Australia ‘94

Un paio di giorni fa parlavo con Eddy Cilìa del mitico rock australiano e ci stupivamo del fatto che, mentre negli anni ’80 entrambi conoscevamo tutto ciò che accadeva nell’underground del Continente Nuovissimo, oggi facciamo fatica a elencare anche solo una manciata di artisti locali contemporanei. Che sia accaduta una cosa del genere è come minimo parecchio bizzarro, perché non è proprio possibile che “laggiù” non nascano quasi più talenti meritevoli di attenzione su scala planetaria: eppure, a quanto sembra, l’ignoranza non è solo di noi due ma di tutti o quasi e, boh, bisognerà indagare per cercare di capirci qualcosa di più.
Posso comunque dire di avere seguito bene l’aussie rock fino al dicembre del 1993, quando ho deciso, grazie al viaggio di nozze, di trascorrere tre abbondanti settimane nella terra dei miei sogni. Oltre che una serie di meravigliosi ricordi, dall’Australia riportai tante informazioni di prima mano e un bel po’ di dischi, che costituirono la base dell’articolo che ho qui recuperato: un articolo, meglio anticiparlo, di insostenibile pesantezza (troppe cose da scrivere, troppo poco spazio), che punta però i riflettori su un plotoncino di gruppi attivi nei primi anni Novanta. Chissà, magari a qualcuno farà piacere scoprirli, benché di quasi tutti non sia in grado di dire cos’altro hanno fatto dopo.

Brother Brick foto

È trascorso più o meno un lustro da quando l’Australia si trovava a occupare una posizione di spicco nella geografia underground mondiale, nel ruolo di “terza forza” – in termini di qualità e di quantità delle proposte – alle spalle di Stati Uniti e Gran Bretagna. Allora, lo si ricorda a beneficio di neofiti e smemorati, il Continente Nuovissimo era considerato una vera e propria “Terra Promessa” da ogni aficionado del r’n’r più genuino e trascinante, le sue band apparivano con notevole frequenza sulle pagine delle riviste e i numerosissimi lavori discografici prodotti dalle etichette locali erano esposti in ogni negozio specializzato: una stagione di gloria che l’esagerata proliferazione di gruppi mediocri e l’improvvisa indifferenza di una critica volubilmente consacratasi alla propaganda di nuovi trend hanno interrotto sul finire degli anni ‘80, senza peraltro che il quasi totale voltafaccia di media e importatori fosse giustificato da un netto crollo artistico o dalla repentina scomparsa dei più titolati protagonisti della scena. Una scena che, come si vedrà più avanti, ha subito non poche modifiche rispetto al passato, ma che continua a mostrare entusiasmo, vivacità ed effervescenza in dosi davvero invidiabili. Scopo del sintetico ma ricco reportage che vi presentiamo – un po’ palloso da leggere, d’accordo: ma, come si dice in queste circostanze, il gioco vale la candela – è quindi tentare di far luce sull’odierna situazione australiana, segnalando quanto di valido dell’indimenticabile ondata degli Eighties è sopravvissuto al generale disinteresse e gettando uno sguardo su aicune deiie realtà in ascesa più meritevoii; senza pretese di completezza assoluta, e ovvio, ma con l’augurio che le prossime trattazioni sull’argomento siano meno episodiche di quelle dell’ultimo triennio di semi-oscurantismo…

