Thee S.T.P.

Ero certo di avere intervistato almeno una volta i Thee S.T.P., ma nel mio archivio – che di solito non mente – ho rinvenuto solo interviste da me commissionate ma fatte da altri; so comunque per certo di averli visti dal vivo, il 6 settembre di dieci anni fa, a un mini-festival perugino che aveva come headliner i leggendari Radio Birdman, del quale conservo un bel ricordo. La ricerca nel computer dice però che, con l’esclusione di un’antologia del 2002 intitolata Supersinners, ho recensito tutti gli album di questa eccellente band formatasi negli anni 90 sulla sponda piemontese del Lago Maggiore: una band stilisticamente affine ai vari scandinavi dei quali mi sono occupato negli ultimi due giorni e che, sul piano della qualità rock’n’roll, teme (quantomeno entro i nostri confini) ben pochi confronti. Scopritela o riscopritela.

STP foto

The Super Sound Of… (Hang Over)
Gli S.T.P., ensemble di Arona all’esordio sulla lunga distanza dell’album, suonano punk: punk di quello vero, che si allaccia alle gloriose tradizioni del ‘77 non disdegnando affondi nelle sue radici ‘60/primi ‘70 né occasionali accelerazioni al limite dell’hardcore, ma che in ogni circostanza non manca di mettere in evidenza i propri saldi legami con il rock’n’roll. Suonano forte, sporco e veloce, i quattro del Lago Maggiore, confermando la brllante foga interpretativa e le ottime capacità compositive già evidenziate nelle precedenti prove su vinile, oltre alla volontà di non avvilire la propria creatività in formule troppo statiche e prevedibili. Ecco così che The Super Sound Of Thee S.T.P., ironico nel titolo così come nella grafica di copertina e fiero del suo formato LP 33 giri, esalta con la potenza ma anche con la varietà di nove episodi perfettamente in grado di reggere il confronto – e non è la solita frase fatta – con quelli delle migliori band straniere appartenenti alla medesima area musicale; e se anche è vero che l’incisione appare nel complesso un po’ “soffocata”, è innegabile che questi brani – difficile, davvero, indicarne solo uno o due come favoriti – abbiano tutte le carte in regola per riscuotere appassionati consensi. Ora più che mai… “one-two-three-four”!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.326 del 3 novembrer 1998

Sin Temptation & Pain (Ammonia)
A seguire di un anno e mezzo l’album d’esordio The Super Sound Of Thee S.T.P., edito in origine solo in vinile ma poi ristampato in veste digitale con tre bonus track, i Thee S.T.P. ritornano con un nuovo CD (disponibile comunque anche nel formato 33 giri grazie alla Hang Over) che ribadisce e nel contempo amplia i termini del discorso musicale della band: in sintesi, quello di un feroce e vibrante punk’n’roll di matrice ‘77 ma aperto alla contaminazione con il garage, l’hardcore e il glam. Guidato in studio da Sal Canzonieri degli Electric Frankenstein (una delle più stimate e prolifiche formazioni punk americane dei ‘90), il quartetto del Lago Maggiore ha allineato tredici episodi – ancora una volta, nessuna cover – di notevole compattezza e formidabile forza d’impatto, dove tutte le diverse componenti del sound sono amalgamate in una miscela a dir poco devastante. Senza nulla voler togliere ai tanti altri validissimi della stessa area operanti nel nostro paese, non capita spesso di imbattersi in ragazzi italiani così competenti nella materia e soprattutto così abili nello sviluppare le loro canzoni in modo così ineccepibile sul piano formale oltre che sostanziale. Quest’album è una bomba, e pezzi come Lazy Liza, Brand New BMW o Waiting For Gaye Advert sono un perfetto concentrato di potenza, cattiveria, depravazione, divertimento e ironia. Assieme all’album (purtoppo postumo) dei Bingo, quanto di più straordinariamente punk sia stato prodotto dalle nostre parti negli ultimi anni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.408 del 5 settembre 2000

