Naked Prey

Ho appena appreso della prematura morte di Van Christian, leader dei Naked Prey. Negli ultimi venticinque anni il cantante, chitarrista e songwriter americano era stato pressoché inattivo sotto il profilo discografico, se si eccettua l’esordio da solista pubblicato nel 2013 dalla Lostunes dell’amico Paolo Bertozzi. Ai Naked Prey devo, seppure indirettamente, molto. Fu infatti al loro concerto al Uonna Club di Roma che rimasi folgorato dal gruppo che suonava di spalla, i Fasten Belt del Paolo di cui sopra; da quella serata nacque una relazione professionale che mi avrebbe portato a produrli (tre album, un singolo, brani sparsi) e soprattutto una grande amicizia che ha segnato in varie maniere parecchi anni della mia vita.
In omaggio a Van Christian, ecco i recuperi delle mie recensioni in tempo reale dei primi tre dischi dei Naked Prey (dei successivi non mi pare di essermi occupato) e dell’unico lavoro solistico del loro leader.

Naked Prey cop 1

Naked Prey
(Down There)
Sul finire del 1984, un altro nome si aggiunge alla già nutrita lista di “neo-psichedelici” americani: si tratta dei Naked Prey, autori di questo omonimo mini-LP edito dalla stessa etichetta di Los Angeles che lanciò, proprio con due mini, gruppi oggi affermati quali Dream Syndicate e Green On Red. Eminenza grigia dell’operazione è, guarda caso, Dan Stuart, leader dei Green On Red e produttore del lavoro, ennesimo capitolo di una saga che sembra ben lungi dal concludersi; non devono stupire, dunque, i frequenti richiami, chiaramente avvertibili nel sound dei Naked Prey, ai due titolati ex-ammiragli della loro label, così come non deve meravigliare l’indiscutibile capacità del quartetto di Tucson, Arizona nel cimentarsi in performance psichedeliche tese e graffianti con saggia alternanza di sonorità dure e compatte e momenti più delicati ma sempre piuttosto acidi e abrasivi.
Il disco, insomma, si muove lungo le linee di un recupero del passato sufficientemente creativo, basato sulle chitarre e sorprendentemente stimolante e apprezzabile. Una band non originalissima, quindi (la traccia Green On Red/primi Dream Syndicate è evidentissima) ma senz’altro ispirato, che dimostra di meritare considerazione. I sette brani di Naked Prey (circa ventiquattro minuti di durata totale), tutti riuscitissimi e affascinanti (con una menzione d’onore per Flesh On The Wall e No Time To Be), autorizzano l’ottimismo, specie per quando l’ensemble guidato da Van Christian si sarà scrollato un po’ di dosso il peso delle influenze altrui. Un prodotto eccellente, la cui validità giustificherebbe (qualora non intervenissero provvidenziali ristampe europee) anche il consistente esborso necessario per il suo acquisto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.84 del gennaio 1985)

 

Naked Prey cop 2Under The Blue Marlin
(Frontier)
Naked Prey atto secondo: dall’uscita dell’omonimo mini-LP d’esordio sono trascorsi quindici mesi, segnati dal cambio di etichetta e dall’arrivo di nuove figure nei ruoli di batterista (Tom Larkins: in curriculum Yard Trauma, Giant Sand e Band Of Blacky Ranchette) e produttore (non più Dan Stuart dei Green On Red, ma l’espertissimo Paul B. Cutler) e; eppure, a parte la maggior pratica riscontrabile tanto sotto il profilo tecnico quanto sul piano espressivo, i Naked Prey di oggi sembrano ancora quelli del 1984 e per fortuna non sono stati contagiati dal temibilissimo morbo della “commercializzazione” che invece ha inesorabilmente colpito molti loro colleghi. Van Christian e soci sono insomma rimasti fedeli alla linea, mantenendo “garage” il loro rock acido e avvolgente ed evidenziando la propria maturazione artistica, oltre che nelle strutture dei brani, nella maggior cura riservata ad arrangiamenti e suoni.
Under The Blue Marlin presenta dunque connotati musicali in sintonia con le produzioni di Green On Red e Dream Syndicate. Un filone rock caratterizzato da atmosfere intense e a tratti quasi malsane, di chitarre guizzanti e convulse che si destreggiano tra assoli lancinanti e feedback, di canto profondo e “carico”, di episodi brevi e incisivi così come di composizioni più lunghe, ipnotiche e suggestive, senza pretese di originalità assoluta ma certo con l’intenzione di comunicare emozioni genuine e coinvolgenti. Pur lamentando un’omogeneità di soluzioni che taluni potrebbero trovare monotona, Under The Blue Marlin fornisce un validissimo, efficace sunto del sound del quartetto, proponendo dieci canzoni in grado di soddisfare anche i palati più esigenti; se Dan Stuart e Steve Wynn sono tra i vostri preferiti, non dimenticate questo disco nell’elenco delle prossime spese.
(da Il Mucchio Selvaggio n.99 dell’aprile 1986)

 

Naked Prey cop 340 Miles From Nowhere
(Frontier)
Assenti sul mercato da diciotto mesi (non considerando la recente ristampa, con ben cinque brani inediti in più, del mini-LP di debutto), i Naked Prey di Van Christian si ripresentano su vinile con un nuovo album; la line-up e l’etichetta sono le stesse del precedente Under The Blue Marlin e anche le direttive sonore non sembrano divergere più di tanto da quelle sperimentate con successo su disco e nel corso di un’intensa attività live della quale perfino l’Italia ha potuto avere un sapido assaggio. 40 Miles From Nowhere si muove dunque lungo le linee di un rock corposo e graffiante, che alle citazioni roots accoppia la devozione alle chitarre pesanti e distorte; un sound mai troppo incalzante né modellato sulle convenzioni del garage più classico ma capaci di sprigionare una carica aggressiva e una potenza purtroppo ignote alla gran parte delle band americane che traggono linfa dalle cosiddette radici.
Picchiare duro non è però sufficiente a garantire risultati del tutto appaganti e infatti l’album lamenta qualche caduta di tono e qualche forzatura; bella e personale, comunque, la voce “ringhiante” di Van Christian, affilata e animalesca la chitarra di David Seger, secca e puntuale la ritmica di Richard Baden e Tom Larkins e abbastanza vivace la vena compositiva, anche se l’episodio più riuscito del lavoro è la cover soffice e insinuante di Wichita Lineman di Jimmy Webb. Un prodotto in definitiva di buon livello, pur se globalmente inferiore alle altre prove del complesso; auguri ai Naked Prey, con la speranza che oltre a mantenere inalterata la propria grinta arricchiscano il loro stile con dosi sempre più massicce di estro.
(da Il Mucchio Selvaggio n.119 del dicembre 1987)

 

Van Christian copVan Christian
Party Of One
(Lostunes)
Leader negli anni ‘80 (e un po’ oltre) dei magnifici Naked Prey, sorta di versione più cattiva e acida dei coevi Green On Red (dei quali era stato il primo batterista), Van Christian da Tucson ritorna dopo secoli con un debutto da classico cantautore all’insegna del folk-rock, ora più scarno e intimista e ora più ruvido e grintoso. Otto ispirati brani autografi e due riuscite cover (Desperado di Alice Cooper, If You’re Gonna Be Dumb di Roger Alan Wade), che trasmettono sentimento e buone vibrazioni.
(da Blow Up n.188 del gennaio 2014)

Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Naked Prey

  1. Graziano

    Stessa strada e stesso destino dei Thin White Rope. “What price the freedom” il loro “inno”. Grandi!

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