Nessuno più nel Mucchio

Che ci crediate o meno, non avrei grande voglia di scrivere sul tema “Il Mucchio non c’è più”, notizia diffusa ieri (qui l’annuncio ufficiale) che ha sorpreso notevolmente chi a differenza di me non lo sapeva già. Però quasi tutti i miei lettori se lo aspettano e li posso anche capire: dopo i tre post del 2013 che a livello di “numeri” hanno spopolato (questo, quest’altro e ancora questo, per chi ha bisogno di un ripasso), mi è stato fatto notare che ci sarebbe voluta una sorta di chiusura del cerchio, e che sarebbe stato meglio se avesse avuto uno svolgimento organico invece di essere divisa tra mille commenti su Facebook. E dunque ok, e sia, procedo di getto e rispondo subito alla domanda che mi hanno rivolto almeno in duecento: “ti dispiace?”. Sono come sempre sincero e rispondo: “no”. Per me Il Mucchio era morto nell’aprile di cinque anni fa, da allora non ne ho comprato né letto un solo numero e poi da qualche mese aveva pure cambiato nome, chissà se per scelta concettuale/artistica o per ragioni di carattere pratico/legale. Ho consacrato a quella rivista venticinque anni pieni della mia vita, le ho dato tanto e tanto ne ho ricevuto, ma il pensiero – non lo nego, ogni tanto mi attraversava la mente – che un giornale che per me ha significato moltissimo fosse governato da due persone a mio avviso inadeguate al compito mi disturbava. Chiaramente, non c’entrava solo la professione, ma c’erano seri motivi personali: a quelle due persone avevo concesso fiducia e amicizia senza condizioni, e non potrò mai perdonare né dimenticare quello che considero un orribile, reiterato tradimento a base di fandonie che io (scemo) mi bevevo, atteggiamenti dittatoriali di rara sgradevolezza (capitava spesso che, quando cercavo di oppormi a idee che ritenevo bislacche, mi venisse detto che conoscevo l’ubicazione della porta), decisioni imposte “dall’alto” (le virgolette sono importanti, eh) e intromissioni insensate volte solo ad affermare il proprio dominio, il tutto – come avrei appreso solo dopo – mentre si continuava a mungere la vacca dei contributi statali. Guadagnarsi il mio disprezzo e il mio astio non è facile, ci sono riusciti davvero in pochi, ma per quelli che sono stati così bravi non ci sarà alcuna possibilità di recupero della situazione e le loro disgrazie saranno per me sempre fonte di appagamento scevro da rimorsi; vi interessa sapere quale è stato il punto di non ritorno? Il giorno in cui, appena trascorsi i sei mesi dopo i quali non avrei più potuto contestare la mia dichiarazione di non avanzare più nulla per il lavoro svolto alla Stemax (che avevo dovuto firmare per poter ricevere i sedici mesi di compensi arretrati, e che mai avrei impugnato a posteriori perché io ho una parola sola), hanno riesumato pateticamente il “mio” Extra affidandone la direzione a un collega per il quale, ecco, non nutro grande simpatia; immaginavo sarebbe durato ben poco e ho avuto ragione (tre numeri orribili), ma il gesto mi ha talmente disgustato che… basta. Non ho invece malanimo nei confronti di tutti gli altri che negli ultimi cinque anni al Mucchio hanno venduto o regalato il loro lavoro, qualificato o meno che fosse. Sì, tutti sapevano degli scheletri e facevano finta di niente, ma scrivere per una testata storica appaga l’ego e favorisce “la carriera”; non è magari bello ma è umano, e sì, posso dire di capirli, ma ammetto di avere poco fa idealmente inalberato un bel dito medio a uno solo di costoro, uno di quei leccaculo opportunisti che di sicuro riapparirà da qualche altra parte perché l’erba cattiva non muore mai ma intanto, excuse my french, suca forte.
Voltiamo pagina. Mi è capitato di leggere da varie parti generici attestati di dispiacere perché ogni rivista che chiude è una sconfitta per la cultura (o, almeno, una certa cultura), e più o meno sono d’accordo. Va però rimarcato che “Il Mucchio” non ci ha salutati per difficoltà economiche legate al basso numero di acquirenti e alle scarse inserzioni pubblicitarie; ok, se la passava un po’ peggio della diretta concorrenza ma non così tanto peggio, e magari tirando la cinghia avrebbe resistito ancora. La chiusura è invece figlia degli strascichi giudiziari connessi alla lite sanguinosissima tra due ex soci di una cooperativa un po’ sui generis, quegli stessi due soci che per molti anni si sono assegnati stipendi e benefit principeschi (leggere qui e qui, ma cercando un po’ in Rete salta fuori di tutto e di più) grazie ai contributi statali. Apprendere che per uno dei due la faccenda non è finita qui, e che i tribunali avranno altro lavoro mi fa sperare in ulteriori gioie; e non ditemi che sono cattivo, no… è solo profondamente giusto che sia così.
Rileggo quello che ho scritto finora e mi rendo conto di aver lasciato trasparire sentimenti che non mi fanno onore; pazienza, non credo che ritornerò sull’argomento e quindi non modifico le riflessioni a caldo. Mi astengo inoltre dal commentare alcune amenità presenti nella lettera di addio perché non voglio infierire ulteriormente, dicendo solo che addossare la responsabilità della chiusura all’ex direttore e al Tribunale brutto e cattivo è probabilmente l’ennesima furbata per suscitare compassione, come nell’ormai famosa campagna di salvataggio “Io sto nel Mucchio” per la quale – ingenuo e idiota che sono – misi pure la faccia. Cali allora il sipario sul “Mucchio Selvaggio”, quel sipario che sarebbe dovuto scendere un bel po’ di tempo fa, augurandosi che dopo la lunga e penosa agonia il caro estinto riposi finalmente in pace. Addio Mucchio Selvaggio, anche se – al di là del riferimento a un film magnifico – il tuo nome mi è sempre parso brutto e inadatto, ti ho amato alla follia.

