Baustelle

Domani, 3 dicembre, sarà di nuovo disponibile nei negozi La moda del lento, il secondo album dei Baustelle uscito in origine dieci (abbondanti) anni fa e da molto reperibile (a caro prezzo) solo nel circuito del collezionismo. Se il disco d’epoca era quasi un’autoproduzione, questo sospiratissimo recupero – in CD e, per la prima volta, in vinile – è marchiato della Sony: non è stata purtroppo approntata un’edizione “estesa” come per il debutto Sussidiario illustrato della giovinezza ma, insomma, non mi pare il caso di lamentarsi.
Non mi sarebbe dispiaciuto celebrare il piccolo evento con il recupero della mia recensione del 2003, ma dalla ricerca in archivio è emerso un dato inatteso: in tempo reale, su La moda del lento non ho scritto una sola riga. Bizzarro, considerato quanto avessi amato l’esordio e come, gestendo ben due riviste (Mucchio e AudioReview), non mi sarebbe certo mancato il posto dove farlo. Interrogandomi sul perché mi fossi astenuto dall’occuparmene, ho realizzato che si tratta dell’album dei ragazzi che conosco meno, cosa spiegabile solo con un iniziale (e pur parziale) “non apprezzamento” che, consolidandosi come giudizio acquisito, mi ha portato a trascurarlo. Riascoltandolo oggi, credo di aver ricostruito tutte le dinamiche: i Baustelle de La moda del lento non erano più “sorprendenti” come quelli del Sussidiario, e benché fossero notevolmente maturati non avevano ancora acquisito l’autorevolezza stilistica dei lavori seguenti, privilegiando oltretutto una scrittura che, per il mio gusto, era forse un po’ troppo morbida. Un disco “di transizione”, quindi, nei confronti del quale avrei magari dovuto essere più indulgente quantomeno per la presenza di numerosi gioiellini, a partire da La canzone di Alain Delon per arrivare a EN, Reclame, Love Affair o Arriva lo yè-yè; che non fosse di fatto in circolazione in forma fisica era uno scandalo, e che ci sia tornato è senza dubbio una bella notizia.
Non essendoci materiale a mia firma di quei giorni lontani, ecco allora un’intervista “di spessore” che realizzai nel 2008, poco prima della pubblicazione del quarto album, Amen. Non fosse stato per qualcuno che si impuntò a favore delle Sick Girls, argomento privo di senso che consentiva però di usare l’immagine di una fanciulla con le tette al vento, Bianconi e compagni avrebbero anche avuto la copertina del Mucchio.

Baustelle fotoPiccolo mondo moderno
Otto anni dopo il Sussidiario illustrato della giovinezza che ne rivelò personalità e talento, i Baustelle sono probabilmente la realtà più in ascesa della scena nazionale fiorita nel circuito indie degli anni ‘90, e vari segnali dicono che il loro quarto album Amen – dal 1 febbraio nei negozi – sarà quello della definitiva consacrazione. Nell’attesa degli eventi, ci siamo fatti aiutare da Francesco Bianconi a dipingere un ritratto a 360 gradi della sua band. Coloratissimo.

