Mercanti di liquore

Poco fa mi è stata annunciata l’uscita di “Portavèrta”, il primo album da solista di Lorenzo Monguzzi. Ho così pensato di riproporre la recensione di un disco della sua band storica, la cui attività è oggi (purtroppo) congelata: il mio preferito, che mi capita molto spesso di ascoltare con l’Ipod – piccolo retroscena inedito – prima di addormentarmi. L’altissimo livello di quasi tutta la sua scaletta lo rende a mio avviso meritevole di figurare tra i capolavori del rock d’autore italiano degli ultimi anni, diciamo dall’inizio del nuovo millennio.

Mercanti di liquore copLa musica dei poveri (Alternative)
I Mercanti di liquore, da Monza, sono nostre vecchie conoscenze, non solo grazie a due dischi – “Mai paura” del 1999 e il CD-single “Geordie” dell’anno dopo – dove le riletture di brani del loro padre spirituale Fabrizio De André si alternano a episodi autografi in stile, ma anche al fittissimo calendario concertistico e all’attività un tempo primaria all’interno del più ampio organico degli Zoo (titolari, nel 1998, dell’ottimo “Musica mezzanima”). Sempre più deciso a scrollarsi di dosso la nomea di cover band, il trio composto da Lorenzo Monguzzi (voce e chitarra acustica), Piero Mucilli (fisarmonica) e Simone Spreafico (chitarra classica) è ora ritornato con un nuovo CD, “La musica dei poveri”: dodici pezzi firmati dallo stesso gruppo e due interpretazioni di brani altrui (“Brigante se more” di Eugenio Bennato e il tradizionale francese “Vive la rose”), per un’ora esatta di “power-folk d’autore” a metà tra il festaiolo e il malinconico, dove diversi elementi soprattutto mediterranei (Italia e Spagna in primis, ma c’è dell’altro) sono amalgamati con grande forza suggestiva e sposati a testi che narrano malumori le gioie di un’umanità comunque fiera della propria vita ai margini. Ecco così il rigattiere di “Apecar” che trova nella spazzatura un bambino da allevare come un figlio, i giovani ribelli dell’ironicamente autobiografica “Lombardia” (uno dei momenti poetici più alti della scaletta: “imparammo la chitarra per avere un’occasione / per paura di sentirci come un mobile a Lissone” è solo una delle sue straordinarie intuizioni in rima), “L’eroe” che nega il suo ruolo dichiarando di aver agito per motivi personali e non per altruismo, “Cecco il mugnaio” che con la disubbidienza si salva dalla morte e tante altre splendide storie – “Il vigliacco”, “Frankenstein” e soprattutto “Santa Sara” le più memorabili – di diseredati, disadattati e gente ordinaria, intrise di un romanticismo mai stucchevole ed esaltate da una voce che rimane espressiva e carismatica a dispetto di una certa monotonia timbrica.
Non ci sono dubbi, quindi, sul fatto che i Mercanti di liquore meritino attenzione e considerazione sia da parte di quanti si appassionano alle vicende della scena nostrana di orientamento folk e sia presso il più vasto pubblico della “canzone d’autore” in senso lato: non accade infatti spesso di imbattersi in lavori così genuini, profondi e ricchi di cuore, oltre che illuminati da un’ispirazione – lirica e non solo musicale – che è patrimonio di pochi eletti. Volendo muovere qualche critica costruttiva si potrebbero magari suggerire all’ensemble occasionali deviazioni verso trame più mosse e/o oblique, per conferire vivacità a un assetto canoro e strumentale nel quale eventuali incontentabili potrebbero rilevare una eccessiva linearità di schemi… ma queste, di fronte a un album così bello e prodigo di sentimento, sono faccende di lana caprina. Almeno per il sottoscritto, che davanti ai versi “abbiam fatto la scommessa di una vita rattoppata / come quando giochi il due nella briscola chiamata / non ci provoca vergogna la volgarità o il baccano / perché anche l’occhio pesto può vedere assai lontano” non ha potuto far altro che restare a bocca aperta. E applaudire con convinzione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.486 del 15 maggio 2002

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Mercanti di liquore

  1. mi sono sempre piaciuti, gruppi così in Italia ne nascono ben pochi

  2. probabile, direi che dal sodalizio con Paolini, magari più importante a livello di puro “riconoscimento”, hanno perso un po’ la componente puramente musicale legata a un progetto discografico del livello dell’album da te riesumato

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