Burning Brides

Dai miei archivi ecco emergere altro materiale a gente “desaparecida” da un bel po’, ma della quale ai tempi si parlava abbastanza. Non così ora, con l’ultimo album (il quarto) risalente al 2008. Fall Of The Plastic Empire, l’esordio del 2001, rimane in ogni caso un bel riascolto.

Burning Brides copFall Of The Plastic Empire (V2)
Da un po’ di tempo, mi capita sempre più spesso di pensare a quale debba essere la corretta prospettiva “critica” nei confronti dei giovani gruppi rock’n’roll che sempre più numerose si affacciano alla ribalta: se, cioé, li si debba valutare sulla base della loro capacità – nella massima parte dei casi, inesistente – di incidere sulla storia della nostra musica in virtù di qualche caratteristica innovativa, o se l’approccio più sensato sia invece evitare elucubrazioni da “vecchi saggi che hanno visto troppo” e mettere sul piatto della bilancia solo elementi come l’impatto fisico-emotivo del suono, la qualità del songwriting o la presenza scenica. Un bel dilemma che questo album d’esordio degli statunitensi Burning Brides – già autoprodotto nel 2001, ma ora ripubblicato a livello internazionale dalla V2 – ripresenta prepotentemente: e questo perché lo stile della band, pur apparendo a un orecchio un minimo esperto come un intreccio di riferimenti a esperienze note e/o arcinote, è senza dubbio alimentato da quel “sacro fuoco” che lo rende in grado di cambiare la vita di qualsiasi teenager di oggi, incolpevole di non aver conosciuto i maestri del passato cui il trio di Philadelphia – fondato dal chitarrista/cantante Dimitri Coats e dalla bassista Melanie Campbell – è inevitabilmente debitore.
Certo, si potrebbe obiettare che le esistenze di chissà quanti tredicenni dei ‘90 sono state stravolte da patetici gruppazzi pseudo-punk, ma così facendo si getterebbero ombre su una formazione in qualche modo speciale, che sembra possedere una marcia in più rispetto alla numerosa e agguerrita concorrenza: un quid difficilmente definibile, ma che l’ascoltatore più scaltro non dovrebbe avere problemi a percepire, che emerge con autorità dai cupi e poderosi riff di scuola Stooges, dalla (misurata) sguaiatezza garage che si abbraccia alle efficacissime aperture melodiche, dal rumore della saturazione che incontra sublimi fragranze Sixties (indicativi, in tal senso, piccoli incantesimi come At The Levity Ball o Rainy Days), dalle parentesi filo-psichedeliche legate alle citazioni wave secondo la lezione degli Smashing Pumpkins. Il tutto amalgamato in un suono sporco e istintivo, ma costruito con equilibrio e buon gusto, che dispensa ottime e forti vibrazioni al cui (naturale) carisma non è facile resistere.
Evocativo nel titolo e fascinoso persino nella copertina (da osservare con attenzione, senza fermarsi al primo sguardo), Fall Of The Plastic Empire contiene undici episodi: non posso ovviamente affermare che mi abbiano spalancato davanti agli occhi chissà quali insospettati orizzonti, ma di sicuro mi hanno regalato trentasette minuti di sano, genuino entusiasmo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003