* * *

La nostra rivista ha un legame speciale con i Baustelle, da quando il loro Sussidiario illustrato della giovinezza conquistò – di un soffio su Fever In The Funk House dei Julie’s Haircut – la terza edizione di quel “Premio Fuori dal Mucchio” che assegniamo al miglior album d’esordio, a parere del nostro staff, dell’anno discografico. Proprio in occasione della consegna della targa-ricordo al M.E.I. conobbi Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, che del gruppo “storico” – formatosi attorno alla metà dei ‘90 a Montepulciano, in Toscana – sono oggi i soli superstiti. Benché già dotato di un certo carisma, Francesco era poco più di un ragazzino, timido e impacciato di fronte alle attenzioni che gli venivano rivolte; e un po’ fuori posto, nonostante la maturità e i tanti consensi lo abbiano certo reso più autorevole, sembra ora che ha aggiunto al suo curriculum altri tre album, un’infinità di concerti, un contratto con la Atlantic/Warner e un bel successo come autore conto terzi (Bruci la città di Irene Grandi porta la sua firma). Lo dicono il tono della voce, la sicurezza con la quale – pacatamente, perché lui è fatto così – risponde alle domande, lo spessore delle sue argomentazioni; non è più, insomma, la controfigura provinciale di Jarvis Cocker e, a quanto pare, ha centrato il difficile obiettivo – “build the modern chansonnier” – cui nel testo de Il musichiere 999 rivelava di aspirare. Nell’apertura di quello stesso brano del Sussidiario dichiarava anche “voglio essere Gainsbourg”, e siamo tutti davvero curiosi di scoprire se – ovviamente, mutatis mutandis – ce la farà.
Fino a prova contraria, avete realizzato un altro album “a tema”. Non riuscite proprio a non essere concettuali…
Non c’era alcuna volontà, in tal senso, ma alla fine Amen è forse il più concept dei nostri dischi. E dire che a livello di provini mi sembrava schizofrenico e fin troppo denso, nei testi così come nelle musiche. Una volta terminato il lavoro, mi sono reso conto che il quadro globale era focalizzato sulla società occidentale moderna, in modo ancor più critico e crudo rispetto a La malavita.
Un effetto collaterale dell’approfondimento del tuo rapporto con Milano, dove vivi ormai da qualche anno?
Senza dubbio la metropoli ha ampliato i miei orizzonti, fornendomi molti più spunti: per scrivere una canzone parto sempre da ciò che vedo e che mi succede, e Milano – la nostra città più europea – è un perfetto specchio dell’alienante realtà di questi brutti tempi. Parto da quello che vedo tutti i giorni, ma il discorso vale per l’intera Europa, gli Stati Uniti e tutti i paesi colonizzati da un sistema basato solo sul denaro, sull’individualismo sfrenato, sulla prevaricazione del prossimo, sulla difesa dei propri orticelli… non-valori che da noi, a mio avviso, hanno preso ulteriormente piede con l’ascesa televisiva e politica di Berlusconi.
Tutto vero. Però anche voi fate parte di questo sistema, e per di più come “prodotto”.
Infatti questo è il dilemma che continua ad angosciarmi. So che in fondo non posso o non voglio fuggire dallo status quo, come la protagonista de Il liberismo ha i giorni contati. So che sono un frutto del capitalismo, ma sono rincuorato – sul piano filosofico, esistenziale –  dalla scelta di portare avanti il mio mestiere in modo mai davvero rassicurante: mi piace il ruolo della serpe in seno, mi piace spargere piccoli germi che, magari, possono aprire spazi di analisi e riflessione. Non sarà granché, ma è il miglior metodo di sopravvivenza che ho trovato. Benché ci vengano continuamente inculcate mille paure, in quest’epoca dominano le certezze illusorie ma tranquillizzanti… e dunque ci adagiamo, ci impigriamo e subiamo quello che ci viene proposto, a ogni livello. Per capirci, io ritengo che l’idea di “bellezza” di un quindicenne di oggi sia molto più vicina a una donna nuda su un cartellone pubblicitario che a un’opera di Michelangelo. Nelle canzonette mi piace destabilizzare buttandoci dentro cose che possano dare “fastidio”.
Ma a te il “messaggio” dei Baustelle sembra diretto e comprensibile?
A me sembra di essere chiaro, e comunque aspiro a essere capito: non mi metto apposta a cercare parole difficili, per destabilizzare serve essere più bravi. Poi, se non mi si capisce, pazienza: del resto, le canzoni che preferisco sono quelle dal significato un po’ nebuloso.
I vostri testi sono pieni di nomi e riferimenti: un citazionismo “colto” per certi versi affine a quello del Battiato pop.
