Swedish Sins

Ho cercato ma non ho trovato nulla di esteso da me scritto a proposito degli Hellacopters, indiscussi leader della scena scandinava “evocata” ieri con il recupero dei pezzi sui Gluecifer. Ho così ripescato un tot di recensioni rigorosamente d’epoca di dischi significativi che rientrano a tutti gli effetti nel discorso: messi assieme, raccontano l’ascesa e la caduta (magari non rovinosa, ok) di un fenomeno che, almeno per quanto riguarda la sua fase più calda, non può non essere conosciuto (e amato) da ogni appassionato del miglior rock’n’roll.

Swedish Sins foto

HELLACOPTERS – Payin’ The Dues (White Jazz)
È già da qualche mese che l’attenzione della stampa internazionale più rock-oriented si è concentrata sul nuovo panorama svedese: un panorama che, come già accaduto per quello fiorito in modo altrettanto improvviso circa una dozzina di anni fa (ricordate Wayward Souls, Shoutless o Creeps?) ha come padrini gli inossidabili Nomads e smentisce prepotentemente ogni luogo comune sulla “freddezza” nordica. Dove i gruppi degli anni ‘80 traevano però ispirazione dal garage e dalla psichedelia dei Sixties, i principali riferimenti della next generation sono essenzialmente l’hard-rock della mitica Detroit di MC5 e Stooges e il punk del ‘77, amalgamati in una miscela che i detrattori accuseranno di scarsa modernità ma che comunque vanta potenza, equilibrio melodia/rumore e spessore compositivo davvero sorprendenti.
Assieme alla raccolta Swedish Sins, il perfetto manifesto della scena è senz’altro questo Payin’ The Dues degli Hellacopters di Stoccolma, che segue di un annetto l’esordio Supershitty To The Max: un lavoro all’insegna del più puro e travolgente rock’n’roll “di strada”, che recupera le summenzionate radici del genere aggiungendovi peraltro un tocco di (selvaggia) personalità. Rock’n’roll teso, aggressivo e vibrante di passione, di quelli che si amano d’istinto e senza bisogno di tanti perché… e un altro avvincente capitolo della saga che ha avuto uno dei suoi momenti chiave nel Kick Out The Jams simpaticamente citato nella foto all’interno della copertina. Preferibile l’edizione in vinile, che ha come bonus-track la cover di City Slang scritta nel ‘77 da Fred “Sonic” Smith per la sua purtroppo effimera esperienza con la Sonic Rendezvous Band.
Tratto da Audio Review n.180 dell’aprile 1998

VV.AA. – Swedish Sins (White Jazz )
Se Payin’ The Dues degli Hellacopters rappresenta il vertice qualitativo finora toccato dalla nuova scena scandinava di orientamento punk/hard, questa ricca compilation significativamente intitolata Peccati svedesi non può non esserne considerato l’ideale biglietto da visita: diciannove canzoni edite e inedite altrove che spaziano dal garage rivisitato al metal più truculento – toccando più o meno tutte le gradazioni intermedie – per quasi un’ora di sonorità chitarristiche aspre e nervose. Tra i partecipanti, i capiscuola Nomads, gli affermati Entombed, i già popolari Hellacopters e Gluecifer e svariati emergenti quali Backyard Babies, Kids Are Sick, A-Bombs e Robots… il che basta e avanza per placare la sete di rock’n’roll di ogni appassionato, anche il più esigente. Provare per credere.
Tratto da Audio Review n.180 dell’aprile 1998

