Soap&Skin

Mi capita, ogni tanto, di rileggere a distanza di tempo una mia recensione e scoprirmi a pensare “però, questa mi è venuta proprio bene!”. Di norma, essendo molto severo con me stesso, cambierei almeno qualcosa, ma in rare circostanze – come questa – ciò non accade. Per la cronaca: disco un po’ ostico, ma a mio avviso straordinariamente bello e intenso: se amate le artiste citate come riferimenti, provate ad ascoltarlo.

Soap&Skin copLovetune For Vacuum (PIAS)
La guardi nelle foto promozionali, Anja Plaschg in arte Soap&Skin, a partire da quella conturbantissima utilizzata per la copertina di questo suo album di debutto, ed è istintivo pensare a una seguace fuori tempo massimo del gothic anni ‘80, o al limite a un’eventuale figlia di Diamanda Galas; la sensazione dominante, rafforzata da titoli espliciti quali Thanatos o Marche Funèbre, è infatti quella di un’artista geneticamente predisposta a relazioni (pericolose?) con l’immaginario oscuro, anche e soprattutto a livello di vissuto personale. Non (solo) un gioco estetico, quindi, né tantomeno una posa: piuttosto, una pulsione incontrollabile a dar sfogo al proprio tormento interiore, lasciando che esso – attraverso meccanismi psicologici probabilmente contorti – si trasfiguri in estasi. Insomma, proprio ciò che accade nelle tredici canzoni di Lovetune For Vacuum, effettivo punto di partenza di una carriera che sembra vantare basi solide ma al contempo traguardo di un percorso iniziato già da qualche anno e snodatosi attraverso MySpace, qualche contributo sparso e un EP con quattro tracce fra le quali affiorava la cover di un brano a dir poco impegnativo come Janitor Of Lunacy di Nico.
Ecco, l’amata chanteuse dei Velvet Underground è il primo accostamento plausibile per questa sorprendente ragazzina austriaca di diciott’anni appena, al di là della voce assai meno profonda – quella di Anja è, anzi, fragile e flebile, seppure all’occorrenza dotata di notevole impeto – e dell’assenza dell’harmonium, sostituito dal pianoforte e da (occasionali) trattamenti elettronici. È dunque inevitabile, visto anche come il disco sia avviluppato in atmosfere di aggraziata, cantilenante “antichità”, il rimando diretto al magico White Chalk di PJ Harvey: un’analogia che si suppone dovuta a influenze in comune e che si lega, per via di evidenti affinità di approccio canoro e di timbrica, a quella con la Cat Power degli esordi. Questo, in sintesi, il quadro sonoro dipinto – con colori foschi e lividi, per chi non l’avesse ancora capito – nei quaranta minuti circa di Lovetune For Vacuum: una dolce apocalisse nella quale è facile smarrirsi, quasi travolti dall’emotività assieme carezzevole e lacerante che viene distillata in trame scheletriche (ehm…) e avvolgenti nonché in parole altrettanto dotate della capacità di insinuarsi fra le pieghe del cuore, della mente e della coscienza. Non è una recita, quella di Anja, non è un’operazione arty allestita per darsi un tono maledetto: è invece – e se non lo fosse, complimenti per l’abilità nel renderla credibile – una doverosa, sofferta dichiarazione di inquietudine esistenziale, una spontanea e incontenibile reazione catartica a un mondo che – specie per quanto riguarda adolescenti e post adolescenti – vorrebbe imporre solo canoni rassicuranti alla Amy MacDonald o trasgressioni “pilotate” alla Avril Lavigne. Al contrario, Soap&Skin non ha alcuna paura di calarsi nel vuoto che cerca di inghiottirci tutti, e di sfidarlo dedicandogli queste “canzoni d’amore”, emergendone pura come un angelo (sterminatore?). E spiazzando, tanto per il coraggio dimostrato nell’affrontare l’abisso quanto per la profondità e la (tenebrosa) limpidezza dell’ispirazione infusale dalla discesa.
Già, l’ispirazione. Perché, pur nella piena consapevolezza che taluni le troveranno troppo lente, opprimenti, autocompiaciute e magari noiose, è molto difficile non accorgersi di come essa pervada ogni attimo di queste intense “filastrocche dark” sospese in una dimensione che non è né rock, né pop, né folk né avanguardia, rendendole – assieme al sentimento che le nutre e le scuote, sommessamente – piccoli capolavori di bellezza. Durano in media tre minuti e non ce n’è una sola alla quale si rinuncerebbe, a smentire la regola che vuole la maggioranza dei nuovi dischi composti da riempitivi e la massima parte dei nuovi artisti mestieranti con (forse) un’unica idea e spesso nemmeno buona. Probabilmente è ancora presto per festeggiare la nascita di una stella destinata a brillare a lungo, ma non per salutare uno degli album dell’anno. Anche se Lovetune For Vacuum cancella l’attesa primavera e immerge in un altro autunno.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.658 del maggio 2009

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