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Categorie: memorie | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “Nessuno più nel Mucchio

  1. DaDa

    Grazie per aver contribuito su quelle pagine (e specialmente su quelle di Mucchio Extra) ad ampliare i miei orizzonti musicali ( assieme a CIlia, Bordone etc.). Il Mucchio era in stato terminale agli inizi del decennio con le vicende da voi narrate e questa è solo la fine di un’agonia. Una prece. (Alla fine dell’omelia funebre: Decades dei Joy Division).

  2. salvatore

    Caro Federico,
    il Mucchio non c’era più da anni…eppure è stato un amore folle ed incondizionato,non solo quando leggevo le firme che più ho amato e mi hanno indirizzato (tu, Cilia, Bordone, Canova, Bianchini…), ma anche quando leggevo firme che non condividevo (Damir Ivic ad esempio) o di cui non capivo la presenza (Scanzi o Diaco), poi, di colpo, il nulla…

  3. Massimo Sarno

    Questo giornale, e in particolare gli articoli tuoi e di Eddy, ha contribuito molto a migliorare la mia conoscenza del rock e della pop music (fino a quel punto ero stato solo un appassionato conoscitore di jazz). Per vicende dalla conclusione cosi`triste si addicono le parole di un grande filosofo : ” Umano, troppo umano”.

  4. mistergao

    Federico, so benissimo quanto tu sia una persona equilibrata e misurata in quello che dici e che scrivi, come ho scoperto nel corso degli ultimi (quasi) vent’anni e come hai mostrato gestendo il forum del Mucchio in maniera semplicemente impeccabile, per cui non posso che pensare che l’astio che nutri nei confronti delle ex direttrici immagino sia assolutamente ben riposto. Per quanto mi riguarda ho sfogliato distrattamente il Mucchio (ex Selvaggio) un paio di mesi fa e mi ha fatto letteralmente schifo. Non mi mancherà, ma mi mancherà il ricordo di ciò che è stato e (vi, oltrte che) lo ringrazierò per tutto quello che è stato in grado di darmi.
    Per quanto mi riguarda la vita va avanti, ci sono tante altre belle riviste pronte a fare innamorare della musica non tanto i quarant’enni (come me) ma (spero) i quindicenni (o vent’enni).
    Adieu Mucchio, ci hai dato tanto ma da cinque anni eri come uno zombie di Walking Dead: mancava solo qualcuno che ti desse il colpo di grazia.

  5. Gian Luigi Bona

    Il Mucchio è morto nel 2013. È strano sapere che un nome leggendario come questo non si trova più in edicola però quello che si trovava era un altra rivista con un nome leggendario e basta.

  6. Trovo condivisibile il tuo post.
    The End.

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