HELLACOPTERS – Disappointment Blues (White Jazz)
Vista la crescente notorietà della band, c’è da sperare che qualche etichetta di buona volontà si deciderà prima o poi a confezionare l’antologia “definitiva” degli Hellacopters: quella in cui radunare, per capirci, le circa trenta canzoni che nei suoi quattro anni di vita discografica il quintetto svedese ha sadicamente disseminato tra singoli, EP e compilation. In attesa dell’evento, ad offrire un pur limitatissimo spaccato della discografia “nascosta” di Nick Royale e compagni provvede ora questo Disappointment Blues, del quale fanno parte tre brani inediti registrati nella scorsa primavera,una versione differente della Ferrytale apparsa sul 45 giri di debutto del 1995, una cover di Speedfreak tratta da un tributo ai Motorhead, la Long Gone Losers già nella recente raccolta All Punk Rods della Lookout! e la Oh Yeah Allright! inclusa in un singolo diviso a metà con gli Elektric Frankenstein.
Materiale prescindibile, insomma, destinato solo al pubblico dei collezionisti? Tutt’altro, visto che il mini-CD (o mini-LP formato 10 pollici) regge quasi il confronto con i due eccellenti album finora pubblicati dal gruppo (Supershitty To The Max e Payin’ The Dues), offrendo ventidue minuti di torrido e appassionante hard-punk’n’roll che vede tra le sue fonti di ispirazione gente come MC5, Stooges, Damned, Motorhead, Dead Boys, New Bomb Turks e Radio Birdman. E che, a dispetto del suo guardare indietro, non conoscerà mai l’obsolescenza nella quale sprofonderanno presto tante miserie di stagione oggi spacciate per sensazionali novità. Kick out the jams, motherfuckers! Ora e sempre.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.334 del 12 gennaio 1999

VV.AA. – Swedish Sins ‘99 (White Jazz)
Visti i consensi ottenuti dal primo volume, e soprattutto l’insostituibile ruolo da esso ricoperto ai fini della propaganda internazionale della nuova scena scandinava di area punk’n’roll (e non solo), era logico che la White Jazz avrebbe prima o poi allestito il seguito di quella Swedish Sins che nel ‘97 ebbe il merito di dichiarare al mondo l’esistenza di Hellacopters e Glucifer (peraltro già da tempo discograficamente attivi) e di giovani talenti all’epoca esordienti quali A-Bombs e Backyard Babies.
Ricalcando la formula già sperimentata nel precedente capitolo, Swedish Sins ‘99 allinea una ventina di brani in massima parte inediti, opera di altrettante band – nessuna delle quali presente nella vecchia compilation – dedite a stili diversi ma accomunate dalla devozione ad energiche e distorte sonorità chitarristiche: non solo pesantezze post-stoogesiane, quindi, ma anche garage più o meno screziato di toni psichedelici, punk/core anfetaminico e hard d’assalto, a documentare un panorama generale apparentemente omogeneo sotto il profilo qualitativo ma non per questo carente di individualità di spicco (vedi Hellride, Wrecks, Grinners, Roachpowder, Nasty Flames o i già più noti Turpentines e Puffball). E anche se è ovvio che tale imponente e agguerritissimo schieramento sarà ben presto falcidiato dalla dura legge della selezione naturale, è fuor di dubbio che Swedish Sins ‘99 meriti un’attenzione di gran lunga superiore a quella di norma concessa alle raccolte geografiche e/o di genere. Buy or die, per attenersi al felice slogan coniato una ventina d’anni fa da quei simpaticoni della Ralph Records.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.341 del 2 marzo 1999

