Perché non sto più nel Mucchio

Consulto le statistiche di questo blog, e parlano chiarissimo: “Io non sto più nel Mucchio”, il primo post di questa serie, ha finora avuto 14732 visite; il secondo, “Extra omnes”, 6311. Nemmeno a dirlo, i due post più letti di sempre. Insomma, l’argomento “io e il Mucchio” interessa molto e quindi – anche se ne avrei fatto volentieri a meno, ma pare che non rispondendo la gente pensi che non si sappia come farlo – ecco la terza puntata. Chi frequenta questo spazio per questioni strettamente musicali mi perdonerà (me lo auguro, almeno) per la divagazione.
perché e percomePerché non sto più nel Mucchio (e altre tristi storie)

In questi ultimi giorni, prima sull’editoriale del numero di maggio del Mucchio e poi in un post sul forum della rivista, l’Illuminata Direzione ha raccontato una verità che – strano! – non coincide con la mia. Quella disponibile in Rete, che poi è la versione ampliata di quella finita su carta, la trovate qui. Arduo rispondere in modo puntuale, articolato e soprattutto breve a un tale concentrato di amenità, oltretutto espresse in modo estremamente confuso. Insomma, si è persa un’altra ottima occasione per evitare (ulteriori) figuracce. Ma entriamo nel merito.
La massima “si parla di un artista solo dopo il terzo album” che mi viene fantasiosamente attribuita stride un tantino – ma solo un tantino, eh – con tutto quello che è apparso sul Mucchio negli ultimi anni e anni, a mia firma e non: basterebbe  pensare a “Fuori dal Mucchio”, il mio spazio dedicato agli esordienti/emergenti italiani, o alla debuttante Anna Calvi, che avrei fortemente voluto sulla copertina nel numero di maggio del 2011 (ci finì invece l’oscena barchetta di carta dei referendum). Mi limito a un esempio perché certo non posso mettermi a ribattere a ogni singola fesseria sui nomi citati, mica voglio scrivere un libro, ma per semplificare posso raccontare questi fatti. Dopo l’estromissione di Max Stèfani, l’Illuminata Direzione non vedeva certo il Mucchio come una rivista di “musica più altro”, bensì come un magazine più orientato verso l’attualità e la cultura in genere (guardacaso i settori gestiti, peraltro bene, da Beatrice Mele)… tanto che le pagine dedicate alla musica, per tutto il 2011, rimasero le stesse di sempre, con il sottoscritto a barcamenarsi sui quattro o cinque articoli a disposizione (a fronte di decine e decine di artisti potenzialmente trattabili fra i quali dover scegliere). Poi, verso la fine dell’anno, la Proprietà realizzava che il Mucchio era seguito al 90% per la musica, e che quindi ce ne voleva di più. Però, sempre secondo l’Illuminata Direzione/Proprietà, occorreva un cambiamento, si doveva puntare sempre più verso il nuovo, anche “rischiando” (ok, Fine Before You Came e The Knife non sono propriamente alle prime armi, così come i Blue Willa, ma non sottilizziamo; lo era, invece, Beatrice Antolini, quando anni fa volli darle la copertina). Lo ammetto senza problemi, secondo me la (gloriosa) tradizione del Mucchio richiedeva una linea editoriale differente: meno orientata alla ricerca del fenomeno del momento pompato dalla Rete e più legata alla sostanza (meglio se consolidata da una storia pregressa); meno “politically correct”, ovviamente senza le cialtronerie del passato; meno “fighetta” nell’estetica. Il che, si badi bene, non significa che non ci si dovesse occupare di emergenti/esordienti (tutt’altro) o che non si dovesse rinnovare la grafica (bastava non stravolgerla, oltretutto riducendo il testo del 25%). Il mio era un ragionamento sensato, di coerenza e opportunità: mantenere tutti i lettori storici, quelli affezionati alla vecchia rivista e alle riviste in genere; acchiapparne di nuovi, tra