Korn

Oggi non è granché popolare presso il pubblico alternativo, ma più o meno fra i venti e i quindici anni fa il cosiddetto nu metal – quello che all’inizio veniva definito crossover – era considerato da molti più o meno il massimo della vita. Col passare del tempo il genere ha perso mordente, ma non ho nessuna remora a confessare di amare tuttora – e reputare ottimi – parecchi titoli presenti nelle discografie di gruppi come Korn, Deftones, System Of A Down o Slipknot. Fui dunque molto contento, quando la band era ancora sulla cresta dell’onda sia artisticamente che sotto il profilo commerciale, di poter intervistare il leader dei Korn, dei quali avevo appena recensito con entusiasmo il vendutissimo terzo album.

Korn copFollow The Leader (Epic)
Follow The Leader, cioé “seguite il capo”: un capo che, come dichiarato tra il serio e il faceto dal cantante e leader del gruppo Jonathan Davis, ha le fattezze non molto rassicuranti di quel mostro a cinque teste chiamato Korn. Sempre più a loro agio nei panni di alfieri del crossover a 360 gradi, che mantiene i suoi storici, saldi legami con il rock’n’roll ma che non ha paura delle contaminazioni con l’elettronica o il rap, i cinque californiani proseguono decisi il cammino avviato con l’omonimo, furibondo esordio (1994) e proseguito con il più maturo Life Is Peachy (1996), giungendo alla prova spesso cruciale del terzo album con la piena consapevolezza del proprio spessore stilistico e la ferma convinzione di potersi spingere ancora più oltre. Magari anche, parafrasando uno dei più celebri motti di Star Trek, “dove nessun musicista è mai giunto prima”.
Contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, Follow The Leader non risente affatto dei problemi di produzione che ne hanno funestato (e prolungato) le session di studio. Omogenea nella sua varietà di temi e strutture, la nuova fatica dei Korn si snoda efficacemente attraverso tredici episodi di grande impatto fisico e cerebrale, ora all’insegna della consueta ferocia e ora aperti a soluzioni meno violente e abrasive (ma che nessuno, per favore, si azzardi a parlare di pop-Korn). C’è spazio per tutto, dal boogie delirante di It’s On agli scontri verbali con Fred Durst dei Limp Bizkit in All In The Family, dagli insoliti duetti con Ice Cube di Children Of The Korn al crudo assalto di Freak On A Leash, in un torbido intreccio di visioni e tensioni – orchestrate con minacciosa solennità dallo sciamano Davis – che ben si prestano a fungere da soundtrack ai giorni sempre più convulsi e drammatici che ci separano dall’alba del Terzo Millennio. Per trovare qualcosa di pari autorevolezza apocalittica bisogna tornare indietro fino ai primi anni ‘80, quando una band inglese chiamata Killing Joke, purtroppo mai abbastanza apprezzata, proponeva canzoni cupe e inquietanti delle quali i Korn sembrano oggi avere rinvigorito l’essenza con un linguaggio naturalmente moderno; un brano del secondo album dello “scherzo che uccide”, datato 1981, si intitolava Follow The Leaders: da buon romantico, mi piace credere che non si tratti solo di una singolare coincidenza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.317 del 1 settembre 1998

