Gluecifer

L’ondata hard-punk-garage-glam scandinava della seconda metà dei ‘90 si è protratta un po’ troppo, ma l’inevitabile annacquamento della formula non ha potuto cancellare quanto di buono – e talvolta ottimo – la scena abbia realizzato quando era più o meno sotterranea. All’epoca, a contendere la palma della popolarità agli svedesi Hellacopters c’erano i norvegesi Gluecifer: a cavallo fra 1998 e 1999 me ne occupai per tre volte, con la recensione del secondo album, un’intervista e un report del loro concerto romano.

Gluecifer copSoaring With Eagles At Night To Rise With The Pigs In The Morning (White Jazz)
Assieme agli svedesi Hellacopters, i norvegesi Gluecifer costituiscono la punta di diamante dell’ultima ondata rock scandinava, quella consacrata alla rielaborazione in chiave “punk” – con accenni di glam ed un’attitudine più o meno degenerata – del classico hard detroitiano di Stooges e MC5. Né trucchi, né inganni, né strizzate d’occhio a strafottutissimi trend: solo rock’n’roll splendidamente trascinante, suonato con batteria, basso e chitarre (e qualche fraseggio di piano e mellotron), che vive di distorsioni e (ottime) vibrazioni; e che si sviluppa in brani elementari e nel contempo articolati, il cui volgersi indietro non va considerato un rifiuto del presente ma un tentativo di mantenere in auge tradizioni che solo chi è vecchio dentro può tacciare di obsolescenza.
Più maturo e “tecnico” del suo predecessore Riding The Tiger, questo secondo album dei Gluecifer è un autentico inno al rock “di strada” ed alle sue icone: le moto lanciate nella notte, le giacche di pelle nera, i capelli lunghi, le donne e l’alcool, tutti intesi come strumenti di (temporanea) fuga da una realtà purtroppo cupa e opprimente. Soaring With Eagles At Night To Rise With The Pigs In The Morning – cioé “Librarsi in volo con le aquile di notte per alzarsi al mattino con i maiali” – mantiene quanto promesso dal titolo, regalando quaranta minuti di eccitazione dai quali si esce sudati e stravolti: come per certe storie di sesso consumate in stato di ebbrezza, ma senza il pericolo che la bellissima ragazza rimorchiata la sera prima riveli, a riacquistata sobrietà, la sua reale essenza di befana.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.328 del 17 novembre 1998