quanti leggevano altre riviste musicali ma non il Mucchio, realizzando un giornale di qualità eccelsa; sfruttare con intelligenza le risorse offerte da Internet per promuovere il “prodotto”, non solo cartaceo. Nessuno mi ha mai neppure chiesto di esporre nel dettaglio la mia idea, così come nessuno ha mai ritenuto degne di attenta analisi le mie osservazioni sulla pur bellissima nuova grafica (ricordo anzi una riunione-farsa nella quale furono mostrati “per decidere” quattro progetti diversi, salvo poi rivelare che la scelta era già stata compiuta, indovinate un po’ da chi?).
Pur ritenendolo folle (un giornale orientato ai giovani, che notoriamente non comprano riviste ma frequentano assiduamente Internet? Senza avere soldi per una promozione a tappeto? Scontentando palesemente lettori fedelissimi da anni se non decenni? Mah, mah, mah), ho comunque sostenuto il progetto, come testimoniano tutti i numeri fino a quello di aprile. Non mi sono opposto a nessuna delle copertine, non ho lesinato in impegno e proposte, ho lavorato al meglio delle mie possibilità. Ma non era più il “mio” Mucchio: Eddy Cilìa dimissionario a gennaio, Carlo Bordone a febbraio, Aurelio Pasini e Alessandro Besselva Averame ben poco motivati… il tutto mentre l’Illuminata Direzione si impegnava per conquistare il consenso dello staff residuo dipingendomi come “obsoleto”, “demotivato” e, dulcis in fundo, “maschilista”. A un certo punto, non ce l’ho fatta più: mi si chiedeva di cercare gente giovane e brava, meglio se di sesso femminile, eventualmente disposta a scrivere gratis; mi accorgevo che gli input sui nuovi artisti sui quali puntare derivavano dal numero di “like” dei video postati sulla pagina facebook del giornale; alle riunioni dovevo discutere con persone che di musica ne sanno un centesimo di me (a essere generosi) e accettare le loro decisioni in merito, decisioni che arrivavano sempre un giorno dopo (in seguito, immagino, a frenetiche consultazioni di wikipedia e youtube per cercare di capire un minimo di cosa si stesse parlando); venivo tenuto all’oscuro degli sviluppi (?) del famigerato nuovo sito, procrastinato per ben sedici mesi; in più, quando ogni tanto alzavo la voce, mi si ricordava che non ero il padrone e che, se non mi andava bene, conoscevo la collocazione della porta. Non mi si venga a dire, poi, che le mie dimissioni sono arrivate come un fulmine a ciel sereno. Nell’autunno scorso, infatti, manifestai la mia insoddisfazione e chiesi un incontro  – “moderato” da Gabriele Pescatore, amico comune e soprattutto avvocato – per buttar giù un accordo a proposito di cosa sarebbe accaduto se, un giorno, una delle due parti non avesse voluto più collaborare con l’altra. Si parlò (eravamo Daniela Federico, Beatrice Mele, Gabriele e io), c’erano posizioni distanti ma con un po’ di buon senso un compromesso era di sicuro raggiungibile, mi fu promesso un abbozzo di proposta scritta che però non giunse mai.
In estrema sintesi, non intendo sprecare un solo secondo in più del mio tempo per ribattere a grossolane sciocchezze riportate solo allo scopo di tentare di screditarmi, di farmi apparire per quello che non sono mai stato e mai sarò. Che ciascuno decida, basandosi sui dati in suo possesso – partendo, magari, dai curricula professionali e dai comportamenti pubblici – chi sia più meritevole di fiducia. Ritengo invece doveroso spendere qualche riga su un paio di questioni specifiche, ovvero:
