Black Flag (1981)

Il primo, leggendario album dei Black Flag ha compiuto quarant’anni. Fui tra i fortunati che lo “vissero” in tempo reale ed ebbi anche l’opportunità di recensirlo, cosa che feci con sincero entusiasmo ma anche in modo forse un po’ confuso, perché a ventun anni non padroneggiavo ancora benissimo la lingua italiana e la corretta esposizione giornalistica, diciamo così. Alla parole del 1981 ho così pensato di aggiungere un piccolo stralcio di quanto scrissi del disco alla fine del 2013, nell’ambito di una lunga monografia sulla band californiana.

Black Flag cop

Damaged
(Unicorn/SST)
Con Damaged i Black Flag danno finalmente prova della loro grandezza in modo più completo di quanto avessero fatto i numerosi brani precedentemente usciti in EP e compilation . È un disco estremo, nel senso che raggiunge livelli di aggressività e violenza finora mai toccati dal punk; è un disco caotico e disarticolato, ma per scelta deliberata e non certo per mancanza di possibilità tecniche; è insomma la quintessenza della rabbia, il massimo della cattiveria e l’apice della crudeltà, nonostante non tutti i suoi episodi siano suonati a velocità mozzafiato. Il paragone con l’altro sinonimo di estremismo, i Discharge, è perciò d’obbligo, ma i Black Flag sono a mio parere migliori, poiché dimostrano di possedere maggiore fantasia, componendo pezzi più vari rispetto alla band britannica.
Come ho già scritto altre volte, i Black Flag inizialmente non avevano stile, ma attraverso l’esperienza hanno saputo fare uno stile del loro “non-stile”. Damaged è per ora il punto d’arrivo, e valeva davvero la pena di attendere quattro anni per avere un prodotto del genere. Non che sia perfetto, perché oltre ai pregi esalta anche i “difetti” della band, ma è meglio così: puro, incontaminato, incontrollabile e bestiale. Gli episodi che preferisco sono quelli più veloci, alcuni dei quali dovrebbero essere già noti ai numerosi fan del gruppo di Los Angeles, che comprende ora cinque elementi tra i quali il nuovo cantante Henry Rollins, ex S.O.A.: Rise Above, Six Pack, Thirsty And Miserable, Police Story, Gimmie Gimmie Gimmie, Depression, Padded Cell, Life Of Pain. Fino a pochi mesi fa non amavo alla follia i Black Flag, anche perché le loro precedenti prove discografiche erano discontinue, ma ora, grazie a DamagedI’m beginning to see the light.
(da Il Mucchio Selvaggio n.49 del febbraio 1982)

Per le session, con la produzione dal solito Spot, i Black Flag avevano preparato una scaletta con tre brani già usciti in altra veste (Six Pack, Damaged I e la Depression della colonna sonora di The Decline Of Western Civilization) e dodici per lo più rodati dal vivo, come i travolgenti Gimmie Gimmie Gimmie e Police Story. Nonostante le riserve del produttore Spot, che pur non gradendo gli intrecci “impastati” delle chitarre si rimetteva alla volontà dei musicisti e non interveniva, Damaged è scolpito nella storia come uno degli album fondamentali del punk: corrosivo, convulso e intensisissimo, sorpassa di slancio gli abituali schemi basati su pochi accordi e velocità mozzafiato, imponendosi come manifesto totale di un estremismo rock’n’roll dove la foga barricadera e la cura dei dettagli convivono in miracolosa armonia. Non un attimo di tregua, dall’assalto di Rise Above ai gemiti e alle allucinazioni di Damaged I (il primo testo composto dal neo-cantante), incrociando la furia acida di Thirsty And Miserable, l’enfasi filo-Oi! di TV Party e molto altro. Un pugno in pieno viso, con annesso bollettino medico, come quello sferrato allo specchio nella foto di copertina da un irriconoscibile Henry Rollins.
(da Blow Up n.188 del gennaio 2014)

Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Black Flag (1981)

  1. Rusty

    L’apice della crudeltà?

    • Dici che è una metafora inadatta, o troppo enfatica?

      • Rusty

        Non so, è il termine crudeltà che mi sembra strano riferito a un disco. È pur vero che i Black Sabbath si ispirarono al cinema horror per creare il loro suono, per cui tutto si tiene.

      • Paolo Backstreet Iglina

        Beh non hai usato l’aggettivo “abrasivo” che al tempo tornava spesso nelle tue recensioni.

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