recensioni

Alice In Chains (1992)

Il 29 settembre del 1992 gli Alice In Chains pubblicarono il secondo album Dirt, giustamente considerato uno dei massimi capolavori rock degli anni ’90 e non solo. Questo è ciò che ne scrissi all’epoca.

Dirt
(Columbia)
Proiettati tra le star dall’eccellente Facelift del 1990 (disco d’oro negli Stati Uniti), e ulteriormente affermati dal mini semiacustico Sap e dalla presenza nella colonna sonora di Singles, gli Alice In Chains sono ormai da considerare una delle band-chiave del nuovo rock d’o1treoceano: non solo perché, in spregio ai trend più in voga nella loro Seattle, hanno sempre tentato di esprimersi con uno stile ricco di personalità, ma anche perché sono stati in grado di raggiungere risultati assolutamente esaltanti per equilibrio, brillantezza e potenza di impatto fisico-cerebrale. Non sono ancora popolari come i concittadini Nirvana e Pearl Jam, ma qualcosa induce a ritenere che questo splendido Dirt potrebbe, se non proprio colmare, almeno ridurre il gap a dimensioni più che accettabili.
Non differisce granché dall’esordio, questa seconda fatica della band: anzi, ne ricalca minuziosamente gli schemi in bilico tra hard e psichedelia, evitando strutture troppo convenzionali e prediligendo trame dove la policroma complessità degli intrecci strumentali non riesce a ostacolare il godimento istintivo delle canzoni. Lasciano il segno, gli Alice In Chains, con le loro palesi citazioni di tardi Sixties e primi Seventies inserite in un contesto che non si può non definire moderno e attuale, con il misurato vigore degli assalti ritmici e l’intrigante insinuarsi delle chitarre, con la loro enfasi canora e il magico senso di inquietudine che sembra aleggiare sui loro brani; e appassionano, sottolineando una volta in più le risorse di quel crossover cui il rock di oggi continua a dovere il suo stato di grazia.
(da AudioReview n.122 del dicembre 1992)

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Blind Melon (1992)

Trent’anni fa, il 22 settembre 1992, usciva questo notevole album d’esordio dei Blind Melon, band statunitense del ricco filone alt-rock anche se il loro sound non nascondeva certo i suoi legami con le radici. Avevano un cantante fantastico che purtroppo, appena tre anni dopo, sarebbe stato ucciso da una overdose. Recensii il disco, che ebbe anche parecchio successo, in occasione della sua uscita sul mercato europeo.

Blind Melon
(Capitol)
A qualche mese dall’uscita americana, avvenuta nel settembre dell’anno scorso, viene finalmente distribuito anche in Europa l’album di debutto dei Blind Melon; finalmente perché il gruppo, nato nel 1990 a Los Angeles dall’aggregazione di cinque musicisti provienienti da varie parti degli States (tre dal Mississippi, uno dall’Indiana, uno dalla Pennsylvania) non meritava davvero di rimanere un “oggetto di culto” per i soli attenti osservatori del mercato import, ma reclamava al contrario l’attenzione e il consenso della platea internazionale.
Si respirano atmosfere inequivocabilmente Seventies, in questo variopinto patchwork elettroacustico dove R&B, southern rock e folk (ma anche hard, soul e psichedelia) si amalgamano in tredici episodi di enorme calore e impeto espressivo, e ci si meraviglia di come i Blind Melon ricordino di volta in volta artisti diversissimi tra loro – a titolo di esempio: Pearl Jam, Guns N’Roses, Neil Young, Black Crowes, Jane’s Addiction – senza per questo smarrire la loro definita identità. Inebriante, sul serio, abbandonarsi alle atmosfere soffici ma non del tutto prive di asprezze proposte dalla band, marchiate a fuoco dal canto duttile del bravissimo Shannon Hoon (qualcuno ricorderà il suo duetto con Axl Rose nella seconda versione di Don’t Cry) e intrise di una verve onirico-allucinata che quasi per magia non attenua la naturale fisicità del sound; ed è bello, semplicemente bello, ricevere ulteriore conferma di come il desiderio di recuperare antiche radici non debba per forza avvilirsi nei cliché di sterili ed effimeri revival.
(da AudioReview n.126 dell’aprile 1993)