SOLDI. Di sicuro il timore di non vedere un euro ha pesato sulla mia decisione di andarmene: sapete com’è, avanzavo sedici mesi di “stipendi” e non volevo arrivare a 17 perché è noto che porta sfiga. Ero invece ragionevolmente certo che togliendo il disturbo sarei stato pagato subito, e che con me sarebbero stati pagati in tutto o almeno in parte gli altri che avessero alzato il ditino e detto “e noi?”. Perché quando ci si definisce imprenditori e si blatera di “aziende”, “asset” e “gruppi editoriali”, e comunque si pubblica un giornale che un po’ di copie le vende e si percepiscono centinaia di migliaia di euro all’anno di contributi statali all’editoria, almeno le miserabili cifre concordate vanno pagate e stop, a costo di vendersi casa o rivolgersi agli strozzini. Oppure, se non si può/vuole pagare, si deve scendere dal pulpito e magari dimostrare di essere davvero tutti “nella stessa barca”. Sono stato alla fine pagato? Sì. Mi vergogno di aver preteso i miei magrissimi compensi arretrati? Nemmeno un po’. Anzi, me ne vanto.
EXTRA. Nei suoi dodici anni di storia, il trimestrale/semestrale di approfondimento musicale da me ideato e diretto (si veda qui) non ha sottratto alla Stemax un solo centesimo. Anzi, le ha fatto guadagnare parecchio. Lo staff costava pochissimo  (i 4.000 euro dichiarati dall’Illuminata Direzione erano il limite massimo: a volte spendevo meno, ma i collaboratori erano tutti pagati), arrivava “chiavi in mano”, conferiva prestigio. Vero, le vendite erano calate, ma fermo restando che soldi non se ne perdevano mai, bisogna considerare vari aspetti. Ad esempio, che per tre anni (2010-2012) il giornale è uscito come allegato e non autonomamente (facendo sempre vendere al Mucchio almeno 1000 copie in più: unica eccezione il numero dell’estate scorsa, quello con Saviano in copertina, che… boh, vai a capire cosa è successo). Il n.39, quello pubblicato lo scorso natale e tuttora ultimo, ha venduto 3.200 copie su 10.000 distribuite, copie alle quali vanno aggiunte le circa 1.000 (minimo) degli abbonati “deluxe”. Fanno in totale 4.200 (più di “Blow Up” e “Rumore”, quindi), i cui costi di carta e stampa erano oltretutto in buona percentuale coperti dai famosi contributi statali all’editoria. Era sempre un ottimo affare e comunque, se un giorno non lo fosse stato più, certo non avrei avuto obiezioni sulla sua chiusura.
“FURTO” DELL’ARCHIVIO. L’archivio fotografico del Mucchio cui si fa riferimento mi è stato regalato assieme a due librerie di Stèfani, alcune casse di vecchie riviste straniere e un MAC G4 che non serviva, quando alcuni anni fa si cambiò ufficio. L’Illuminata Direzione, che voleva arredare la nuova sede redazionale in chiave minimal-chic, mi disse che “quel ciarpame” avrebbe reso più brutto l’ambiente di lavoro e mi dichiarò la sua intenzione di buttarlo se non l’avessi “salvato” portandomelo a casa entro pochissimi giorni. Mi diede anche il numero di telefono di una persona disponibile a occuparsi del trasporto, persona che ovviamente pagai di tasca mia. Pensate che nella “nuova” sede non c’è nemmeno una copia del Mucchio settimanale o del vecchio mensile, perché tutte quelle presenti nel precedente ufficio o in magazzino furono immolate sull’altare dell’estetica. Per quanto riguarda Extra, non è colpa mia se la proprietà non si è curata di conservare i PDF dei primi trenta o trentuno numeri: non passavano per le mie mani in quanto andavano direttamente in tipografia, e non competeva a me recuperarli da lì dopo la stampa. Rispetto a file e scansioni, nel mio studio non ho “trasferito” un bel nulla: semplicemente, nel mio studio ho lavorato il materiale, e nel mio studio è rimasto. Insinuare che io mi sia appropriato indebitamente di “beni” altrui è oltraggioso.
Giuro che mi piacerebbe finirla qui. Sarà possibile? Lo spazio dei commenti è comunque aperto a tutti coloro che fossero interessati ad altre informazioni.
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Categorie: Uncategorized | Tag: | 33 commenti