Adoravo il Battiato pop, la cassetta de La voce del padrone – a casa mia non avevamo il giradischi – è stata uno degli ascolti fondamentali della mia infanzia. Nei dischi da L’era del cinghiale bianco in poi dominava in effetti questo gioco un po’ postmoderno della citazione e del collage di versi e parole… e funzionava, perché chiunque canticchiava quei brani con i loro messaggi “strani” incastrati in motivetti orecchiabili. A un primo livello magari non succedeva nulla, ma credo che in seguito siano stati in parecchi a domandarsi cosa fosse, ad esempio, quello “shivaismo tantrico di stile dionisiaco” che tutti ripetevano a pappagallo. A parte Battiato, credo c’entrino anche i miei studi di semiotica all’università: mi piacciono i calembour e mi vengono abbastanza naturali, non è che stia a pensarci più di tanto. E sarà pure un risvolto del mio essere onnivoro per quanto riguarda letture, ascolti, visioni: adoro entrare in mondi non “miei” e uscirne portandomi dietro qualcosa di interessante.
Ho notato, soprattutto in Antropophagus ma anche altrove, un’attenzione speciale per emarginati, disadattati, non omologati. Sbaglio?
In una città come Milano, che vorrebbe identificarsi con il benessere, i “non allineati” si notano di più. Almeno, li noto io, dato che al mio paese non se ne incontravano. Raccontarli mi risulta inevitabile, in quanto mi colpiscono, mi toccano, mi commuovono.
Vedi pure del romanticismo, in queste figure di “perdenti”?
Non sono abituato a un barbone che dorme per terra nella metropolitana, con migliaia di persone che gli passano accanto come se fosse normale che lui stia lì. Vedendolo penso a lui, al suo dolore di uomo, a come si può essere ridotto così. È la sindrome “da narratore”, suppongo: detto in maniera molto cinica, sono figure romanticamente belle. Chi soffre ha in sé più poetica di chi è felice.
Pur trattando di questioni profane, Amen sembra avere – a partire dal titolo – un retrogusto di sacralità, e tu stesso hai parlato di una tua ricerca pasoliniana di un dio, pur essendo ateo. Su questa faccenda così complicata, quanto sei lucido e quanto, al contrario, “confuso” nel senso buono del termine?
I testi di Amen sono venuti fuori in appena un paio di mesi, e quando si scrive tanto in poco tempo è normale che alcuni spunti ricorrano. Mi sono accorto della presenza di parecchie parole legate alla sfera del sacro, e il titolo è derivato da lì. Sono ateo ma, come quasi tutti in Italia, ho avuto un’educazione cattolica: forse mi è rimasto dentro un qualche tipo di trauma, e quindi l’idea di dio mi tormenta un po’. In più, compiendo una specie di autoanalisi, mi sono accorto che dai testi emerge una visione di dio non romanzata, una spinta verso qualcosa che è al di sopra della situazione di fango e negatività spesso descritta in ciò che compongo. È qui che scatta la confusione: in Baudelaire canto di “tendere all’infinito”, ma non so bene cosa voglio dire.
Nei testi, specie nel singolo Charlie fa surf, traspare anche il vostro solito, forte legame con il mondo giovanile, solo che tu hai smesso ormai da un bel pezzo di essere un post-adolescente. Come la mettiamo?
Non mi immedesimo in Charlie. Il pezzo è un ritratto, da parte di uno che giovanissimo non è più, di questi individui fatti in serie, in apparenza trasgressivi ma stereotipati. Charlie è una caricatura: preferisco essere cinico piuttosto che cercare di risultare credibile calandomi nei panni di un ragazzino. Mentre scrivevo le parole pensavo ai Ramones, la storia della mazza da baseball è un omaggio a Beat On The Brat. I loro testi semplicissimi – in apparenza monolettura – sono ricchissimi di ironia e provocazione. A me pare abbastanza ovvio che quella nei confronti di Charlie sia a tratti una presa in giro.
L’occhio in copertina, invece, è un tributo ai La’s?
No… fino a poco fa non sapevo cosa avesse in copertina quell’album così seminale per il brit-pop, avevo solo la cassetta registrata. Quindi, è stato un omaggio accidentale, che peraltro ci va benissimo. Come immagine di Amen volevamo un simbolo di purezza che contrastasse un po’ con certi contenuti del disco, e l’occhio – di Rachele – era perfetto allo scopo.
Tra i pezzi finora non menzionati mi ha sorpreso Alfredo, a proposito di una vicenda di cronaca del 1981: un bambino cadde in un pozzo artesiano e i tentativi – purtroppo vani – di salvarlo furono trasmessi in diretta TV per ore e ore. Come ti è venuta l’idea?