Le etichette
Parallelamente all’avvicendarsi delle band, anche le strutture discografiche hanno subito sostanziali mutamenti rispetto alla memorabile “età dell’oro” del 1984-1988: non solo perché il CD, nonostante l’altissimo prezzo di vendita al dettaglio (dalle 24.000 alle 30.000 lire per le uscite indipendenti, fino a 35.000 per le altre), ha ormai trionfato sul vecchio vinile (album e singoli, se realizzati, hanno tirature quasi mai superiori alle mille copie), ma anche per il comprensibile cambio di rotta di piccole e grandi aziende in tema di strategie produttive. Se le indies più anziane hanno estratto dalle loro prima affollate scuderie solo alcuni nomi da seguire con cura, e le major hanno imitato le consorelle anglo/americane nella politica di ricerca di talenti da ingaggiare (vedi la Mercury con gli Hellmenn, Ia Columbia/Sony con i Died Pretty o la WEA con gli You Am I), le label “minori” hanno puntato in modo ancor più deciso sull’underground e sulle edizioni per collezionisti; analizzando il variegato quadro d’insieme sembra logico pensare che gli artisti più dotati non dovrebbero avere difficoltà a ritagliarsi un proprio spazio, nonostante le leggi della selezione si siano fatte più rigorose che in passato.
Ecco cosl che la Waterfront di Sydney si accontenta ormai di pubblicare, sotto l’egida della Festival, lavori di due soli ensemble (gli Hard-Ons, purtroppo un po’ in ribasso, e i brillanti Tumbleweed, delle cui gesta vi abbiamo più volte riferito); che la non meno nota Au-Go-Go di Melbourne, assai attiva nel campo delle stampe su licenza (in catalogo, tra gli altri, Mudhoney, Sonic Youth e Big Black), si dedica con particolare attenzione ai Meanies (quartetto punk-pop di scuola Ramones la cui popolarità “di culto” si estende a Europa, Stati Uniti e Giappone) e ai più abrasivi Spiderbait, non rinunciando peraltro del tutto a lanciare gruppi all’esordio; che la Red Eye, distribuita in Australia dalla Polydor e in Europa dalla Normal, sta tranquillamente raccogliendo i frutti dei suoi originari investimenti su Beasts Of Bourbon, Kim Salmon & The Surrealists e Cruel Sea; che la Survival sopravvive senza patemi ma pur possedendo una succursale in quel di Bruxelles non riesce a far decollare i suoi pupilli (Screaming Tribesmen in primis), così come la gloriosa Citadel appare un po’ affaticata nel tenere il passo della concorrenza. Sul fronte delle compagnie piu “estremiste” e sotterranee sono poi da citare le sempre attente Dog Meat, Shagpile e Summershine, le ottime Insipid (una label “internazionale” sullo stile della californiana Sympathy For The Record Industry) e Hippy Knight, l’incostante Timberyard e soprattutto la promettentissima Fellaheen, tra le cui prime, entusiasmanti prove figurano i singoii di Budd, Fur, Magic Dirt, Midget e Noise Addict (proseguite a leggere per saperne di più).