Korn foto

Il carisma del capo
Raggiunto telefonicamente in quel di Los Angeles, Jonathan Davis sembra particolarmente euforico: non certo per l’incontro a distanza con lo sconosciuto giornalista italiano, ma perché la lavorazione di Follow The Leader, il terzo album di quei Korn di cui è cantante e immagine, è finalmente giunta al termine dopo settimane e settimane di assortite vicissitudini. A seguire il folgorante debutto omonimo e il meno sconvolgente ma sempre straordinario Life Is Peachy, il quintetto californiano si è ora ripresentata sul mercato con un’opera che non si adagia sugli allori ma che al contrario, senza peraltro rinnegare le coordinate di base della formula Korn, cerca con successo di ampliarla e arricchirla, estremizzandola ulteriormente e nel contempo accentuandone la (perversa) accessibilità. Che meritino o meno la qualifica di condottieri dell’orda crossover della quale non si sono fatti scrupolo di auto-investirsi, Davis e compagni sono una realtà ormai più che importante, con la quale il rock proiettato verso il terzo millennio non può davvero esimersi dal fare i conti: qualsiasi cosa riservi il futuro, sarà difficile pentirsi di averli seguiti nel loro tortuoso e accidentato percorso.
Dimmi la verità: All In The Family, con il suo esteso campionario di espressioni triviali, vuole essere un perfetto singolo pop.
Magari, senza tutte quelle parolacce… Ho scritto e interpretato la canzone assieme a Fred Durst dei Limp Bizkit, e l’idea, certo non nuova ma sempre efficace, era quella di un vero e proprio scontro verbale: siamo uno di fronte all’altro e ci insultiamo ferocemente. Non credo verrà molto trasmessa alla radio, ma confidiamo nel fatto che diventerà un’hit nelle discoteche non solo alternative: tra l’altro, di quel pezzo sono stati realizzati vari remix.
Con Ice Cube, in Children Of The Korn, le cose vanno invece in tutt’altra maniera.
Lì non c’è una contrapposizione, ci limitiamo ad alternarci nel declamare i versi; si tratta di una canzone abbastanza particolare, molto spigolosa… manca il ritornello, e dal punto di vista musicale accosta i breakbeat dell’hip-hop classico alle chitarre di scuola new wave anni ‘80. È diversa da All In The Family, ma non le è inferiore per forza di impatto.
Una delle vostre sfide è quella di ibridare il rock’n’roll con il rap. A quale di queste due filosofie sonore va la tua preferenza?
Ad entrambe, davvero. Magari potremmo discutere sui singoli artisti, ma in termini assoluti nessuno dei due generi mi stimola più dell’altro: sia nelle interpretazioni, dove cerco quanto più mi è possibile di mischiare le carte, e sia negli ascolti di dischi altrui.
Pensi sia corretto affermare che con il nuovo album i Korn abbiano sviluppato qualcosa di inedito rispetto al loro stile abituale?
Non ci sono stravolgimenti, ma c’è sicuramente un certo progresso soprattutto nell’uso della tecnologia e del lavoro sui suoni. Abbiamo cercato di muoverci in nuove direzioni, ma nello stesso tempo non abbiamo voluto nuocere alla riconoscibilità del nostro suono.
Il licenziamento di Steve Thompson, il produttore con cui avevate iniziato le registrazioni, significa che le cose non stavano funzionando bene in questo senso?
Steve è un produttore di grandi capacità, e finché abbiamo lavorato alla stesura dei brani e alla pre-produzione non sono sorti problemi. Le complicazioni sono arrivate dopo, quando durante le session di incisione abbiamo rilevato notevoli divergenze di vedute su cosa andasse bene e cosa no, e quindi interrompere il rapporto è stata la soluzione più logica. Non è una faccenda di torti e ragioni, è solo che alcune persone non legano bene tra loro e non è possibile obbligarle a farlo. Tra l’altro i contrasti maggiori riguardavano il canto, e non a caso dopo l’uscita di scena di Steve ho rifatto tutte le mie parti vocali.
Follow The Leader mi dà l’idea di essere aperto verso più direzioni e meno “monolitico” al confronto con i suoi predecessori.
È come ti dicevo prima: avvertiamo il desiderio di andare avanti e di sperimentare altri orientamenti musicali. Magari di certe modifiche di indirizzo si accorgeranno solo i fan più attenti, ma credo che, almeno in alcuni pezzi, si respiri un differente tipo di feeling.
I Korn hanno aperto nuove strade alla contaminazione tra r’n’r e tecnologia, e la loro esposizione su vasta scala ha portato alla nascita di un gran numero di “cloni”. Tu come vedi questa situazione?
A livello istintivo mi sento gratificato del fatto che altri musicisti trovino quello che suoniamo così valido e interessante da utilizzarlo come fonte di ispirazione; ragionandoci su, però, penso che le imitazioni troppo fedeli non siano costruttive, né per la scena in generale e né tantomeno per chi le realizza. Se noi ci fossimo limitati a copiare qualcun altro, oggi non saremmo certo arrivati dove siamo.
Cioé al punto di poter intitolare un album Follow The Leader, lasciando chiaramente intendere che il “capo” a cui accodarsi è proprio la band. Non ti sembra che in questo atteggiamento si possa leggere una certa presunzione, se non addirittura arroganza?
Forse sì, ma non mi importa. Naturalmente non pretendiamo che il nostro invito sia raccolto da chiunque, ma ci tenevamo a sottolineare come i Korn credano in se stessi e vogliano seguire solo le proprie idee e la propria attitudine.
E le vostre idee e la vostra attitudine vi hanno spinto a realizzare un disco più maturo e policromo ma anche più “commerciale”. Si è trattato di una scelta consapevole?
No, no. Magari la colpa, se così si può dire, sarà della produzione più curata e dei suoni migliori. Noi traduciamo in musica quello che sentiamo dentro, il nostro scrivere canzoni non è finalizzato a conquistare spazi radiofonici. Capisco che a tratti Follow The Leader possa sembrare meno ostico di Korn e Life Is Peachy, ma considerando il comune significato del termine “commerciale” in America mi sorprende un po’ sentirlo accostato ai Korn.
Siete da sempre molto interessati alla pratica del remix. Non è strano affidare ad altri le proprie canzoni perché le modifichino a loro piacimento?
Secondo me bisogna andare oltre questo concetto, superare l’idea che quella sia la tua canzone: in molte circostanze, se non fosse per la mia voce, i Korn non si riconoscerebbero nemmeno. Qualche volta tali operazioni ottengono effetti nulla più che bizzarri, qualche volta i risultati lasciano a desiderare, qualche volta servono a suggerire buone idee da sfruttare in futuro.
Anche se non è esattamente un argomento di attualità, cosa puoi dirmi della vostra partecipazione in coppia con i Dust Brothers alla colonna sonora di Spawn?
È stato divertente. Abbiamo consegnato le nostre registrazioni ai Dust Brothers, che ci hanno lavorato su e ce le hanno restituite affinché io ci aggiungessi la voce. Infine, loro si sono occupati del mixaggio. Per quanto il procedimento possa apparire macchinoso, tutto si è risolto in pochissimo tempo.
Ci sono stretti rapporti tra voi e Spawn? Su uno degli ultimi numeri del fumetto sono state anche pubblicate delle vostre foto.
Il personaggio ci piace, ma a piacerci ancora di più è il suo autore Todd McFarlane (in assoluto l’uomo più osannato del fumetto USA, dall’inizio dei ‘90, NdA). Siamo stati entusiasti che abbia accettato di disegnare la copertina di Follow The Leader.
I grandi consensi ottenuti da Life Is Peachy ti hanno messo parecchio sotto pressione.
Sì, e questo tipo di stress è l’unica seria controindicazione della carriera di musicista di successo. Realizzare Follow The Leader è stato particolarmente faticoso, e solo ora che il lavoro è terminato sto iniziando a rilassarmi. Non mi pronuncio riguardo alle possibili vendite, ma sono sicuro che il pubblico dei Korn non rimarrà deluso, specie assistendo ai prossimi concerti.