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33 pensieri su “Perché non sto più nel Mucchio

  1. Anonimo

    che vergogna…quindi non c’era piena autonomia per la parte musicale…ecco perche’ certe uscite di artisti storici sono state glissate o trattate in modo “normale”! ci sono rimasto malissimo l’anno scorso per lo stuperndo disco di dylan con la quale il mucchio se l’era cavata con una semplice recensione…Marco Corbetta

  2. Anonimo

    se c’e’ qualcosa di obsoleto e’ il cervello della ex segretaria!

  3. Anonimo

    Fatti pagare Guglielmi tutti gli arretrati con gli interessi, perché dalla campagna per salvare il Mucchio sino al finanziamento per l’editoria percepito per diversi anni come cooperativa, di soldi in direzione ne sono passati parecchi. E se un tuo Extra costava 4000 € e vendeva oltre 3000 copie, facciamo una semplice moltiplicazione e vedremo quanto frutta.
    Mi viene la nausea a pensare come vengano prese in giro le persone che lavorano con passione e gli appassionati, sostenitori ed affezionati di una rivista.

  4. Anonimo

    vien da rimpiangere la gestione Stefani, almeno lui si circondava di giornalisti capaci. Questa invece li mette alla porta.

  5. Francesco

    “Mi vergogno di aver preteso i miei magrissimi compensi arretrati? Nemmeno un po’.”
    Vojo vede’!!! Non lo so io, uno lavora e si deve VERGOGNARE di pretendere ciò che gli spetta?! Questa è la società italiana, ormai.

    • Anonimo

      se fai il giornalista come lavoro (ma senza assunzione) arriva un momento in cui ti sembra che ti facciano un piacere solo perché ti pagano. doloroso, ma vero…
      carlo alberto sindici

      • Gian Luigi Bona

        Non solo, prova a fare l’architetto. Fra i moltissimi episodi che potrei raccontarti me ne ricordo uno in particolare. Un architetto guarda i miei lavori e mi dice che si, posso cominciare anche domani. Io sono contentissimo naturalmente e un istante prima di uscire dallo studio mi viene in mente un piccolo particolare… “Scusi, quanto è il compenso ?”. Immediata la risposta: “Ma come ? Non si vergogna di parlare di denaro in questo tempio del sapere ??? Se ne vada immediatamente !!!!”
        Va detto che non era nemmeno un posto dove si potesse imparare il mestiere. Era un poveraccio comunque. Il punto è che la paga può essere bassa ma non dare nulla quando i soldi ci sono è umiliare.
        Tra l’altro mi ha sempre dato qualcosa chi ne aveva pochi.
        Sarà un caso ?

  6. honkytonk

    Letto di qua e di là i vari punti di vista tra Guglielmi, Federico, Ivic, Mele e altri.

    Credo che ora ognuno abbia più informazioni e punti di vista e possa trarre molte conclusioni.

  7. Gian Luigi Bona

    Dicono che ti sei appropriato di materiale altrui ? Manda l’avvocato, chissà che la Immacolata Direzione si infurbisca !!!
    Comunque perdere un lettore come me che segue il Mucchio Selvaggio (per me questo è il suo nome e anche a me è capitato che l’edicolante lo cercasse tra i porno) dal n.23 (ventitre !!!) ce ne vuole… Eppure la nuova direttrice c’è riuscita.
    Oggi leggo Blow Up, Il Buscadero e Mojo.
    Ieri mi è arrivato in abbonamento l’ultimo numero del Mucchio (fu Selvaggio) e aria ai monti (o come dicevano Cochi e Renato: Si Volta Pagina !!!)

  8. Chango

    Penso che questa sia l’unica conclusione possibile:

    “In estrema sintesi, non intendo sprecare un solo secondo in più del mio tempo per ribattere a grossolane sciocchezze riportate solo allo scopo di tentare di screditarmi, di farmi apparire per quello che non sono mai stato e mai sarò. Che ciascuno decida, basandosi sui dati in suo possesso – partendo, magari, dai curriculum professionali e dai comportamenti pubblici – chi sia più meritevole di fiducia.”