Bring The Bastards Back Home! (Ammonia)
Ci voleva: questo il primo pensiero che ha attraversato la mente del sottoscritto nell’apprendere che i Thee S.T.P. – per chi non lo sapesse, uno dei gruppi più brillanti tra quelli saliti alla ribalta della scena raw’n’roll negli ultimi anni, non solo qui da noi – avrebbero approntato un CD con i brani pubblicati al di fuori dei loro album tra il 1996 e il 2001. Il progetto si è adesso concretizzato in questo Bring The Bastards Back Home!, che allinea dodici tracce estratte da sei 45 giri, sette da raccolte di vario genere (compresi i tributi a Radio Birdman, AC/DC e Boys), la bonus track della versione in CD del primo lp e tre inediti dal vivo: in totale ventitré episodi quasi tutti di altrimenti problematica reperibilità, che con largo spiegamento di vigore e (per fortuna) un notevole senso dell’(auto)ironia si muovono sul confine tra punk’n’roll e hard primordiale. Innamorati del suono e dell’estetica dei ‘70 americani (specifichiamo meglio, onde evitare equivoci: i principali nomi di riferimento sono Mc5, New York Dolls e Ramones), i Thee S.T.P. sono una piccola/grande forza della natura, e questa loro particolare antologia basata sul repertorio “minore” dei pezzi più vecchi e/o più grezzi e/o più selvaggi è senza dubbio un perfetto biglietto di ingresso – anche in virtù di un prezzo consigliato di 11 euro e 50 e della presenza di una traccia video, quella della travolgente Lazy Liza – per il loro mondo di grinta, elettricità, distorsione e divertimento.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.500 del 10 settembre 2002

Troublemakers # 1 (Ammonia)
È trascorsa appena una manciata di mesi dall’uscita della raccolta Bring Bastards Back Home, contenente solo brani tratti da singoli e compilation di spesso problematica reperibilità, e già i Thee S.T.P. propongono un nuovo, vero album, il terzo nella serie inaugurata da The Super Sound Of Thee S.T.P. (Hangover, 1998) e proseguita con Sin Temptation And Pain (Ammonia, 2000). Eloquente nel titolo e azzeccato sotto il profilo della grafica, Troublemakers # 1 certifica i cambiamenti nel frattempo maturati nell’ensemble novarese: non solo nell’organico, con l’ingaggio di un secondo chitarrista e – dopo le session, però – di un nuovo batterista, ma anche nella proposta musicale, che pur rimanendo sempre energica e rabbiosa si è ulteriormente affrancata dal punk’n’roll delle origini per stringere legami più saldi con quel glam-punk verso il quale la band non ha del resto mai fatto mistero di provare una forte attrazione. Caratterizzato da un’incisione assai meno grezza, ma non per questo carente di abrasività e virulenza, il suono dei Thee S.T.P. si presenta oggi molto più in sintonia con l’hard rock di strada di gente come, ad esempio, gli Hellacopters, ma con una fondamentale differenza: mentre il gruppo svedese sembra avere ormai imboccato, almeno su disco, la strada del manierismo e della (pur incisiva) “rilassatezza”, i Nostri continuano a essere una selvaggia forza della natura. Lo mettono inequivocabilmente in luce questi quarantuno minuti di ottime vibrazioni, suddivise tra dodici episodi di grande impatto fisico ma pregevoli anche sul piano strutturale, il cui solo difetto – che taluni potrebbero però considerare un pregio – risiede in un uso a tratti troppo enfatico della voce: ora che non sono più coperti dalle sporcizie delle registrazioni in bassa fedeltà, i ruggiti del (comunque bravissimo) Metius danno infatti l’impressione dell’artificio. Questione di lana caprina? Non c’è dubbio, così come la diceria che i Thee S.T.P. siano poseur: di fronte a un CD del valore di Troublemakers #1 – prevedibile nello stile, è vero, ma maledettamente vitale – ogni considerazione accessoria lascia il tempo che trova. E il prezzo consigliato di appena 11 euro e 50 è un incentivo in più a vincere eventuali remore.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.514 del 17 dicembre 2002

