Africa Unite

Ho intervistato varie volte gli Africa Unite, il gruppo più importante della ricca scena reggae italiana. Il recupero in oggetto risale ai tempi di Vibra, il penultimo album (e l’ultimo con canzoni autografe) che la band torinese pubblicò con il marchio della Universal. Fu una gran bella chiacchierata a 360 gradi, seconda solo a quella – ben più lunga – che fruttò la monografia su Extra: inevitabile la copertina del Mucchio, ai tempi settimanale.

Africa Unite copVibrazione positiva
A trovarseli di fronte, assieme, Bunna e Madaski fanno un effetto un po’ strano: tanto magro e minuto il primo quanto altissimo e robusto il secondo, quasi a voler rimarcare anche sotto il profilo fisico quella complementarità artistica che probabilmente costituisce una delle basi della loro lunga e proficua intesa. Il pretesto per l’incontro, nella solita stanza dei soliti uffici romani della Universal, è l’uscita dell’ottimo Vibra, ma l’argomento di più stretta attualità non è che uno dei tanti affrontati in cinquanta minuti di fitta conversazione all’insegna della cordialità e del desiderio di approfondire.
Al di là delle variazioni di volta in volta messe in atto, vi siete sempre mossi su binari ben precisi. Quali pensate siano, per voi, le opportunità evolutive, ammesso che abbiate in mente una evoluzione che vada oltre lo scrivere belle canzoni e l’incremento delle capacità tecniche?
Quel che dici è vero: la nostra musica è facilmente identificabile, al punto di poter quasi parlare di uno “stile Africa Unite”. Le nostre possibilità di evoluzione non si trovano nel “genere” ma nel continuo confronto con ciò che abbiamo fatto in tutti questi anni: Vibra, ad esempio, è un prodotto ortodosso, nel senso di ortodossia Africa Unite e non ortodossia reggae. Per noi l’evoluzione diventa un lavoro quasi filologico, un recupero del meglio di quel che abbiamo realizzato nella nostra carriera da attualizzare in base ai nostri particolari stati d’animo; non deve risiedere nel cambiamento o nella ricerca di un suono, e questo è stato forse l’unico passo falso de Il gioco, dove abbiamo dato grande importanza alla forma e poca alle canzoni. Le composizioni, invece, devono rimanere il fulcro degli Africa Unite e nello stesso tempo il rimando a ciò che siamo stati in passato. Quest’album, nonostante riprenda una serie di canoni reggae più tradizionali, segna una crescita: non credo sia possibile affermare che non si sentano differenze musicali e strutturali rispetto a People Pie o Babilonia e poesia.
Inoltre, mantenete i vostri legami con la canzone cosiddetta impegnata: come vi ponete nei confronti della retorica, da cui chiunque si collochi in tale ambito fatica a rimanere immune?
Semplicemente, non ci poniamo il problema: quando decidiamo di muoverci in quella direzione è perché sentiamo di volerlo, come prova anche il fatto che ci sono stati momenti in cui non abbiamo affrontato quel tipo di tematiche. Sotto il profilo dell’attenzione ad argomenti politici e sociali, Vibra ha il suo clou in Sotto pressione: avevamo questo testo e ci è sembrato giusto dare il nostro piccolo ma sincero sostegno alle associazioni che portano avanti il discorso dell’abolizione della pena di morte. Crediamo che, seppur nel nostro piccolo, la miglior cosa da fare fosse offrire un contributo a far luce su queste iniziative.
Per molti, lo schierarsi a favore di certe cause è solo un sistema per ottenere pubblicità.