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Michael Pergolani

A volte leggo libri quando ormai è trascorso troppo tempo dall’uscita per recensirli su una rivista. Meno male che, se voglio comunque scriverne perché è cosa buona e giusta, ho il mio blog…

A chiunque ascoltasse musica già negli anni ’70, il nome di Michael Pergolani – giornalista, voce della radio, volto televisivo, attore, varie ed eventuali – può evocare solo bei ricordi: uno su tutti, il mitico servizio dalla Londra dov’era corrispondente, trasmesso da L’altra domenica di Renzo Arbore, che nel 1977 fece scoprire ai giovani italiani il punk. Ne ha combinate tante, il buon Michael, tantissime, forte di uno spirito libero e brillante dal quale è sorretto ancora oggi, a settantasei anni splendidamente portati. Non c’è quindi affatto da stupirsi che abbia voluto raccontarsi con un libro, Nudo, pubblicato a fine 2021 da L’altra città, oltre quattrocentocinquanta pagine che non hanno però nulla a che spartire con le abituali autobiografie in cui l’autore si abbandona, quasi sempre autoincensandosi, alle nostalgie; non sarebbe stata roba da Michael, non scherziamo. Le storie di vita vissuta più o meno pericolosamente ci sono, ma sono esposte in modo nient’affatto canonico: né cronologicamente, né a livello di organicità, né per quanto concerne lo stile di scrittura.
Visionario e spiazzante, crudo così come ricco di slanci che si possono definire poetici, Nudo è un memoir romanzato che attraversa svariati decenni, tra salti temporali, vicende (s)collegate e una prosa assai singolare (specie nell’uso filo-joyceiano della punteggiatura). Un flusso di coscienza nel quale non è facile distinguere la realtà dalla fantasia e dal quale può capitare di essere un po’ confusi, ma non ha importanza: il tutto avvince, anche quando sembra che Michel voglia sfidare il lettore a seguirlo nel suo mondo fatto di immagini allo stato brado, ricordi onirici e traiettorie a-lineari. Com’è scontato che sia visto chi è il protagonista, il sesso, la droga e il rock’n’roll non mancano, ma non sono preponderanti e comunque si inseriscono con naturalezza nel gioco di specchi concavi e convessi della narrazione. Per quanto mi riguarda, un gran bel trip in cui vale la pena di smarrirsi; per poi ritrovarsi.
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Michael Chapman(2017-2019)

Il 10 settembre del 2021 se ne andava, ottantenne, uno dei musicisti più brillanti e purtroppo spesso dimenticati del circuito folk britannico, area della quale è comunque stato un protagonista non convenzionale. Ammetto non senza un po’ di vergogna di non avere mai approfondito con metodo la sua sterminata e frastagliata discografia, ma prima o poi lo farò; intanto, mi fa piacere recuperare e proporre in questa sede le mie recensioni dei suoi due ultimi, veri album da solista, davvero molto, molto belli.

50
(Paradise Of Bachelors)
Il “Cinquanta” del titolo indica gli anni di carriera, ma se Michael Chapman avesse voluto riferirsi agli album editi, il numero sarebbe stato poco più basso. Dal 1969 del Rainmaker con cui esordì su Harvest, lo storico marchio “progressivo” della EMI, il cantante/chitarrista e songwriter inglese non si è infatti mai fermato, continuando a incidere ed esibirsi a dispetto di consensi commerciali mai eclatanti: un eroe di culto stimatissimo dai colleghi, che nel suo mezzo secolo di dedizione alla musica si è destreggiato fra folk e jazz, non disdegnando contaminazioni con il rock e qualche anomalia.
Composto da dieci episodi mediamente lunghi e realizzato con un gruppo di musicisti giovani – eccetto la rediviva Bridget St John – capitanato dall’idolo indie Steve Gunn (anche alla produzione), il disco affianca una bella selezione di brani già conosciuti e alcuni inediti. Non c’è però alcun effetto-antologia, vista la coerenza delle trame e di un’ispirazione legata alle radici e allo storytelling di matrice americana; ne derivano quadretti di notevole brillantezza nonostante i toni in generale un po’ ombrosi, che colpiscono per spessore di scrittura, bontà delle interpretazioni, forza suggestiva. È folk-rock, nessun dubbio, ma chiunque conosca un minimo la materia non potrà mai anteporre alla definizione qualcosa come “il solito”.
(da Classic Rock n.51 del febbraio 2017)