NOMADS – Big Sound 2000 (White Jazz)
HELLACOPTERS – Grande Rock (White Jazz)
È un dato di fatto che i Nomads stanno al rock’n’roll svedese degli ultimi vent’anni come i Sex Pistols al punk inglese o come i Nirvana al grunge; non può quindi che far piacere, almeno a chi crede nelle tradizioni che si perpetuano, veder pubblicati nello stesso giorno – e per di più con lo stesso marchio discografico, quello già glorioso della White Jazz di Stoccolma – i nuovi album dei paladini della scena scandinava e dei loro legittimi eredi Hellacopters, che come da consolidato copione sono oggi assai più conosciuti e apprezzati di quanto non siano mai stati i loro ispiratori.
Nonostante gli stretti legami di parentela che li uniscono, i due lavori non sono comunque l’uno la copia dell’altro: dove i Nomads, al di là di una esposizione più compatta e potente, continuano ad avere come punto di riferimento il garage-punk dei ‘60 e a dare l’idea di una versione più “moderna” dei mitici Sonics, gli Hellacopters sembrano invece avere in parte soffocato la furia tra punk e street-metal di Supershitty To The Max e Payin’ The Dues, avendo imboccato la strada di un hard-rock anni ‘70 – diciamo qualcosa tra gli MC5 e i primi Kiss? – ineccepibile sotto il profilo delle strutture e delle interpretazioni ma in apparenza meno istintivo e selvaggio rispetto al passato. E sono emblematici, in tal senso, titoli e copertine: ricchi di ironia il Big Sound 2000 e il mangiadischi dei maestri, abbastanza coatti – ma certa musica, si sa, è fatta anche di platealità gratuita – il Grande Rock e gli svolazzi degli allievi. Sarebbe profondamente ingiusto, però, parlare di delusioni: né per i Nomads, ai quali i tanti dischi (otto album più assortite frattaglie) e i quasi vent’anni di carriera non hanno affatto smussato gli artigli, né ai sempre bravi Hellacopters (sentire Action De Grâce o The Electric Index Eel), che accantonata l’irruenza “giovanile” devono forse essere solo sicuri su quale sia la miglior direzione da prendere nel bivio spalancato loro davanti dal successo. Prendere o lasciare, insomma… e nel caso si opti per la prima eventualità, si abbia l’accortezza di non lesinare col volume.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.352 del 18 maggio 1999

GLUECIFER – Tender Is The Savage (House Of Kicks)
Ascolto rock’n’roll in maniera massiccia da quasi trent’anni e dunque nessuno potrebbe biasimarmi se un (brutto) giorno dovessi affermare che chitarre elettriche, bassi e batterie mi hanno spaccato le palle, per non dire di quei soliti accordi e di quei soliti brani dei quali, con un minimo di concentrazione, è facile prevedere quasi ogni sviluppo di strutture e arrangiamenti. Dubito però che ciò potrà mai accadere finché continueranno a esistere gruppi che, indipendentemente dallo stile prescelto, vanteranno tra le proprie doti quell’istinto compositivo e interpretativo che trasforma una pur semplice canzone in qualcosa in grado di cambiare la vita di un adolescente o, nel mio caso, di indurre ad alzare il volume a livelli da terremoto.
I norvegesi Gluecifer, capiscuola con gli svedesi Hellacopters della (ormai non più tanto nuova) ondata scandinava, posseggono senza dubbio l’istinto di cui sopra, come dimostrato anche da questo terzo album: un disco che, pur mettendo chiaramente in luce il desiderio del quintetto di rendere la sua formula meno lancinante e selvaggia (alla produzione è stato chiamato l’esperto Daniel Rey, già in consolle per Ramones, White Zombie e Misfits), non lesina in ottime vibrazioni hard-punk-glam. Al momento, comunque, tutto rimane OK, sebbene la legittima aspirazione della band a ottenere maggiore visibilità internazionale potrebbe alla lunga soffocarne l’incisività e favorire quella tendenza al manierismo hard che purtroppo – va detto – fa qua e là capolino anche in questi solchi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.397 del 16 maggio 2000

HELLACOPTERS – High Visibility (Polar/Universal)
Anche se qualcuno aveva fatto finta di non sentire, il precedente Grande Rock lo aveva dichiarato con la massima chiarezza: gli Hellacopters non erano più la straordinaria band che, a metà ‘90, aveva guidato la resurrezione del rock’n’roll scandinavo e impresso a fuoco il suo nome sui cuori di ogni appassionato di torridi intrecci tra punk, garage e hard. Un destino quasi ineluttabile cui ben pochi gruppi dello stesso ambito musicale sono riusciti a sfuggire, e che ha ora trovato il suo logico sviluppo – volendo cedere al pessimismo, o meglio al realismo, si potrebbe dire epilogo – in un contratto major che sul piano economico, fatte le debite proporzioni, gioverà di sicuro più ai cinque svedesi che non alla multinazionale che lo ha fortemente voluto.
Non è in assoluto un brutto disco, High Visibility, ma è innegabile che gli attuali Hellacopters siano pesantemente edulcorati rispetto a quelli che nel 1997 lasciarono a bocca aperta con il secondo album Payin’ The Dues. Sono più eclettici, più duttili e vantano per forza di cose più mestiere, ma la straordinaria energia di un tempo appare oggi soffocata da un approccio interpretativo e di arrangiamento assai più levigato e di maniera. E nonostante parecchi dei tredici episodi non siano del tutto malvagi, magari nella sostanza più che nella forma, bisognerebbe proprio essere di bocca buona per non parlare di delusione; che ciascuno, in base al proprio attaccamento ai suoni ruvidi, graffianti e aggressivi, valuti quanto essa sia cocente e decida se valga davvero la pena di spendere quarantamila lire per alimentare rimpianti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.416 del 31 ottobre 2000