Paradise & Saints (Ammonia)
Un percorso che può ormai definirsi importante, quello dei Thee S.T.P., evolutosi attraverso un poker di album – più una raccolta di singoli e rarità – di cui questo Paradise & Saints costituisce il quarto asso: il più atteso e di pregio, almeno per quanti hanno apprezzato il graduale distacco del quintetto novarese/comasco dalla monoliticità punk’n’roll (comunque screziata di glam) degli esordi a favore di un r’n’r stradaiolo sempre sporco ed energico – con il canto ringhioso de Il Metius come marchio di fabbrica – ma via via ricettivo a contaminazioni di più ampio respiro stilistico e melodico. Ben prodotto da Kappa, l’ultimo CD spazia con ispirazione, convinzione e mestiere fra punk, hard, glam e qualche semi-ballata di sapore Sixties che richiama alla mente i Ramones degli anni ‘80, con una significativa parata di ospiti (componenti di Shandon, Peawees, Stinkin’ Polecats, Madbones, Viboras) e un’inattesa cover di Bette Davis Eyes (hit degli Eighties nell’interpretazione di Kim Carnes). Nulla di davvero nuovo sotto il sole, com’è più che ovvio, ma le ottime vibrazioni sono assicurate.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.620 del marzo 2006

Success Through Propaganda (Ghoul)
Se sviluppato in canzoni di pregio, ovvero ben congegnate e incisive, il r’n’r – in tutte le sue numerosissime branche – non deve essere per forza originale e/o innovativo: conta, invece, che trascini, che colpisca alla pancia, che accenda emozioni, e se ciò accade nessun “true believer” avrà mai da lamentarsi. In giro da una quindicina d’anni, i Thee S.T.P. hanno ben chiara tale lezione, e album dopo album – escludendo un’antologia di singoli e rarità, questo è il quinto – “si limitano” a mischiare le carte in tavola, attingendo liberamente nel loro ampio serbatoio di radici: il punk, il glam, il garage ibridato con l’hard e persino qualche apertura “pop”, come nel precedente Paradise & Saints del 2006 (registrato, però, con la vecchia line-up). Una formula certo non sorprendente ma applicata con perizia e trasporto, contraddistinta dalla voce potente e ringhiosa di Il Metius e organizzata in studio dall’esperto Olly (Shandon, The Fire) bilanciando ruvidezza e soluzioni più raffinate.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.680 del marzo 2011

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Categorie: recensioni | Tag: , | 4 commenti

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4 pensieri su “Thee S.T.P.

  1. Orgio

    Gran gruppo, che l’Italia, Paese da sempre ingeneroso con chi suona rocchenròll selvatico e genuino, ha snobbato clamorosamente.
    Grazie di aver ripescato le recensioni anche dei dischi più recenti.

  2. Gianluca Toyzonzo aka Country Boy

    Ho solo i primi due CD;
    (in loro il rocchenroll selvatico e genuino è molto contaminato dal senso “melodico” cantilenante inneggiante di certo punk al quale ho sempre preferito, ad esempio, quelli del genere Electric Frankestein, insomma quelli meno discostanti dal rocchenroll basement ed il cui punk viene o vorrebbe venire piuttosto dal lontano passato cavernoso e tombaiolo)
    ho visto alcuni live sul tube e mi sono apparsi bravissimi e forse anche troppo tant’è che suppongo fossero stati/siano meglio di tanti stranieri a loro assimilabili, più noti e richiesti in quel periodo/forse tuttora, anche se non sono in grado di far nomi (usandoli in modo esemplare, sensato).

    • Orgio

      Per “rocchenròll selvatico e genuino”, va da sé, intendevo quello che parte dal garage, passa per Detroit e approda al punk ’77 facendo un pit stop in zona Kiss-Cheap Trick. Quindi dentro ci stanno tutti: Thee S.T.P., Electric Frankenstein, Hellacopters (primi e secondi) e molti altri).

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