Ero coetaneo di Alfredino, quando accadde, e seguendo la vicenda sul piccolo schermo non avevo il minimo dubbio che sarebbe stato salvato. Il tragico epilogo mi ha fatto capire per la prima volta come la vita potesse essere dura, violenta e nera: è stata un’epifania, e la cosa incredibile – vista con il senno di poi – è che era arrivata attraverso il televisore. Avevo però rimosso tutto, finché l’episodio non è improvvisamente riaffiorato ascoltando una musica che avevo composto assieme. Quel brano mi fa un po’ male, e infatti se metto su il CD tendo a skipparlo.
Il citazionismo riguarda anche la musica, dal pop “alto” alla Gainsbourg alla dance un po’ coatta. È solo un gioco o c’è dietro qualcosa di serio, di “culturale”?
Entrambe le cose. Ascoltiamo tutti musiche diversissime, e credo che sia scontato che queste in qualche modo rientrino in quel che facciamo. La creazione è un meccanismo strano. Il “cazzeggio”, comunque, è volontario, come nella coda di Antropophagus: lì si parla di cannibalismo, in maniera visionaria, e ci siamo divertiti a usare la stessa batteria elettronica della colonna sonora di Cannibal Holocaust. Questo comportamento ludico rientra perfettamente nel discorso estetico-musicale dei Baustelle.
Ho l’impressione che nel vostro stile i ‘60 e gli ‘80 siano più presenti dei ‘70 e dei ‘90. Questi ultimi due decenni vi interessano meno?
Dici? Nel nostro immaginario i ‘70 sono molto più importanti degli ‘80, che sto approfondendo e scoprendo solo adesso: ora trovo che i Depeche Mode fossero grandissimi autori di canzoni, ma allora non mi dicevano granché… li giudicavo poveri e finti. Ai tempi mi piacevano cose più chitarristiche, Smiths e R.E.M., oltre a Battiato e ai cantautori. E anche i ‘90 per me sono stati una goduria, con il grunge e il ritorno dei chitarroni. Evidentemente, come dicevamo prima, nel processo creativo c’è qualcosa di irrazionale e incontrollabile che va per i fatti suoi.
In generale, comunque, non sembrate voler fissare paletti di genere.
Una delle cose più belle dell’essere musicisti è la sensazione di potere immenso. Se si hanno a disposizione tutti i colori, perché non usarli? Non ci poniamo limiti ideologici: tutti i colori sono buoni se riesco a piegarli al mio stile, alla mia espressività, al mio messaggio.
Una delle armi vincenti di Amen, anche al confronto con La malavita, è il più massiccio utilizzo di due voci, come ai tempi di Sussidiario. Non vuole essere una critica a te, ma avete capito che sacrificare Rachele era stato un errore?
È molto maturata come compositrice: ha scritto cose ottime e in quantità maggiore, ed è giusto che sia lei a cantarle. Ti dirò, non vedrei nemmeno male un disco di Rachele e i Baustelle, tipo Velvet Underground & Nico: mi stimola parecchio comporre testi per una donna, calarmi per un attimo in panni diversi. Però hai ragione: in coppia guadagniamo in personalità, viste le nostre timbriche inusuali e, se vogliamo, complementari.
Nell’album ci sono tanti ospiti e una ricerca sonora quasi maniacale. Questo è il risultato di… cosa?
Della preproduzione al computer. Il disco è nato senza che avessimo mai provato assieme: era tutto nel mio computer in versione “finta”, seppur definito in ogni dettaglio. Date le infinita possibilità a disposizione, il computer tende a rendere massimalisti, con i rischi che ciò comporta. Anche gli ospiti sono una conseguenza del metodo di lavoro: bisognava decidere a chi affidare le parti arrangiate al computer, e così quando siamo entrati in studio per registrare per davvero – perché ci premeva che le canzoni suonassero “autentiche” e non sintetiche – abbiamo dovuto coinvolgere un’orchestra di archi più ampia di quella de La malavita, una sezione fiati, un’arpista. Però abbiamo coinvolto musicisti funzionali ai pezzi, non ci importava il nome per fare scena: preferivamo eccellenti artisti-artigiani come Alessandro Alessandroni, che abbiamo raggiunto a casa sua a Viterbo, o Mulatu Astatke, che invece abbiamo fatto venire a Torino dall’Africa. Oppure una giovane, ma di talento e determinazione tutt’altro che comuni, come Beatrice Antolini.
Poteva venir fuori un pastrocchio dispersivo e invece è il vostro lavoro più coeso, e paradossalmente – visto dall’esterno – il più “di gruppo”: Baustelle, e non solo “Bianconi e gli altri”.
È paradossale, dato che il suo input è stato solitario, ma è proprio così. Bianconi c’è, e tanto, ma i Baustelle sono e rimangono un’entità collettiva. Non mi ci immagino proprio, a fare il solista.