    Anche perchè continuare ad aggiungere dettagli, più o meno piccoli, non cambierebbe di una virgola l’opinione che ogniuno di noi si è fatto ma servirebbe solo ad aumentare il disgusto o la morbosità verso una situazione che aveva stancato già prima di cominciare da entrambe le parti.
    Ora che entrambe le parti hanno chiarito, naturalmente, a modo loro bisogna che tutti, parti in causa, lettori ed utenti se na facciano una ragione.
    Adesso BASTA!!!

  9. giuseppe

    piena solidarieta’da parte mia!!!!!

    • Anonimo

      Se e’ x questo l’avveduta ex segretaria ha perso anche lettori che acquistavano il mucchio dal n.1!!!

  10. timelyangel

    anch’io mi ero stupito per come si era sorvolato su dylan…vabbe’ ora e’ acqua passata…come e’ finito ormai il mucchio…solidarieta’ a federico che e’ stato trattato in un modo a dir poco vergognoso

  11. franchino

    piena solidarietà….con l’augurio che tu possa trovare una nuova collocazione professionale.
    leggo il mucchio dal numero 100 quello del disco bufala del boss,è sempre stata la mia guida in fatto di scelte musicali,non penso che l’abbandonerò ma lo seguirò con lo scarso interesse che dedico ad altre riviste….

  12. SonofBrahem

    Se è vero che in tanti non lo compreranno più (e tra i tanti mi ci metto pure io che lo leggevo dal numero con Zachary Richard in copertina, il n. 21) e che conquistare nuovi lettori con l’attuale andazzo è un’utopia, mi chiedo perché continuino a cercare di portare ragione e lettori dalla loro parte tacendo o mentendo. Un’ulteriore prova della scarsissima considerazione che hanno (ha?) della nostra intelligenza… Ma che tristezza.

    • Perché sono persone – parlo ovviamente dei vertici, non di chi scrive – che non fanno realmente parte del nostro mondo e che nemmeno lo capiscono. Si sono trovate per caso nel Mucchio, che altrimenti neppure leggerebbero, e ci hanno trovato un valido strumento di guadagno e/o elevazione sociale. E un giornale senza lettori non serve per nessuno dei due obiettivi.

      • Pino

        ecco, questo commento di Guglielmi per me è il più chiarificatore in assoluto.
        Non mi interessa sapere altro.

      • Il che non significa non andare ai concerti (preferibilmente quelli grandi dove c’è la tribuna stampa, chiaro) o non possedere dischi (di rado acquistati, però) da ascoltare, ma solo rimanere in superficie, non approfondire più di tanto.

      • Ok, dopo questo commento direi che è tutto chiaro.

  13. easter

    Mi spiace un po’ che alcuni lettori del Mucchio si siano prestati a coordinare il Forum che fu tuo. Per carità, l’hanno fatto in buona fede, nulla contro di loro, però… trovo la cosa un po’ sgradevole.

    Vabbè, mi sparo alla grande “U-mass” dei Pixies in cuffia e provo a pensare ad altro.

    • Mi hanno spiegato le loro ragioni, prima ancora di accettare l’offerta, e le ho trovate convincenti. Io avrei agito in altro modo, ma non si può pretendere che tutti ragionino come noi…