Gluecifer foto

Ubriachi di rock’n’roll
Assieme agli svedesi Hellacopters e Backyard Babies ed ai loro connazionali Turbonegro, i norvegesi Gluecifer sono la punta di diamante della nuova scena scandinava basata sulla contaminazione tra punk e hard-rock(‘n’roll): una scena che, dopo la raccolta-manifesto Swedish Sins di un anno e mezzo fa, ha rapidamente acquisito credito a livello internazionale, conquistando anche i più scettici con la sua energia, il suo calore e il suo entusiasmo. Il pretesto per l’incontro telefonico con il cantante Biff Malibu ci è stato offerto dall’imminenza di un tour italiano che promette scintille. La mezz’ora scarsa di chiacchierata ha assunto a volte toni davvero faceti.
Sul retrocopertina del vostro 10 pollici diviso a metà con gli Hellacopters è stampata la frase “I Gluecifer rimangono fedeli allo spirito sgarbato dell’hard-rock”: cosa intendevate dire, esattamente?
Nessun significato nascosto: volevamo solo dichiarare in modo esplicito il nostro riferirci, magari più come attitudine che come stile, alla stessa tradizione di cui fanno parte non solo AC/DC o Motorhead ma anche gruppi punk della prima era.
Quindi ritenete che i legami tra l’hard-rock e il punk siano in realtà più saldi di quanto comunemente si pensi.
Se parliamo dell’hard-rock cosiddetto di strada, direi di sì: nel punk, però, c’è più sporcizia, mentre nell’hard l’ironia ha sicuramente un peso maggiore.
Un’altra nota, questa volta sul primo album, recita infatti “hard-rock gets you laid”, “l’hard-rock ti fa scopare”. Vi sentite in linea con la classica idea del rock’n’roll tutto belle ragazze, giacche di pelle e motociclette?
Beh, sì, ma l’atteggiamento è spiritoso: niente a che vedere, cioé, con i cliché un po’ scontati di tanti vecchi road-movie.
Però usate dei buffi pseudonimi, proprio come se foste una specie di gang: Danny Young, Randy Useless, Captain Poon, Jon Average, Biff Malibu.
La scelta è dovuta a una ragione pratica: per chi non ha dimestichezza con il norvegese, i nostri veri nomi sono abbastanza ostici da ricordare, pronunciare o scrivere. Sono divertenti, comunque: alcuni sono stati “rubati” a personaggi di film porno.
Siete estimatori del cinema a luci rosse?
Siamo grandi fan di Rocco Siffredi. È il più famoso attore italiano, vero?
In determinati ambiti credo proprio di sì. Avrei giurato, però, che all’hardcore preferiste cose più soft e “di culto”, tipo i film diretti da Russ Meyer.
Infatti Russ Meyer ci piace molto, ma siamo stufi di sentirlo citare da chiunque. Quel genere di immaginario è un po’ sputtanato: nella scena rock underground contemporanea questi riferimenti, ammesso siano autentici e non solo pose, sono davvero troppo ostentati. Non hai notato in quanti utilizzano certe copertine, indossano certe magliette, realizzano certi poster? Forse è tempo di adottare nuove icone.
Rispetto alla musica, invece, come vi ponete? C’è qualcosa che i Gluecifer tentano di aggiungere al concetto di rock’n’roll?
Beh, non abbiamo la pretesa di inventare chissà che, ma nel nostro piccolo proviamo a essere diversi, a non cadere nella banalità: nulla di speciale, ma cerchiamo di dare al rock un nuovo colore e un nuovo gusto. Il che, naturalmente, non significa affatto assecondare le logiche del mercato con un “nuovo gusto del mese”.
Pensate di essere in qualche modo originali?
Onestamente, no. Non credo proprio che, volendo suonare rock’n’roll con i classici strumenti elettrici, sia possibile realizzare qualcosa che non sia già stata proposta da altri.
È lo stesso nel campo del look. A proposito, cosa mi dici delle vostre inclinazioni glam?
L’impressione è legittima, ma non c’è nulla di studiato a tavolino. È vero, subiamo il fascino di quel periodo, ma la nostra immagine è molto casuale: non abbiamo bisogno di truccarci e vestirci strani per sembrare fighi, noi siamo fighi. E sappiamo di esserlo, per cui non ci preoccupiamo di nulla.
Siete norvegesi ma vi si potrebbe definire svedesi di adozione, visto che avete partecipato alla raccolta Swedish Sins e incidete per la White Jazz di Stoccolma. Non sono vere, allora, le storie sulle rivalità tra i musicisti rock due paesi.
Può darsi che in Norvegia, ma è un discorso generico, esista un piccolo complesso di inferiorità nei confronti dei nostri vicini: anche se da noi ci sono sempre stati ottimi gruppi, è innegabile che gli svedesi siano molto più abili nel promuoversi, in ogni settore musicale. I Gluecifer, in ogni caso, non posseggono questo spirito competitivo: facciamo parte di una scena ormai abbastanza vasta all’interno della quale ciascuno porta avanti una propria formula, e stabilire graduatorie di migliori e peggiori è decisamente sterile. Una perdita di tempo e uno spreco di energie.
Il nuovo rock’n’roll norvegese ha come padrini i Turbonegro: ne siete stati in qualche modo ispirati?
Tempo fa lo stile dei Turbonegro era molto differente da quello di adesso, ma poi è accaduto che si siano indirizzati verso un suono che, non c’è dubbio, presenta affinità con il nostro. Però è sbagliato ipotizzare che i Gluecifer abbiano subito la loro influenza, è solo che entrambi abbiamo casualmente iniziato ad attingere dallo stesso rock dei ‘70.
Di solito si rimane legati alla musica ascoltata da ragazzi: considerato che non siete ultraquarantenni, le vostre radici dovrebbero affondare negli ‘80.
In parte è così, abbiamo anche inciso una cover di Zodiac Mindwarp… e poi, anche se AC/DC e Motorhead sono nati nei ‘70, le loro carriere sono proseguite anche nel decennio successivo. Gli anni ‘80 non erano mica solo Duran Duran e Spandau Ballet. In linea di massima, comunque, la maggior parte dell’hard rock dei primi ‘70 era più onesto, più vero; negli ‘80, con i vari Motley Crue, Poison e Ratt, la situazione è mutata radicalmente, e non in meglio: troppi trucchi, troppa malizia…
La Norvegia è anche una delle patrie del black metal. Avete mai avuto problemi con esponenti di quella scena?
No, mai, anche perché i nostri mondi non si incontrano. Alcuni suonano anche ottima musica, ma è il contorno che è triste: si tratta di gente molto depressa, che vuole esorcizzare la propria frustrazione mostrando un volto che non gli appartiene. Si conciano in modo assurdo e cercano di apparire cattivi e diabolici, ma in realtà il massimo che fanno è stare seduti nelle loro cantine. No, non mi riesce di prenderli sul serio.
Voi, invece, siete proprio i romantici rock’n’roll animal che dite di essere?
Non c’è dubbio che il rock’n’roll sia una parte fondamentale della nostra esistenza, ma non dormiamo con i nostri strumenti né svolgiamo ogni attività in stato di ubriachezza. Se per romantici intendi il vivere quello che facciamo come un’avventura, almeno per quanto riguarda gli aspetti pratici, sono d’accordo al 100%: ci piace partire in tour, raccogliere esperienze, divertirci… ma è bello anche tornare a casa ed accorgersi di star bene pure lì.
Ben conoscendo la vostra prolificità discografica, sono costretto a chiederti che cosa sta bollendo in pentola.
A Soaring With The Eagles… hanno fatto o faranno seguito alcuni singoli, mentre a marzo vedrà la luce un mini-LP formato 10 pollici per la Man’s Ruin di Frank Kozik, un’etichetta che ha davvero un ottimo catalogo: si intitolerà Gary O’ Kane e inizialmente sarà edito solo in vinile, ma i suoi cinque pezzi saranno poi inclusi in un CD diviso a metà con gli Hellacopters.
Come gli Hellacopters e moltissimi altri dei “nuovi” gruppi di area punk e garage pubblicate tantissimi 45 giri, quasi sempre in tiratura limitata e con brani inediti. Vale la pena di alimentare il mercato collezionistico? E, soprattutto, non temete che starvi dietro sia troppo faticoso anche per i fan più motivati?
Personalmente credo che i fan, quelli che apprezzano davvero un gruppo, si divertano ad andare a caccia di tutti questi titoli, e siano felicissimi una volta che riescono a metterci le mani sopra. Non è questione di collezionismo, quanto di amare una band e di essere curiosi di scoprirne lati più nascosti o passioni segrete grazie al lato B di un singolo o una canzone finita su una compilation. No, secondo me i 45 giri con i retri inediti o altre operazioni analoghe fanno aumentare l’interesse dell’appassionato nei confronti dei suoi beniamini, lo fa sentire possessore di qualcosa di speciale. Molto probabilmente, però, nel corso del 1999 consegneremo alle stampe un CD antologico che raccoglierà pezzi rari del nostro repertorio, se non altro per ovviare al problema della difficile reperibilità delle edizioni originali.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.336 del 26 gennaio 1999