* * *

Quanto prima, Jonathan Davis avrà modo di sfogare catarticamente sul palco le tensioni accumulate in questi ultimi mesi: il 22 settembre, a Rochester, i Korn daranno infatti il via alla lunga tournée promozionale di Follow The Leader, che li vedrà headliner di un agguerritissimo plotoncino di artisti comprendente Ice Cube, Limp Bizkit, Orgy (il primo ingaggio dalla Elementree, etichetta legata alla Reprise che fa capo alla stessa band) e Rammstein (che all’ultimo minuto hanno sostituito Rob Zombie). Il titolo del tour, “Family Values”, suona doppiamente ironico: sia per la musica proposta, senza ombra di dubbio tra quelle che più terrorizzano il genitore cosiddetto benpensante, e sia perché i componenti dei Korn, nonostante siano quasi tutti sposati e con figli in tenera età, non porteranno con sé le famiglie. “La vita on the road non è per nulla adatta ai bambini”, spiega Jonathan prima di congedarsi, e in verità non mi sento di dargli torto. Per fortuna o purtroppo, almeno per qualche anno ancora, i children of the Korn dovranno dedicarsi ad altri generi di svago.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.318 dell’8 settembre 1998

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Korn

  1. dico la verità, non mi sono mai appassionato realmente a nessun gruppo nu-metal, ma i Korn mi usembravano. comunque assieme agli Slipknot, i migliori. Mio fratello invece impazziva per i Limp Bizkit che però trovavo più artefatti ed ebbe un’infatuazione anche per i primi Linkin Park, sui quali ora stendo un velo pietoso. Certo che, come ogni etichetta che si rispetti, nel calderone del genere ci mettevano dentro di tutto, dai quasi grunge Staind ai “cristiani” Pod-
    se proprio però voglio citare una band che come nessun altra a mio avviso seppe fondere rap e rock più sfrenato, allora dico Rage Against the Machine

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