  14. giomoi

    Eccomi qua: dal numero 1, proprio da quello (non sono certo ma direi 35 anni fa) sono lettore del Mucchio (con una interruzione -lo ammetto- durante il periodo del settimanale). Nel frattempo ho sempre letto il Buscadero, Rockerilla, Rumore, Blow Up e molte volte persino Jam. Extra ovviamente (che meraviglia, se poi ti piace andar di liste o di classifiche…..), poi le belle e ormai lontane avventure di Velvet (breve) e di Feedback (brevissima, troppo). Qua e là qualche rivista anglofona e tanti, tanti libri. Insomma, tutto ciò per dire che, oltre che ascoltare la musica, ho sempre amato parecchio “leggere di musica” ed ora, dopo un percorso così lungo e direi anche bello denso, una opinione mia ce l’ho.
    La dico. Non è un’opinione specifica sulla questione: penso che solo vivendo “dal dentro” o almeno da vicinissimo le problematiche che hanno caratterizzato i rapporti tra Federico Guglielmi e l’attuale direzione si possa davvero capire fino in fondo, altrimenti ci si può più che altro schierare “di pancia” e per empatia. In questo senso, per quello che vale (cioè una bella mazza) il mio supporto va tutto – ça va sans dire – a Federico, di cui mi pare di odorare a distanza (io sto a Varese, figuriamoci) l’onestà di intenti e di cui apprezzo da sempre la passione e la competenza, opposte in questo caso alle prese di posizione appiccicose ed al tono sempre un po’ da maestrina di Daniela Federico (e non sarà poi questo nome/cognome in comune a generare, dopo anni, l’ inevitabile antagonismo ?).
    No, la mia testimonianza (ci arrivo e lo so, la tiro sempre un po’ lunga) è di altro tipo e riguarda la tristezza, la tristezza profonda che questa vicenda mi provoca facendomi ripensare a tutte le infinite “faide interne” che la (piccola) stampa rock italiana ha da sempre generato e lasciato lungo il cammino. Ricordo benissimo la diaspora tra il gruppo romano e quello lombardo del primo Mucchio, la polemica feroce tra Paolo Carù e Massimo Stefani, la conseguente nascita del Buscadero, poi molto più avanti il distacco dal Buscadero stesso di Aldo Pedron (tra i padri fondatori), poi gli andirivieni di firme anche importanti tra le varie testate, altri transfuga di qui e di là con velleità (pur legittime) molto spesso deluse. Andiamo sul grosso, chè sul fino ogni redazione ha i suoi panni sporchi più o meno poi lavati: arriviamo al divorzio tra Stefani e la Stemax (l’ironia del destino ?), le discussioncine più o meno piccate sulla “buscaderizzazione” di Blow Up (ma cosa ci si può inventare ?, ma non si ha qualcosa di più serio a cui dedicare tempo ed energie ?) e adesso le defezioni dalla squadra del Mucchio attuale, tra le quali quella storica e a suo modo tragica di Federico. Tutto questo dentro ad un orticello che ormai, molto più che in periodi precedenti, mi sembra essersi fatto poco più che miserevole e dove i partecipanti paiono stare a fregarsi due zucchini da una parte o tre melanzane dall’altra o a strapparsi la lattuga per dispetto…..
    Mi viene il dubbio di non riuscire a spiegarmi bene e di poter essere frainteso: non voglio banalizzare l’accaduto o accusare i protagonisti di infantilismo o di pochezza. Però, da appassionato consapevole, sincero e di vecchio corso mi chiedo: ma dio bono, ma sempre a ‘ste storie bisogna arrivare? E allora mi piacerebbe, se possibile, avere anche da Federico un parere al riguardo.
    E per non chiudere in toni di pessimismo (visto che pessimista non sono) a Federico stesso ribadisco comunque solidarietà e lancio l’invito a ripartire al più presto da un’altra parte, quale che sia.
    Quando si comincia ?

    • Ciao, bene arrivato.
      Molto semplicemente, credo che il piccolo mondo del giornalismo musicale italiano non abbia nulla di diverso da qualsiasi altro micro/macrocosmo, nel quale “queste storie” sono all’ordine del giorno. Amare la musica non ci rende purtroppo immuni da problemi di rapporti… specie se l’ambiente, per quanto povero, attira anche gente interessata allo sfruttamento delle passioni altrui.