Noi ci siamo spesso esposti in prima persona, ma sempre cercando di mantenere un po’ di distanza tra questi nostri interventi e le solite logiche promozionali. Innanzitutto, Sotto pressione non è un singolo ma solo un pezzo inserito nel contesto più ampio di un album, e il “Sotto pressione Day” del 6 marzo è stato un progetto ad hoc per catalizzare l’attenzione dei media. Inoltre, all’interno del CD, c’è il video e ci sono i link che consentono di avere accesso a quel che c’è da sapere sull’argomento, e tutto ciò sarà anche collegato alla nostra intera attività live per il 2000. Naturalmente avevamo programmato tutto da tempo, e certo non potevamo immaginare che pochi giorni prima Jovanotti avrebbe fatto quel che ha fatto sul palco del Festival di Sanremo: spesso la contemporaneità di due eventi anche ugualmente importanti finisce per danneggiare quello meno visibile.
Avete un’opinione precisa della faccenda Jovanotti?
Non ci va di parlare degli altri. Preferiamo invece dire che la nostra e un’azione diversa, sia come impostazione pratica che soprattutto come argomento. Non si dovrebbe dividere le tematiche sociali in “serie A” e “serie B”, comunque la pena di morte è una piaga gravissima presente in troppe nazioni, che tra l’altro permette ad alcuni regimi di eliminare con processi anche sommari le persone scomode. Ci sembrava necessario ribadire il concetto, augurandoci che la gente capisca che il nostro è un atteggiamento spontaneo: non ha dietro nessun tipo di calcolo, e la credibilità che crediamo di avere acquisito in tanti anni dovrebbe indirettamente testimoniare della nostra buona fede.
Quindi rimanete convinti che le istanze politiche e sociali all’interno di una canzone comunque “pop” abbiano una loro utilità?
Sì, è ovvio: il fine è innanzitutto quello di informare, e nel caso specifico il nostro stretto collegamento con le associazioni attraverso i link del CD facilita chi avverte il peso della questione “pena di morte” ad approfondire e a fornire, magari, un contributo pratico alla causa. L’aspetto principale rimane però quello dell’informazione. Non ci va, anche se veniamo dai centri sociali, di tirare in ballo il vecchio termine “controinformazione”, perché non significa più nulla: occorre informazione allo stato puro, visto che il bombardamento al quale siamo sottoposti dai media è propaganda o disinformazione gratuita dovuta non solo a malafede ma anche a semplice ignoranza. Un tuo collega, dopo aver letto il materiale scritto e visto il video, ci ha chiesto cosa c’entrassero gli Stati Uniti con tutti quei paesi del Terzo Mondo: porre una domanda così significa non aver capito nulla, e se a porla è uno che, in teoria, dovrebbe informare, non c’è di che stare allegri. Quindi, se un’informazione corretta può venir fuori, va benissimo che lo faccia sulle note di una canzone pop. Gli Africa Unite appartengono alla schiera di quelli che riconoscono alla musica una funzione culturale: in questo ci troviamo nettamente n controtendenza rispetto alla scarsezza di progetti artisticamente rilevanti che, nel settore, affligge l’Italia e non solo.
Vale a dire?
Beh, c’è questo ritorno collettivo alla logica del singolo radiofonico, laddove per quasi tutti gli anni ‘90 la nuova musica italiana è stata caratterizzata da un grandissimo numero di artisti i cui discorsi espressivi si sviluppavano attraverso i dieci/dodici brani di un album. Adesso, invece, si assiste all’usa e getta alla Lunapop: progetti coscienti e studiate che però, sul piano sociale e sonoro, lasciano il tempo che trovano. È un tipo di approccio con il quale non possiamo essere in sintonia.
Però qualche ragionamento paraculo lo fate anche voi: non credo che la cover di Baby Jane di Rod Stewart, già presentata dalla Universal come “singolo per l’estate”, sia casuale.
È un’operazione un po’ alla Bluebeaters, ci piaceva l’idea di prendere un pezzo che con il reggae non aveva nulla da spartire e trasformarlo in un reggae… No, è stato proprio un caso.
Vi siete mai imposti limiti sui veicoli di divulgazione del vostro messaggio, rifiutando determinati tipi di promozione?
No, in verità no: non ci sono mai state, o se ci sono state non ce le ricordiamo, offerte umilianti che siamo stati costretti a rifiutare. Però anni fa, in epoca pre-Universal, non abbiamo voluto prendere in considerazione la prospettiva di partecipare al Festival di Sanremo.