Frontiera, 13/2/1999
Nelle sue cinque tappe, il recente tour italiano dei Gluecifer ha raccolto complessivamente poco più di duemila paganti: una cifra non disprezzabile, considerato come la formazione norvegese sia pressoché sconosciuta al di fuori di una limitata cerchia di cultori del punk’n’roll vecchio e nuovo, ma piuttosto bassa in rapporto all’eccellente spettacolo offerto dal gruppo… e drammaticamente bassa se si pensa che, per cause difficili da comprendere, la somma dei biglietti venduti in grandi città quali Milano, Roma e Bologna sia stata di quattrocento unità.
Al Frontiera, nonostante si trattasse di un sabato, i presenti erano appena centocinquanta: troppo pochi per la copertura delle spese, oltretutto aggravate dal gran numero di birre che i cinque scandinavi non si sono fatti scrupolo di ingurgitare, ma abbastanza per motivare Cpt.Poon e compagni a dar vita ad una performance di straordinarie incisività e potenza, protrattasi per un’ora e spiccioli (e qui si sarebbe forse potuto e dovuto fare di più) in un continuo, furibondo intreccio di chitarre deflagranti, ritmiche al limite dell’ossessivo e voce splendidamente garage. Oltre alle indubbie qualità del repertorio, d’altronde già ben documentato dai due album Ridin’ The Tiger e Soaring With Eagles At Night To Rise With The Pigs In The Morning, la band ha messo in mostra indubbie capacità sceniche, fondate sul notevole dinamismo, sull’efficacia del look (pantaloni neri e camicette di velluto amaranto con i nomi di battaglia dei musicisti cuciti in oro) e sulle doti di intrattenitore di un cantante che, nonostante il fisico non proprio da atleta e il mancato ricorso a trovate particolarmente plateali, si è rivelato un credibilissimo rock’n’roll animal. Peggio per chi è rimasto a casa, insomma… e speriamo che la scarsa affluenza di pubblico non pregiudichi un eventuale, futuro ritorno dei Glucifer nella Capitale.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.342 del 9 marzo 1999