Burning Brides fotoFuoco e fiamme

A differenza della maggior parte dei colleghi giovani, da alcuni anni non sono molto stimolato dalla prospettiva di intervistare un gruppo nuovo: come mi è già capitato di scrivere, la prevedibilità delle risposte rende infatti certe chiacchierate pressoché identiche tra loro e quindi povere di mordente (e motivi di interesse). Benché assai favorevolmente colpito da Fall Of The Plastic Empire, album d’esordio targato Burning Brides, mi aspettavo quindi ben poco dalla telefonata con Dimitri Coats, indiscusso leader dell’ensemble statunitense; contro ogni pronostico, il cantante e chitarrista si è invece rivelato un ottimo interlocutore, sia per quanto concerne gli argomenti tutt’altro che scontati e sia per il modo vivace e sanguigno di affrontarli. Quel che segue è il riassunto di quarantacinque minuti di conversazione fitta fitta tra due autentici innamorati della musica.
Ho letto nella tua biografia che hai lasciato New York per trasferirti a Portland, Boston e infine Philadelphia. Un percorso insolito per chi vuole avere successo con la musica, visto che abitualmente ci si muove dalla provincia nella Big Apple e non viceversa…
Volevamo fuggire da una vita che non ci andava a genio, ma soprattutto ci sarebbe piaciuto trovarci in un posto dove, se non altro a livello di potenzialità, saremmo stati il pesce più grande dello stagno e non quello più piccolo… Inoltre, il sogno mio e di Melanie (Campbell, la bassista, NdI) era avere una casa ampia nella quale poter suonare a volume alto, e sapevamo che a New York non si sarebbe mai avverato. Inizialmente ci interessava solo allontanarci il più possibile, ma dopo un po’ abbiamo capito che eravamo persone da East Coast. Abbiamo provato Boston, ma non ci trovavamo a nostro agio; così siamo andati a far visita a una nostra amica di Philadelphia, e abbiamo subito realizzato che si trattava del posto ideale: economica, molto viva e distante solo due ore di macchina da New York, dove ci spostiamo spesso per i concerti.
Cosa c’era che non andava, a Portland?
È una città piuttosto piccola, e quando ci abitavamo la scena non era granché florida. In più, la morte di Kurt Cobain era ancora molto sentita e pochi, specie da quelle parti, sembravano aver voglia di ascoltare la nostra musica. C’è poi da dire, in generale, che la gente della Costa Est è più determinata a fare davvero qualcosa, mentre quella della West Coast è spesso molto meno concreta. È una questione di attitudine.
E New York cosa aveva di così sbagliato da voler scappare?
Ero stanco delle mie esperienze in campo teatrale, stanco di sentirmi dire cosa dovevo fare, e avvertivo la necessità di esprimere una mia personale arte invece di interpretare quella altrui. Non ero convinto di voler essere un attore professionista, se avessi continuato mi sarei sentito un po’ come… una puttana, ecco. Anche Melanie, che lavorava nell’ambito della danza, provava lo stesso tipo di frustrazioni, e così abbiamo deciso assieme di cercare un’alternativa. Così abbiamo giocato tutte le nostre carte sul tavolo del rock’n’roll, e a quanto pare siamo stati fortunati.
Beh, comunque non avrete certo improvvisato: immagino che il rock fosse una tua passione da moltissimo tempo.
Ho cominciato a suonare la chitarra a tredici anni, ma il rock’n’roll mi aveva conquistato ancor prima, con quel suo fascino oscuro e folle al quale è impossibile resistere. È come una droga, che nel mio caso mi ha però salvato da momenti veramente cupi dandomi ispirazione e una notevole dose di ottimismo. Ora che sono dall’altra parte della barricata, trovo bellissimo che la mia musica possa avere su altri ragazzi lo stesso tipo di impatto che quella dei miei eroi giovanili ha avuto su di me.
Quando hai capito che il rock’n’roll poteva essere la tua vita?
In tutta onestà, all’esordio in concerto con i Burning Brides. Quando ho provato per le prime volte con Melanie mi era parso di percepire qualcosa di speciale, ma quello show a Philadelphia – 11 maggio 1999, un martedì – ci ha spalancato davanti un mondo. Per qualche strana ragione, il nostro atteggiamento prima della serata era stato molto presuntuoso, al confine con l’arroganza: avevamo invitato chiunque a venire, dicendo a tutti di portare più gente possibile perché l’esibizione sarebbe stata un evento, e in qualche modo è andata proprio così. Il set è durato solo mezz’ora, dato che avevamo un repertorio di pochi brani, ma abbiamo raccolto una tale quantità di soddisfazioni che continuare è diventato una specie di obbligo morale.
E i passi successivi?
Ci siamo dedicati anima e corpo al progetto, infischiandocene di cercare un’etichetta e scegliendo di fare da soli. Poi abbiamo investito tutti i nostri soldi nella registrazione di quest’album e nell’acquisto di un furgone, portandoci in giro i CD da vendere. Alla fine la nostra tenacia è stata premiata, visto che solo un anno dopo siamo diventati “la nuova rivoluzione rock”, o come ci ha definiti il New Musical Express.
A quel punto, tutti volevano ristampare il vostro album.
Esattamente. E il bello, visto che il master era di nostra proprietà, è che per farlo erano disposti a pagare una fortuna!