NOMADS – Up-Tight (White Jazz)
Forse i detrattori non hanno tutti i torti: al di là della maggiore o minore ruvidezza espositiva, i Nomads propongono da vent’anni la stessa canzone. Però, ed è questa la ragione per la quale è difficile smettere di amarli, lo fanno brillantemente, intrecciando armonie psichedeliche e pop su un energico canovaccio punk’n’roll dai marcati accenti garage e ribadendo così la loro volontà di seguire in modo appena più al passo con i tempi le orme dei loro maestri: i leggendari Sonics di Seattle, non a caso omaggiati nel singolo d’esordio – edito nel lontanissimo 1981 – con una travolgente cover di Psycho.
Grazie alla “nuova” ondata rock scandinava guidata da Hellacopters e Gluecifer, della quale vanta a tutti gli effetti la paternità, il quartetto di Stoccolma gode da qualche anno di una situazione tranquilla, sia sul piano artistico che per quanto riguarda gli aspetti pratici della carriera; lo dimostra questo Up-Tight, secondo album per la White Jazz (e nono, “mini” compresi, in una discografia comprendente anche un live, varie raccolte e un’infinità di singoli e contributi a compilation) che come il precedente Big Sound 2000 inanella brani ineccepibili sul piano formale e interpretati con apparente trasporto, anche se la furia selvaggia di un tempo si è per forza di cose affievolita e sembra qua e là affiorare il manierismo. It’s only rock’n’roll, comunque, fatto di riff robusti ed efficaci e di schemi all’insegna delle buone vibrazioni. Una ricetta risaputa? Senz’altro. Ma, del resto, chi fosse interessato a sapori nuovi non andrebbe a cercarli nei piatti cucinati dai Nomads.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.441 dell’8 maggio 2001

GLUECIFER – Basement Apes (SPV)
HELLACOPTERS – Cream Of The Crap! (Polar/Universal)
BACKYARD BABIES – Independent Days (MVG)
Non è passato molto tempo da quando la Scandinavia era considerata la nuova terra promessa del punk’n’roll più ruvido, caldo e vibrante: un tempo che, come sempre accade, ha fatto giustizia, non ridimensionando il valore di certi dischi all’epoca incensati ma dimostrando l’eccesso di ottimismo di quanti vedevano in quella scena un fenomeno destinato a durare. Benché assai più affollato e organizzato di quanto fosse a metà ‘90, il panorama di cui sopra deve oggi fare i conti con i problemi che di norma seguono ogni piccola o grande esplosione di popolarità, dal calo di freschezza delle proposte alle tentazioni commerciali alle quali pochi riescono a resistere: problemi, questi, che hanno investito anche gruppi come Gluecifer, Hellacopters e Backyard Babies, che dell’ondata rock venuta dal Nord sono stati i primi portabandiera.
Per rendersi conto della situazione basta ascoltare l’ultimo album dei Gluecifer, il cui titolo è un geniale gioco di parole (“i nastri del seminterrato” dylaniani diventano “le scimmie del seminterrato”): nessun obbrobrio, ma al confronto con i contenuti dei primi lavori della band norvegese questi dodici pezzi a metà strada tra gli Stooges e il garage dei ‘60 lamentano un evidente calo di tensione, avvertibile non tanto sul piano formale quanto nell’atteggiamento dei musicisti. Questioni di lana caprina? Nient’affatto, come chiarito dagli svedesi Hellacopters: diciotto tracce riesumate da introvabili 45 giri del periodo 1995-1999, che fotografano un gruppo di sicuro meno “professionale” ma assai più vivo, selvaggio e travolgente nelle sue elucubrazioni punk-hard di scuola Detroit. Unico neo dell’operazione, l’incompletezza: in attesa di un Cream Of The Crap! Vol.2, vale però senz’altro la pena di frequentare il CD, se non altro per la bontà delle cover di Television Addict dei Victims, Gimme Shelter dei Rolling Stones, The Creeps dei Social Distortion e I Got A Right degli Stooges. Maggior riguardo per i fan hanno invece avuto i Backyard Babies, che nel doppio (venduto al prezzo di un singolo) Independent Days hanno raccolto tutti i brani editi tra il 1997 e il 1999: ventotto episodi (più due videoclip) dove il quartetto svedese dà sfogo alla sua indole punk/glam in modo ben più ruvido ed efficace di quanto poi avrebbe fatto nel non irresistibile esordio su major Making Enemies Is Good.
A quanto pare, del “movimento” punk’n’roll fiorito in Scandinavia appena sette anni fa si è costretti a parlare al passato: almeno in due casi su tre, questi dischi provano – per fortuna – che non si è trattato di una bella favola.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.481 del 9 aprile 2002