Adesso agireste nello stesso modo?
Si, senz’altro. Sanremo è una delle nostre poche remore, perché lo riteniamo assolutamente non adatto a noi. Per andare a Sanremo in modo funzionale serve un progetto molto particolare: non è un caso che gli unici ad aver spaccato sono stati Elio e le Storie Tese. Ci piacerebbe che esistessero spazi idonei per gente come noi, ma i pochi programmi televisivi esistenti non ci prendono in considerazione perché sono interessati solo a gente che si trova su ben altri livelli di vendite.
Però i Subsonica del vostro ex compagno Max Casacci, un’altra band che ha frequentato parecchio i centri sociali, a Sanremo sono andati. Che ne pensate?
Visti la loro storia e il loro pubblico non c’è da scandalizzarsene, mentre per noi sarebbe stata una forzatura. Semmai, a suscitare qualche perplessità è stata quella specie di ansia di giustificarsi, anche con quel proclama sul loro sito. Cercavano un’esposizione e l’hanno avuta, forse non era il caso di ricoprire di significati più o meno reconditi quella che loro hanno definito “operazione Remo”.
Vibra è uscito per la Universal, che vi ha trovati nel parco artisti ottenuto con l’acquisto Della PolyGram. Considerando le vostre vendite non irresistibili e le vostre idee in materia di musica, come mai non siete stati epurati come è accaduto a svariati colleghi che si trovavano nella vostra stessa posizione?
Forse ci hanno tenuti perché siamo in giro da tanto e perché il successo che continuiamo a riscuotere in concerto indica chiaramente che alla gente piaciamo. Certo, non vendiamo granché: il pubblico degli Africa Unite è di quelli che duplica i CD, e i nostri best-seller, Un sole che brucia e In diretta dal sole, hanno totalizzato circa ventimila copie. In effetti, anche noi ci siamo un po’ stupiti di essere ancora qui, e a questo punto possimo solo pensare che i discografici abbiano apprezzato il master di Vibra o almeno ritenuto che potesse funzionare. Magari anche la nostra credibilità potrebbe aver fatto pendere della nostra parte l’ago della bilancia… dai, tra i gruppi che sono stati – come dici tu – “epurati”, molti potevano tranquillamente esserlo. Anche il mio contratto da solista (è Madaski a parlare, NdI) era scaduto e nessuno ha parlato di rinnovarlo.
A bruciapelo: Vibra è il vostro miglior album?
Forse sì, anche se è presto per dirlo perché potremmo essere fuorviati dall’entusiasmo della novità. È vario perché condensa un po’ tutte le caratteristiche degli Africa Unite ma è più omogeneo dei precedenti, che a volte – prendi, per esempio, Babilonia e poesia – sono belli ma più dispersivi. Ci sembra che la nostra discografia contenga tutte opere di buon livello, ma prima di confezionare quest’ultimo eravamo tutti concordi nel preferire People Pie.
I pezzi-chiave di Vibra?
Di sicuro Tu, un lovers che amiamo tutti parecchio, e anche Notti con la sua appendice dub, l’ultimo arrivato: nella prima scaletta non era previsto e all’ultimo ha sostituito un altro paio di brani che per ora sono finiti nel cassetto. L’album ha avuto una gestazione lunga, ulteriormente allargata dal problema della possibile epurazione di cui si è detto prima, ma alla fine questo non gli ha nuociuto.
E la nuova, geniale versione di Politics solo archi e voce?
L’idea è stata di Marco Robino, il violoncellista dell’ensemble Archi Torti: ha fatto tutto praticamente a nostra insaputa, e siamo rimasti stupefatti perché il brano, pur avendo un arrangiamento diversissimo dall’originale, ne mantiene lo spirito e non presenta alcun connotato pop come spesso accade con esperimenti di questo genere. Di Politics esiste anche un’altra versione con l’orchestra da dieci elementi, approntata solo per la rassegna “Musica 2000” di Torino: abbiamo assemblato una specie di selezione dei nostri evergreen in chiave orchestrale, c’è anche Il partigiano John. Non è detto che in futuro non si continui su questa strada.