Ora che sei entrato nel mondo della musica, che opinione ne hai?
È esattamente come mi aspettavo che fosse: è pazzo ma è perfetto per noi, e il rock è ciò per cui, in qualche modo, siamo nati. Sono contento: non posso credere che solo cinque anni fa ero uno spettatore mentre adesso la mia band apre per i Queens Of The Stone Age davanti a duemila persone e con il locale tutto esaurito. È strano, a volte la vita può essere come un film. Ho visto tutto ciò che mi immaginavo di vedere: la droga, le ragazze che mi vengono dietro e i ragazzi che ci provano con Melanie, le feste, i fan a caccia di autografi, i discografici. Contemporaneamente, però, capisco che in fondo siamo su un treno appena partito, e che la strada da percorrere è ancora lunga, o almeno così speriamo. Credo che anche questo distingua gli adulti dai ragazzi: sappiamo bene che quel che abbiamo ottenuto non è un traguardo, e sappiamo bene che sentirsi arrivati è il mondo migliore per rilassarsi e perdere il vero contatto con la musica. Se ciò dovesse verificarsi, sarebbe come se il treno avesse deragliato: anche perché, come ben sanno gli esperti della storia del rock, sono proprio queste le situazioni in cui le droghe prendono il sopravvento, le tragedie accadono e i gruppi si sciolgono.
Non hai un po’ paura che, rapidamente come sono esplosi, i Burning Brides potrebbero ritornare nell’oblio?
È ovvio. Sono consapevole che siamo stati favoriti dall’esserci trovati nel posto giusto al momento giusto, ma l’essere stati oggetto di un’asta tra etichette ci ha fatto guadagnare parecchio, mettendoci in condizione di proseguire con i nostri mezzi anche nel caso che l’incantesimo dovesse all’improvviso spezzarsi. Penso, però, che non si debba pensare a queste cose: l’approccio corretto è avere la massima fede in se stessi, nelle proprie canzoni e nelle capacità della propria band di essere migliore di tutte le altre, o quantomeno non peggiore delle altre. Inoltre, vendere quantità industriali di dischi ha un valore relativo: prendi i Sonic Youth o i Velvet Underground, che non sono mai stati mattatori delle classifiche ma che sono universalmente e giustamente reputati gruppi fondamentali.
Perché, tra le varie proposte, avete accettato proprio quella della V2?
Non posseggono la forza di una Warner Bros o una Capitol, ma sono in una posizione intermedia tra una Matador, una Sub Pop o una Touch And Go: il posto ideale per noi, che non gradiremmo eventuali eccessi di pressione e che puntiamo a una carriera fondata sulla sostanza e sul catalogo e non, come pare essere l’obiettivo delle multinazionali, sul “tutto e subito”.
Come mai avete ristampato Fall Of The Plastic Empire, che ormai è vecchio di un paio d’anni, invece di confezionare un album nuovo?
A tutti noi, dirigenti V2 compresi, il disco piace così com’è, e non vedevamo motivi di cambiarlo: è un prodotto low-budget, ma un album – in tal senso, gli White Stripes sono un caso eclatante – non ha bisogno di costare centinaia di migliaia di dollari per essere buono. In più, la prima edizione era patrimonio di appena cinquemila fan che l’avevano acquistata ai nostri concerti: perché impedire che queste canzoni fossero ascoltate dal resto del mondo, essendocene la possibilità? Comunque, incideremo il prossimo album quest’estate, e contiamo di vederlo nei negozi all’inizio del 2004.
Di Fall Of The Plastic Empire mi piace molto il modo in cui combinate energia, rumore e melodie. Due battute sui vosti riferimenti stilistici?
L’idea era legare assieme Beatles e Black Sabbath. Ci piacciono molto i Cheap Trick, e in generale tutti i gruppi che suonano duro e pesante ma che capiscono che una canzone con la “C” maiuscola deve funzionare anche se suonata solo con una chitarra acustica. Il nostro nome punta proprio a rappresentare questo concetto, accostando l’immagine inquietante delle fiamme con quella rilassante delle spose; così come la copertina, che a prima vista sembra solo un teschio ma a uno sguardo più attento si rivela composto dai corpi intrecciati fra loro di alcune ragazze nude.
E il titolo, che presumo polemico nei confronti della società in cui viviamo?
Quasi tutta ciò che si ascoltava dalle radio e su MTV era davvero finto, e noi chiamavamo il music-business “l’impero di plastica”. Più che una profezia, nella cui realizzazione non confidiamo granché, vuole essere una sorta di dichiarazione di identità, come mettersi a urlare in un megafono una cosa tipo “ehi, noi siamo veri: c’è qualcuno interessato, là fuori?”.
Che tipo di evoluzione ipotizzi per i Burning Brides?
Non so, presumo che miglioreremo, ma quel che ci preme sul serio è rimanere coerenti con noi stessi, non giudicare la musica che scriviamo ma essere orgogliosi di almeno una parte di essa, non farsi condizionare dalle aspettative del nostro pubblico. Tutti i grandi artisti non hanno paura di seguire il proprio istinto… pensa ai Beatles: se si fossero preoccupati delle possibili reazioni dei loro fan, con tutta probabilità con sarebbe mai esistito un Sgt. Pepper’s.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.531 del 29 aprile 2003

Annunci
Categorie: interviste, recensioni | Tag: , , | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: