo.
Hai qualche modello, musicale o letterario?
Nulla di prefissato. Però, prima di cominciare a scrivere, mi dedico sempre alla lettura di libri di ogni genere: l’ispirazione fondamentale di Banditi, che mi ha anche aiutato a capire quello che volevo esprimere, è stato Viaggio al termine della notte di Céline: non è casuale che la notte ricorra spesso nei testi e compaia addirittura in tre titoli.
La notte è presente anche nelle basi: il mood è un po’ cupo, seppure con un feeling quasi epico che conferisce alle parole una certa solennità.
Sì, è vero. Alla fine, tra le varie ipotesi proposte da Ice One, si è privilegiato quel tipo di atmosfere. Sono molto soddisfatto delle basi, che oltretutto mi sembra conferiscano a ogni canzone potenzialità “da singolo”… sì, lo so che in bocca a me il termine suona strano.
D’accordo che c’è stato il precedente dei remix, ma il tuo sodalizio con Ice One è abbastanza sorprendente: siete entrambi veterani della scena hip hop capitolina, ma fino a poco fa le vostre posizioni non erano le stesse: approccio politico per te, stiloso per lui.
Con Ice One siamo coetanei, sia di età che di attività: mi ricordo che, all’epoca delle mie trasmissioni a Radio Onda Rossa, alle prime serate hip hop c’era già lui che rappava in inglese. Per anni ci guardavamo un po’ a distanza, eravamo in due mondi paralleli ma ben distinti. In seguito, al termine della grande diatriba autoproduzione-major in cui lui si era tenuto abbastanza in disparte, abbiamo avuto modo di conoscerci: da cosa è nata cosa, e il fatto che in tanti anni non avessimo mai avuto scontri era come un segnale che avremmo dovuto stringere sodalizio: abbiamo prodotto assieme i remix di In movimento, e da lì…
In Banditi c’è impresso il suo inconfondibile marchio di fabbrica: di lui, cosa ti colpisce di più?
Senz’altro la sua abilità nel costruire una base in un’istante: in testa ha una specie di computer, basta fargli ascoltare un testo o sottoporgli un’idea e lui, dai suoi scaffali ingombri di dischi e CD, estrae come per magia la base giusta. Per quella di Banditi sono bastati cinque minuti. A differenza di altri, la sua forza non sono i dischetti pre-preparati ma i dischi veri e propri: forse è proprio questo a rendere la sua impronta così personale.
Avete pensato a collaborazioni esterne?
No. A parte Lou X, che ci ha assistiti in studio fornendoci un utilissimo parere “distaccato” e che ha inserito da qualche parte la sua voce, ci siamo limitati a Sioux – che del resto fa parte di Assalti già da tempo – e a Meron della South Posse, che canta le parti soul in tre pezzi.
La South Posse era uno dei gruppi che avete prodotto nell’ambito de La Cordata. Come pensi si sia modificata, negli ultimi anni, la scena musicale dei centri sociali?
Dopo l’ondata rap la produzione non è stata di alto livello, forse anche perché la politica culturale ha lasciato un po’ a desiderare: non si è prestata grande né alle strutture interne – dare alle band l’opportunità di suonare e crescere – né a quelle esterne, cioé a rendere “vivibili” le varie realtà. Era uno sbattimento continuo, e questo dopo un po’ sfianca.
A un certo punto, comunque, il rap ha cominciato a badare più alla forma che non ai contenuti.
Mah, non so… Forse è così, anche se nei centri sociali ci sono ancora molti ragazzi che si occupano di graffiti e di altre manifestazioni della cultura hip hop. D’altronde, le posse non potevano durare in eterno: alcuni hanno mollato tutto e altri hanno imboccato strade diverse, ma non si deve dimenticare che c’è stato anche il ricambio generazionale. Il rap, però, può ancora dare molto, anche solo in termini di stile.
Prima dicevi che molte possibilità di comunicare non sono state ancora esplorate. Assalti Frontali come si pone nei confronti di Internet?
Confido molto nell’essere parte di una rete: non si possono occupare contemporaneamente tutti gli spazi. Entreremo in Internet, è ovvio, ma anche se adesso non lo stiamo facendo in prima persona siamo in contatto e scambiamo informazioni con gente che è già padrona del mezzo. Ora come ora siamo concentrati sul video: in quello di A 30 miglia di mare si idealizza una radio clandestina, raccontando della possibilità di avere una radio connessa a computer e televisioni tramite la quale inviare istigare al sabotaggio.
Cosa stai preparando, invece, per i concerti?
Ci stiamo riflettendo, ma sicuramente a settembre/ottobre ci sarà un primo giro di date: una sorta di “Radio Assalti”, con gli stessi suoni del disco e qualche soluzione multimediale sullo stile del video. Più avanti l’intenzione è di organizzare un altro giro con i Brutopop, ma tutto è ancora da definire.
Visto che parliamo di futuro: prima o poi, invece di declamare, proverai a cantare?
Vorrei. È una frontiera che mi piacerebbe raggiungere, ma essendo conscio dei miei limiti vocali preferisco procedere a piccoli passi.
Quanto vi ha impaurito l’accorgervi di non essere una realtà non statica ma in continua evoluzione?
Più che impaurirci, ci ha fornito enormi impulsi. Aver lasciato un segno è un motivo d’orgoglio ma anche un peso che fa perdere tempo. E che, peraltro, ti porta a riflettere maggiormente sulle proprie azioni.
Quando hai cominciato con Onda Rossa Posse, immaginavi che in qualche modo avresti avviato qualcosa di storico?
No, assolutamente no. Era davvero, come dice Assalto frontale, “un sasso nello stagno”.
Che effetto ti fa, oggi, riascoltare Batti il tuo tempo?
Non so spiegarlo bene. In ogni caso, un effetto bellissimo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.360 del 13 luglio 1999

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Assalti Frontali

  1. stefano

    Grandi gli assalti e bella serata al cinema palazzo! Batti il tuo tempo, conflitto e un`intesa perfetta tre dischi importanti e come fai notare anche tu dai suoni molto diversi l`uno dall`altro

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