Bauhaus

Ho scritto parecchio dei Bauhaus anche in tempo reale, ma per festeggiare i sessantacinque anni del loro frontman Peter Murphy ho preferito recuperare la recensione di una bella antologia edita parallelamente alla (prima) reunion della band.

Bauhaus copCrackle
(Beggars Banquet)
È durata appena un lustro, la parabola dei Bauhaus: cinque anni peraltro intensissimi, la cui influenza sulla storia del rock è stata ben più importante di quanto non dichiarino i quattro splendidi album di studio e la buona dozzina di singoli – alcuni dei quali in odore di immortalità – che il quartetto di Northampton ha lasciato a documento della sua esistenza. Non c’è quindi da meravigliarsi che la Beggars Banquet, a seguire la recente reunion (per ora solo concertistica) e in perfetta sintonia con il generale clima di riscoperta della cosiddetta new wave, abbia voluto confezionare un’antologia idonea a riassumere, attraverso sedici episodi brillantemente rimasterizzati, la carriera dell’ensemble composto da Peter Murphy, Daniel Ash, David J. e Kevin Hashkins, dal mitico 12” d’esordio Bela Lugosi’s Dead all’ultimo 33 giri Burning From The Inside. Nessun inedito per collezionisti, ma “soltanto” buona parte del meglio di un repertorio di straordinario fascino, per il quale la definizione “gothic” – genere del quale i Bauhaus vanno annoverati tra i portabandiera – appare più che mai riduttiva: non perché le sonorità della band non fossero intrise di suggestioni oscure e conturbanti, ma perché la loro miscela di secco post-punk, citazioni bowieane (portate all’estremo nella celebre cover di Ziggy Stardust, qui ovviamente riproposta), pop deviante, psichedelia elettroacustica e accenni di sperimentazione è davvero troppo estrosa per essere inquadrata nella rigidità di uno stereotipo.
Confezionata con grandi cura e buon gusto anche dal punto di vista grafico, Crackle è insomma un’ampia e validissima introduzione a quanti conoscono i Bauhaus in modo superficiale o che addirittura non li hanno mai ascoltati: una lacuna imperdonabile, non solo per l’importanza storica di canzoni quali Bela Lugosi’s Dead, In The Flat Field, The Passion Of Lovers, Hollow Hills o She’s In Parties ma anche perché il tanto tempo trascorso non ha loro sottratto, magnetismo, espressività, carattere… e la forza vitale che oggi consente loro di risorgere dalla tomba – è proprio il caso di dirlo – dopo quindici e più anni di sepoltura.
(da Il Mucchio Selvaggio n.321 del 30 settembre 1998)

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Bauhaus

  1. DaDa

    E’ il mio disco preferito dei Bauhaus, anche se è una raccolta. Pur piacendomi, non mi hanno mai convinto nel lungo formato del LP.

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