Died Pretty

Accanto alle classiche interviste estese, che occupano almeno due pagine di giornale, ci sono quelle dette “di servizio”, ad artisti di secondo piano o che erano stati trattati in esteso da poco. Per noi che le facciamo, queste ultime sono una mezza fregatura, perché pur impiegando nel complesso lo stesso tempo (o quasi) di una “lunga”, si utilizza una minima parte della conversazione, con conseguente minore compenso. Certo, per il blog potrei mettermi a sbobinarle di nuovo (le conservo tutte, in cassetta o in file digitale) e recuperare il materiale inedito, ma sarebbe un lavoro parecchio pesante (chi non ha mai dovuto sbobinare non sa che immane rottura di palle sia) e non retribuito da nessuno. Questa intervista ai Died Pretty appartiene alla categoria di cui sopra e risale a ventuno anni fa, quando le quotazioni internazionali della band australiana erano in ribasso. Trace, non era un brutto disco, ma non andò granché bene e quindi l‘accordo con la Sony si risolse dopo solo un altro album, Sold. Dopo ulteriori due indipendenti, nuovamente con il marchio di quella Citadel che l‘aveva lanciato, il gruppo si sciolse. Leggendo tra le righe la breve sequenza di domande e risposte qui riportata, a ben vedere, il futuro era già scritto.
Died Pretty fotoNon godono più della popolarità della quale erano gratificati nella seconda metà degli anni ‘80, i Died Pretty: l‘inesorabile modificarsi dei gusti del pubblico e il lungo silenzio discografico seguito alla pubblicazione di Doughboy Hollow hanno purtroppo relegato la band in una sorta di limbo. costringendola a ripercorrere tappe che si credevano ormai definitivamente superate. Di passaggio a Roma per la quarta volta in poco più di sette anni, il quintetto australiano si è cosi esibito nella suggestiva ma angusta cornice del Big Mama, regalando a una platea tutt‘altro che oceanica (un centinaio di spettatori) un concerto di grande impatto fisico ed emotivo incentrato sul nuovo album Trace ma aperto anche alle gradite rivisítazioni di tanti “classici” del gruppo. Una buona occasione per incontrarci con ii batterista Chris Welsh, il chitarrista Brett Myers e il cantante Ronnie Peno, i tre superstiti della line-up del mitico Free Dirt.
Vivete ancora in Australia. Non credete sia giunta l‘ora di fare il grande passo e cercare fortuna all‘estero?
Avevamo maturato questa decisione all‘epoca di Doughboy Hollow, ma il naufragio dell‘accordo con la Beggars Banquet ci ha fatto cambiare idea. In Australia ci troviamo bene, lì abbiamo le nostre famiglie e i nostri amici, ma la prospettiva di trasferirci in Europa è abbastanza allettante, soprattutto per quel che concerne le possibilità di suonare dal vivo ed espandere la nostra audience.
Come avete ottenuto il contratto con la Columbia/Sony?
Non c‘è stato bisogno di pregare nessuno. Alla Sony sono impiegate come talent scout alcune persone che conosciamo benissimo, perché come noi facevano parte della famosa scena underground della metà degli anni ‘80.
E adesso, guardando al domani, cosa vedete?
Nulla di speciale, se non l‘opportunità di continuare a lavorare. Comunque è una gran cosa essere legati a una sola etichetta per tutto il mondo, prima la situazione era davvero caotica. Finora abbiamo sempre trovato un rappresentante della Sony in ogni posto dove siamo andati, e ci sembra che il loro interesse nei nostri confronti sia piuttosto forte. Vogliono investire sui Died Pretty senza pretendere un successo immediato: se Trace non funzionerà, si tenterà di nuovo con un secondo album, e poi con un terzo. E due dischi, per noi, significano la certezza di altri quattro/cinque anni di carriera.
Siete proprio convinti che Hugh Jones sia il produttore adatto per voi? A me sembra che abbia reso il suono un po‘ ridondante.
No, non la pensiamo affatto cosi. Hugh ci piace molto, anche perche non è il classico produttore di studio: lui fa anche molta pre-produzione, lavora tantissimo con noi per sperimentare ogni soluzione possibile, e quando le sue idee sono azzeccate rendono la canzone davvero eccezionale.
Però i Died Pretty di oggi sono più morbidi di qualche anno fa: c‘è un abisso, tra Stonage Cinderella e Headaround.
Il vecchio materiale è più confusionario, ora ci siamo evoluti e tendiamo a fare cose più ordinate. Ma abbiamo ancora un lato selvaggio, soprattutto dal vivo, e dunque sarebbe sbagliato dire che siamo più “leggeri”. Forse siamo più rilassati, anche perché oggi la band è in perfetta armonia mentre prima c‘era sempre qualcuno incazzato con qualcun aItro.
Perché la scena australiana non riscuote più il successo “di ampio culto” di qualche anno fa?
Difficile a dirsi. Molti gruppi di quella generazione si sono sciolti per le difficoltà economiche incontrate nel suonare dal vivo e nell‘incidere dischi; dopo quei due-tre anni di boom l‘attenzione internazionale si è indirizzata verso altri trend, e pochi hanno avuto la costanza e di mezzi per proseguire un‘attivìtà in apparenza priva di sbocchi. Al tuo primo tour non hai problemi a dormire sul pavimento del locale, ma se al secondo non riesci a ottenere almeno una camera d‘albergo e un pasto degno di tal nome sei portato a lasciar perdere. Allo stesso modo, se hai inciso il tuo esordio su un otto piste sarà logico che per il secondo disco tu pretenda qualcosa di più. Comunque parecchie delle nuove band sono davvero ottime, e probabilmente se ne sentirà parlare.
Tratto da Rumore n.27 del maggio 1994

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