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Categorie: interviste, recensioni, recensioni live | Tag: , | 6 commenti

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6 pensieri su “Gluecifer

  1. Orgio

    Ho visto adesso l’articolone: grazie del ripescaggio (anche degli Thee S.T.P.!). In Italia sei l’unico che ha parlato di quella scena con cognizione di causa, a quanto ne so.
    A me l’ “addolcimento” progressivo di alcune di quelle band non è dispiaciuto; le ha rese meno punk e più classicamente rock, in un certo senso. E magari per te questo è sinonimo di scadimento artistico. A fronte dell’evidentemente diverso peso specifico della tua e della mia opinione, mi resta, tuttavia, il dubbio che si tratti di gusti individuali, più che di valutazioni sull’oggettiva qualità della proposta delle band scan rock.

    • Anche Claudio (Sorge) ne scrisse parecchio, mi pare. Rispetto al resto del discorso… ovvio, c’entra il gusto e c’entrano anche i classici ragionamenti sui gruppi che partono incendiari e finiscono a fare i pompieri. Magari continuano a scrivere buone/ottime canzoni, ma il fatto che “l’intenzione” non sia più la stessa, e che ciò si traduca nella ricerca di una platea più ampia, li rende ai miei occhi meno “puri” e quindi meno apprezzabili. Poi in sede di recensione sono anche “affettuoso”, e dico chiaramente “ok, sono bravi lo stesso ma erano meglio prima”. Perché “prima” aggiungevano comunque qualcosa alla storia del rock, mentre “dopo” facevano solo calligrafia.

  2. Orgio

    Che scena fantastica, quella “scan rock” anni 90! Non molte band, ma tutte di gran qualità. Per quanto mi riguarda, si è protratta non troppo a lungo, ma troppo poco! 😀

    • È durata “troppo” nel senso che le band non hanno mantenuto a lungo le promesse iniziali: eccezionali all’inizio, attorno all’epoca della raccolta “Swedish Sins”, ma poi calate notevolmente di livello.

      • Orgio

        Mi pare che questo non valga per i “Big 4”: Hellacopters, Gluecifer e Backyard Babies si sono mantenuti su medio-alti livelli praticamente fino alla fine, e i Turbonegro almeno fino a “Scandinavian Leather”. I minori ok, però si partiva comunque da livelli inferiori di qualità.
        Chissà che fine hanno fatto i loro emuli italici, tipo gli S.T.P….

      • Secondo me, invece, più o meno tutto quello che è stato prodotto grossomodo dal 2000 in poi non regge il confronto con le prime cose, anche per la svolta generale verso un hard rock di maniera e di mestiere.
        In archivio ho trovato un po’ di pezzi che sto montando assieme per motivare meglio questa mia visione delle cose, più tardi posto. E domani toccherà agli ottimi Thee S.T.P….

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