Bonnie “Prince” Billy

Strano davvero, che non avessi ancora recuperato nulla del mio amato Will Oldham. Rimedio con questa recensione parecchio estesa di un album che non sarà bello come I See A Darkness o The Letting Go, o magari Lie Down In The Light, ma che comunque, almeno a mio avviso, fa la sua porca figura.

Bonnie Prince copBeware (Domino)
La crisi discografica? Nominatela a Will Oldham e con tutta probabilità vi scoppierà a ridere in faccia: non potrebbe essere diversamente, per uno che dal 1993 a oggi ha pubblicato, se i conti sono esatti, quindici album di studio, quattro live, tre antologie, una ventina di EP e circa quaranta singoli, escludendo le presenze in raccolte di artisti vari e i contributi a lavori altrui. Un percorso eccezionale, per qualità e non solo per qualità, che da dieci anni si dipana dietro lo pseudonimo Bonnie “Prince” Billy: inizialmente una specie di alter ego da adottare per le produzioni orientate verso il country e poi l’identità pressoché unica del trentottenne del Kentucky, divenuto passo dopo passo una delle figure più conosciute e rilevanti della scena americana (e Americana) tra roots e indie-rock. Musica solida che guarda alla tradizione, preferendola alle innovazioni tarocche e forzate, e alla classicità sviluppata in brani in fondo semplici costruiti con sentimento e perizia da artigiano: canzoni di oggi che potrebbero tranquillamente essere di ieri e che di sicuro conserveranno questa loro attualità senza tempo pure domani, con tanti (irridenti) saluti a chi si pone come imperativo categorico la ricerca del “moderno”.
Beware si colloca sulla scia del Lie Down In The Light di nove mesi fa, confermando la verve in generale più solare del nostro eroe ma mostrando in modo forse più evidente anche quell’indole crepuscolare e malinconica che è da sempre scolpita nel suo DNA, e che in passato sembrava permeare ogni composizione sovrastando e soffocando quasi ogni slancio verso una prospettiva stilistica più serena e meno meditabonda. Fra questi tredici episodi l’amarezza e il patimento rimangono però più o meno mascherati, benché i testi non siano un preclaro esempio di allegria – in sostanza si parla d’amore, ed è noto che il songwriting di rado si esalta quando è stimolato da situazioni gioiose – e benché alcuni pezzi avrebbero di base ciò che occorre per crogiolarsi nell’autocommiserazione: a “correggere” la naturale attitudine a considerare il bicchiere sempre mezzo vuoto (se non vuoto del tutto) provvedono però gli arrangiamenti, all’insegna di una ricchezza di strumenti e sfumature che peraltro non lascia mai mano libera a stucchevoli ridondanze. Ogni dettaglio, dalle trame ritmiche ai preziosi ceselli di corde, archi e fiati fino alle seconde voci femminili spesso di sapore gospel, è infatti laddove è giusto che sia, a dichiarare o a sottolineare un preciso umore così come a fungere da accompagnamento al canto di un Principe che sembra davvero a suo agio nel confrontarsi con toni più morbidi e luminosi rispetto alla sua norma; sola, autentica eccezione la scarna e dolente There’s Something I Have To Say, tanto in sintonia con The Letting Go (2006) da poter essere scambiata – e chissà, forse lo è – per una sua outtake.
Certo, non è scontato che quello che ormai è lecito definire un “nuovo corso artistico” – sulla cui durata, naturalmente, qualsiasi previsione sarebbe un azzardo – riscuota il consenso dei tanti estimatori del Bonnie “Prince” Billy più etereo, cupo e fragile: quanti magari hanno bisogno di percepire in un disco il disagio dell’autore per vivere ed esorcizzare il proprio potrebbero non ritrovarsi appieno in questi tre quarti d’ora di (pur relativa) esuberanza country-folk, validamente giocati tra momenti nei quali a prevalere è un approccio rock comunque soffice (Beware Your Only Friend, You Don’t Love Me e I Am Goodbye i più vivaci) e ballate evocative di sobria e raffinata eleganza (Death Final, Heart’s Arms e I Don’t Belong To Anyone le più toccanti). Vanta un gran bell’equilibrio di intensità e leggerezza, Beware, di spontaneità ed esperienza che non ci piace chiamare mestiere. E pur non essendo affatto rivoluzionario, vista la sua piena adesione ai canoni del (miglior) country-rock degli ultimi quattro decenni, legittima una volta in più il ruolo centrale ricoperto da Oldham nell’odierno panorama cantautoriale: iconico, come rimarcato dall’immagine della funerea copertina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.656 del maggio 2009

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