HELLACOPTERS – By The Grace Of God (Universal)
Adesso possiamo affermarlo senza più timore di essere smentiti: la scena garage-hard-punk fiorita in Scandinavia a metà dello scorso decennio è stata un fuoco di paglia. Non che quanti l’hanno vista ardere e brillare di luce anche propria abbiano avuto le traveggole, ma è innegabile che il suo impeto più genuino e trascinante si è affievolito in fretta: tanto in fretta che, quando è riuscito a propagare il suo calore, il falò era già in via di spegnimento, soffocato dalla sovraesposizione mediatica e dalla sopravvenuta carenza di combustibile.
Di quel paio di irripetibili stagioni in cui la Svezia sembrava essere la nuova terra promessa del rock’n’roll non è insomma rimasto molto, anche se gli Hellacopters – che di quel movimento erano il gruppo di punta – e molti loro sodali vecchi e giovani continuano regolarmente a pubblicare dischi. Il problema è che quasi sempre si tratta di dischi come questo By The Grace Of God: ben strutturati sul piano compositivo, ben suonati e ben registrati, ma svuotati di quell’anima che appena un lustro orsono aveva fatto parlare di specialità. Se gli Hellacopters di Supershitty To The Max o Payin’ The Dues erano un’autentica, inarrestabile forza della natura, quelli di oggi sono onesti mestieranti alle prese con un bolso e vaniloquente hard-rock di maniera “sporcato” di glam e di pop. I fan dei Bon Jovi lo troveranno forse troppo cattivo, ma l’ascoltatore smaliziato non potrà non augurarsi che la saetta di copertina incenerisca i cinque traditori: una speranza non priva di fondamento perché Thor, il Dio del Tuono, sa essere maledettamente vendicativo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.508 del 5 novembre 2002

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Categorie: recensioni | Tag: , , | 3 commenti

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3 pensieri su “Swedish Sins

  1. ottimo articolo, l’unica band a mio avviso pompata senza motivo sono i Backyard Babies, ma forse sarò l’unico a pensarla così, visto il successo ottenuto

  2. Orgio

    Per me, invece, “High Visibility” è nientemeno che il miglior disco degli anni Duemila. Son gusti…
    Peccato che tu non abbia trattato i Maryslim; ero curioso di sentire la tua opinione sul primo omonimo.
    Grazie ancora per aver ripreso questi articoli!

    • Purtroppo, niente Maryslim… dovrei averlo, quel disco, devo verificare.
      Su “High Visibility”, l’ho scritto proprio nella recensione: è un fatto di gusti. In pratica sono un’altra band, rispetto al mitico “Paying The Dues” (che ho anche inserito nel libro dei 1000 album fondamentali del rock e dintorni).

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