Come è nata la collaborazione con gli Archi Torti?
Abbiamo ritrascritto i pezzi del mio Da Shit Is Serious (è sempre Mada a rispondere, NdI) per proporli assieme dal vivo in uno spettacolo che amiamo definire “Madaski contro gli Archi Torti”: macchine contro archi, per vedere chi suonava più forte. Senza dubbio ho fatto più casino io, ma il confronto è stato comunque stimolante.
Bene o male, seppure da una posizione singolare, anche voi siete stati parte della scena delle posse. Cosa credete sia rimasta, oggi, di quell’esperienza?
È fuori discussione che gli Africa Unite abbiano beneficiato del boom delle posse, che ci ha anche spinti a riprendere il discorso dei testi in italiano che si è poi rivelato determinante per la nostra carriera. Non si deve generalizzare, ma i gruppi attuali – rock o hip-hop che siano – tendono in linea di massima a sostituirsi alla vecchia musica leggera: è una corsa continua alla standardizzazione, al pezzo “furbo” che sia trasmesso dai network o da MTV… è un po’ triste, ecco. Per l’Italia il fenomeno delle posse dei primissimi ‘90 è stato una sorta di piccolo punk, dal quale sono nate cose ottime, ma spaventa abbastanza accorgersi che di “nuove leve” valide ce ne sono pochine e che la qualità e la coerenza appartengono quasi solo ai sopravvissuti. Anche gli stessi Subsonica, se vogliamo, sono “nuovi” fino a un certo punto, visto che Max aveva alle spalle una lunga gavetta con noi. Tra quelli che conosciamo, gli unici a spaccare il culo quando suonano sono i Verdena, perché sono una band vera che ha seguito un iter simile a quelle della nostra generazione: adesso tanti gruppi passano da un giorno all’altro dalla cantina a MTV, come fanno ad acquisire credibilità?
Voi che ne siete i precursori, come vedete in generale l’uso e l’abuso che si fa dalle nostre parti della musica giamaicana, dallo ska ai vostri “cloni”?
Male non fa davvero: i gruppi reggae e i sound system dislocati in Italia servono a suscitare curiosità nell’ascoltatore che non conosce il reggae e gli stili ad esso collegati, con il risultato di allargare ancor di più l’audience e quindi la scena.
OK, ma se un vostro clone ottenesse un successo straordinario con un pezzo “alla Africa Unite” non vi seccherebbe neanche un po’?
Parafrasando un pezzo dei Reggae National Tickets, tanto per restare in tema, canteremmo “son cose che succedono”… però in effetti, anche se saremmo contenti per gli eventuali fortunati, potremmo rimanerci un po’ male, visto che è tanto che ci impegnamo in.questo ambito. Magari, se proprio dovessimo essere “superati da destra” preferiremmo che a farlo fossero proprio i Reggae National Tickets, dei quali riconosciamo le doti di ispirazione e sincerità. Ci interrogheremmo anche per capire perché non sia accaduto a noi, dove magari abbiamo sbagliato… però non si deve dimenticare che essere ancora qui dopo tanto tempo e continuare a vivere di musica non avendo mai raggiunto una notorietà di massa non è cosa da poco.
Questo è un periodo sfortunato per i gruppi “a due”, vedi i Litfiba e i CSI. Sinceramente, com’è lo stato di salute della coppia Bunna-Mada?
Ci conosciamo da circa trent’anni e quindi è quasi impossibile che tra noi si possa litigare: dal punto di vista economico non abbiamo mai avuto il minimo problema, e se sul piano artistico siamo diversissimi è anche vero che ognuno di noi ha i propri spazi autonomi dove sfogarsi. Certo, prima o poi l’avventura Africa Unite potrebbe anche terminare, ma in quel caso si tratterebbe di una decisione di entrambi. Come tutte quelle, tantissime, che abbiamo preso finora.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.393 del 18 aprile 2000

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