E dal vivo cosa accadrà?
Saremo in sette, tra i quali un polistrumentista per cercare di ricreare le orchestrazioni. Siamo costretti a riarrangiare tutto: riproporre sul palco il disco identico sarebbe stato impossibile perché troppo costoso, e forse anche poco stimolante per noi e il pubblico.
Non pensi che qualche “eccesso” ci sia pure nella scaletta, troppo lunga?
Sono d’accordo con te. Ci siamo posti il problema e alla fine ha vinto la megalomania, il piacere di realizzare qualcosa di “monumentale” che negli anni del vinile sarebbe stato il classico “doppio”. Ha influito anche la paura che i dischi e le compagnie discografiche così come li concepiamo moriranno presto. La conclusione è stata “buttiamo dentro tutto quel che c’è”… Ma poi abbiamo comunque lasciato fuori parecchie cose.
Non faccio fatica a crederci, vista la tua prolificità come autore. A proposito: come ti ha cambiato, royalties SIAE a parte, il successo di Bruci la città?
Sotto il profilo dell’approccio: io rimango piuttosto insicuro, uno di quelli che cercano conferme anche quando non ce ne sarebbe bisogno, e l’exploit mi ha fatto comprendere che magari, in parallelo ai Baustelle, potrei fare l’autore per altri, una cosa che mi sarebbe sempre piaciuta. ma che da sconosciuto non è affatto facile realizzare. Ora è successo e ne sono felice, oltre che stupito: pensavo che Bruci la città fosse un buon pezzo, ma non credevo avesse questo potenziale “da tormentone”.
Sarai richiestissimo, adesso.
Sì, sto vagliando le varie possibilità. Ho sempre detto che scrivere per tutti, anche se lontani da me come Irene Grandi, sarebbe una bella sfida, ma all’atto pratico mi sono reso conto che è importante fare una cernita e farla con cura.
Dimmi un po’, ma quest’anno avete cercato di partecipare a Sanremo?
No, e alla Warner non hanno nemmeno esercitato pressioni in tal senso. Da un po’ di anni il Festival non mi piace per nulla, e oltretutto trovo che non porti i grandi benefici promozional di un tempo: è più una sorta di carrozzone mediatico fine a se stesso. Ora come ora non ci andrei: con tutto il rispetto per chi compie scelte differenti, vedo i Baustelle tra quelli che non ci vanno, come ad esempio i cantautori alla Fossati o alla Capossela. Però magari, se un giorno sarà solo uno sfizio senza secondi fini, potrei anche dire “massì, facciamo Sanremo”.
Considerando il tuo amore per la parola e il tuo look, ci sono altri due sfizi che potresti toglierti: scrivere un libro e recitare. Come la vedi?
In verità un editore mi ha già proposto un libro, e così nei ritagli di tempo ho iniziato a buttar giù un po’ di racconti. Procedo a rilento ma ci sto provando, benché – in linea di massima – mi sia piaciuto ben poco di quello che hanno firmato i miei colleghi cantanti. Una bella eccezione sono i due lavori di Federico Fiumani, che riesce a essere rock’n’roll anche come scrittore. La recitazione no, almeno come attività stabile, ma se qualcuno mi proponesse un piccolo ruolo accetterei volentieri: credo che mi divertirei tantissimo.
Hai “inquadrato” il fan-tipo dei Baustelle al punto di farne una specie di identikit?
A grandi linee, le categorie sono tre: quelli pre-La malavita sono per lo più superappassionati di musica, universitari intellettuali intelligenti e cultori delle stranezze persino peggio di noi. Poi, i teenager che ci apprezzano per la nostra vena più rock. Infine, i trenta/quarantenni che vedono in noi un’evoluzione dell’espressione cantautorale.
Chiudiamo con una (mezza) facezia, via: a quale film assoceresti Amen?
Lo vedo molto pasoliniano. Potrebbe essere Uccellacci e uccellini, o Il Vangelo secondo Matteo.
Come, in bianco e nero?
Se fosse a colori, sarebbe senz’altro Salò.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.643 del febbraio 2008

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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Baustelle

  1. backstreet70

    Ricordo che parlasti bene ma non in maniera entusiastica del demo che mandavano in giro (prima ancora della pubblicazione di sussidiario). Lo ricordo perchè al tempo facevo una cernita dei vari demo mandati alla mescal e questi li misi tra le tre cassette (su circa trecento e più) che consideravo di valore.

  2. dario

    anche la coscia di rachele sarebbe stata attraente eh! 😀

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