  15. Anonimo

    Io sottoscrivo quanto hai già scritto sopra:
    “Perché sono persone – parlo ovviamente dei vertici, non di chi scrive – che non fanno realmente parte del nostro mondo e che nemmeno lo capiscono. Si sono trovate per caso nel Mucchio, che altrimenti neppure leggerebbero, e ci hanno trovato un valido strumento di guadagno e/o elevazione sociale”.
    Amen

  16. francesco

    da qualche pagina nel forum del Mucchio leggo che viene reiterata la domanda: quanto guadagnate tu (Daniela) e le persone assunte (Beatrice Mele)? La Mele ha risposto con un papiro dove parla di contratto part-time e emolumenti in linea col contratto nazionale giornalisti etc. etc. ma si guarda bene dal fare cifre. La Federico invece risponde solo a chi gli chiede dove si trova il numero nuovo o quando gli abbonati lo riceveranno.Non ho mai scritto su quel forum ma mi verrebbe voglia di farlo solo per questo motivo. Ma credono davvero che i lettori del giornale siano degli emeriti coglioni?

    • Io posso solo dire i miei, di compensi.
      Mucchio: per coordinare le pagine dedicate alla musica, rileggere/correggere articoli altrui, scriverne di miei, ingaggiare e istruire collaboratori, trovare le foto, rappresentare la rivista e mille altre piccole cose (più, fino alla fine del 2011, seguire l’impaginazione di Classic Rock e delle recensioni): 1000 euro a numero, senza alcuna garanzia né contratti di alcun tipo, che dal 2010 mi venivano versati tutti assieme una volta all’anno.
      Extra: le stesse cose di cui sopra, più la direzione della rivista e l’impaginazione completa della stessa, 1549 euro a numero, corrisposti nello stesso modo.
      Dal 2012, gli importi di cui sopra erano stati ridotti rispettivamente a 700 e 1000 euro.
      Dimenticavo: ovviamente nessun benefit, tipo cellulare-benzina-varie ed eventuali. Quando mi spostavo per lavoro, di norma mi veniva pagato solo il biglietto del treno.

    • Anonimo

      la federico non risponde probabilmente per il fatto che non esistono domande imbarazzanti, bensi’ risposte imbarazzanti…Oscar

  17. Anonimo

    ostia, di solo mucchio mica ci campavi!

  18. easter

    In un paese normale un giornalista competente e appassionato come Federico avrebbe un lavoro sicuro e ben retribuito. Invece persone non competenti prendono il suo posto e probabilmente, finché la barca va, guadagneranno molto più di lui.
    Questo paese è un legno storto, raddrizzarlo è impresa disperata.

  19. Anonimo

    Io invece vorrei portare la mia esperienza reale per dar credito (se fosse proprio necessario, però mi va di farlo) alle parole di Federico. Nello specifico quelle che si riferiscono ai numerosi spazi dedicati alle band emergenti.
    Ho conosciuto Federico durante un festival che da qualche anno si svolge regolarmente nel mese di settembre. In questa occasione suonava una delle band che da un po’ di tempo seguo e allora sconosciuta.
    Avvicinammo Federico, impegnato in ascolti di dischi di band emergenti, e gli chiedemmo se gli andava di assistere alla breve esibizione della suddetta band. Non ci pensò due volte e si presento giusto in tempo per vedere tutto il set.
    Rimase piacevolmente colpito e credo di poter affermare che divenne il loro primo sostenitore. Da allora seguirono tre articoli sul Mucchio: presentazione disco in uscita, intervista di una pagina e recensione (tutte firmate da Federico), ma anche numerosi concerti.
    Questa però non è una storia isolata, la stessa cosa successe con altri artisti che gli presentammo.

    Adesso se si prova a proporre, all’Illustre Direzione, una nuova band o un nuovo artista in promozione, neanche si degnano di rispondere alle mail.

    Un abbraccio Federico e in bocca al lupo per tutto.
    😉

    NB ho volutamente taciuto l’evento in cui lo conobbi e il nome della band per rafforzare il desiderio di portare la mia esperienza e non di fare facile pubblicità.

  20. Francesco

    ho letto quanto scritto da Daniela Federico in merito al suo stipendio. Meglio tardi che mai. Grazie Federico per la tua risposta e in bocca al lupo.

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