True North
(Paradise Of Bachelors)
Eroe di (ampio) culto dell’area folk-rock, con deviazioni nel jazz, nel blues e persino nel prog, il settantottenne Michael Chapman è uno di quei veterani che hanno conquistato nuova gloria nel circuito indie/alternativo contemporaneo, forte dell’amore e del sostegno di giovani e entusiasmati discepoli. 50, l’album con il quale l’artista inglese aveva celebrato due anni fa il suo mezzo secolo di carriera, ebbe come padrino Steve Gunn e come ospite d’onore alla seconda voce Bridget St.John; il doppio sodalizio è ora riproposto in questo nuovo capitolo, che mette in fila più brani nuovi e meno rielaborazioni dal passato laddove nel precedente avveniva il contrario. Assieme fosco e luminoso, True North è una sorta di personale autoesorcismo, un tirar fuori con il tramite di chitarre arpeggiate, violoncello, pedal steel e canto fascinosamente agro quel che cova dentro quando si è anziani ma non si vuole ancora dichiarare la resa. Un disco intenso e autentico, struggente e vivace, come quelli che si facevano una volta. E che, per fortuna, si fanno ancora.
(da Classic Rock n.75 del febbraio 2019) 

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Screaming Trees (1992)

Negli anni ho recensito parecchi dischi della storica band di Mark Lanegan (quiqui e qui un po’ di cose su di lui), ma stranamente non avevo recuperato nulla. Il trentennale di Sweet Oblivion, pubblicato l’8 settembre 1992, è un’ottima occasione per rimediare.

Sweet Oblivion
(Epic)
Proviamo a dimenticare il burrascoso passato indipendente degli Screaming Trees e la loro provenienza geografica (Stato di Washington: di questi tempi un marchio DOC, anche se, ormai, forse più a torto che a ragione). Non aspettiamoci furori grunge  – genere con il quale la band ha peraltro sempre avuto contatti più che superficiali – o assalti all’arma bianca e accettiamo quest’album per ciò che è, ovvero una raccolta di belle (e a volte memorabili) canzoni rock: un rock moderno e ineccepibile sotto il profilo “estetico”, costruito su ritmiche imponenti, chitarre incisive, atmosfere misuratamente solenni e sulla voce ruvida e nel contempo armoniosa di Mark Lanegan, privo di orpelli e sofisticazioni ma abbastanza accattivante da colpire fin dal primo ascolto.
Chiamiamolo senza troppe remore “hard-blues psichedelico”. Amiamolo, nonostante l’assenza di innovazioni ed estremismi, così come abbiamo fatto con Uncle Anesthesia, il suo fratello quasi-gemello che un anno e mezzo fa ha ratificato il passaggio del quartetto dall’underground al mercato ufficiale. Consideriamo come inevitabili – anche perché, di fatto, lo sono – certi spunti ruffiani e certe soluzioni “di maniera”, e abbandoniamoci agli intrecci vibranti e sanguigni di una musica equilibrata e passionale, che guarda più al passato che al futuro ma che dichiara con la sua stessa vivacità il proprio diritto a esistere. Ma ripeschiamo, ogni tanto, lavori come Invisible Lantern o Buzz Factory, sui quali poggiano le fondamenta della piccola leggenda Screaming Trees.
(da AudioReview n.121 del novembre 1992)

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