L’esperienza dei veterani…
Se da un lato molte delle formazioni protagoniste degli Ottanta si sono ufficialmente sciolte o latitano da tempo dalle cronache (qualche nome? New Christs, Stems, Moffs, Olympic Sideburns, Happy Hate Me Nots, Deadly Hume, Lime Spiders, Porcelain Bus, Harem Scarem, Scientists, Trilobites, Triffids), almeno altrettante si sono rifiutate di gettare la spugna: e il caso, ad esempio, dei Celibate Rifles, da pochi mesi sul mercato con un nuovo CD dal vivo (Yizgarnnoff, su Hot) contenente ben diciotto brani al fulmicotone; dei Died Pretty, ora legati alla Columbia/Sony, che dopo tre gustosi CD-single (Caressing Swine, Harness Up e Headaround) hanno rinnovato l’incantesimo del loro evocativo pop-rock nell’album Trace; degli Hoodoo Gurus, riscattatisi con il trascinante CD-single The Right Time (BMG) del passo falso di Kinky, e degli Psychotic Turnbuckles, artefici nel mini She’s Afraid To Love Me e nell’album Figure Four Brain Trance (entrambi su Shagpile) di un garage-punk ruvido e selvaggio quasi come quello degli esordi. E tra le rinascite è doveroso segnalare anche quella degli Screaming Tribesmen, che con Formaldehyde (Survival, prodotto da Rob Younger), hanno riportato il loro guitar-rock ai Iivelli di energia e lirismo dei primi, bellissimi singoli di dieci anni fa.
Note decisamente positive ci sono giunte anche dai Cosmic Psychos del mini-CD Palomino Pizza (Amphetamine Reptile in USA, City Slang in Europa) e dagli Exploding White Mice di Collateral Damage (Normal), sempre piuttosto crudi e aggressivi; dai Bo-Weevils, ancora fedeli alle proprie radici Sixties-rock (il loro ennesimo LP, edito dalla solita Rubber, si intitola Reap), e dai brutali Hellmenn, tra i primissimi australiani a imboccare la via del crossover (dopo il passaggio dalla Waterfront alla Mercury hanno pubblicato due ottimi mini-CD, Meltdown e Absolute Filth); dal carismatico ex leader degli Scientists, Kim Salmon, che nel suo quarto album con i Surrealists (Sin Factory, su Red Eye: le prime mille copie del CD contengono in omaggio un secondo compact, registrato dal vivo) si è indirizzato verso sonorità forse meno rumorose ma non per questo meno “sovversive” e affascinanti; dai bravissimi Lizard Train, che nel mini-CD Couch (Shagpile) hanno allineato altre sei ballad acidamente armoniose (tra le quali una nuova, eterea versione della loro classica Seventh Heaven); dagli ultra-prolifici Ratcat, ormai più pop che punk ma sempre piacevoli (invece di Insideout, ultimo lavoro di studio uscito nel 1992 per la RooArt, si consigliano il precedente Alive e l’antologia Informer). Deludenti, al contrario, i famigerati Hard-Ons di Too Far Gone (Waterfront), la cui pochezza irriterà i numerosi fan dell’(un tempo) irresistibile terzetto pop-core di Sydney.
In chiusura di capitolo ci sembra utile rlcordare una manciata di CD che solleticheranno di sicuro gli appetiti dei cultori dell’aussie-rock “storico”: Shakin’ dei Sunnyboys (Phantom), inciso dal vivo nel corso del reunion-tour del 1991 (ai primi duemila acquirenti, la ristampa digitale dell’introvabile EP di debutto del gruppo) e A Little Bit Of You In Me (Yellow), mini-CD in squisito stile pop del loro leader Jeremy Oxley; Live At La Dolce Vita dei Johnnys, epitaffio del simpaticissimo quartetto country-punk dl Sydney: Scuzz (Shagpile) dei Bored!, imponente raccolta di inediti e cover di una delle piu note punk-band d’Australia; Electric Soup e Gorilla Biscuit (entrambe BMG) degli Hoodoo Gurus, antologie del 1992 (ma come hanno fatto a passare sotto silenzio?) dedicate rispettivamente ai lati A e B di tutti i bellissimi singoli di Dave Faulkner e compagni; Buds (Citadel), collection di materiale raro e inedito degli Stems che assieme al live Cant Turn The Clock Back (Prickly Pain) omaggia la memoria dell’ormai disciolta formazione di Dom Mariani, ora alla guida dei DM Three (hanno da poco esordito su Citadel con Foolish, un CD-single all’insegna dello psycho-pop più cristallino e accattivante); Go Back (Polyester) dei Tyrnaround, con l’intero repertorio vinilico (più due brani irreperibili altrove) di questo valido quintetto psichedelico dell’area di Melbourne. Senza dimenticare – se n’è parlato, ma meglio non correre inutili rischi – il doppio dal vivo dei leggendari Beasts Of Bourbon, From The Belly Of The Beasts (Red Eye).

E l’entusiasmo delle matricole
Se la mappa dei reduci dello scorso decennio appare notevolmente complessa, quella delle matricole – o degli “emergenti”, per usare un termine più gentile – si presenta frastagliata come la costa norvegese, con centinaia di giovani band in cerca di un posto al sole. E se alcune, come gli straordinari Tumbleweed (già gratificati di lodi su questa e altre riviste), gli adrenalinici Meanies (in ottobre ha visto la luce per la Au Go Go l’antologia The Meanie Of Life, e parecchi altri loro singoli sono usciti o stanno uscendo in varie nazioni) e i non meno convincenti You Am I (tra pop, hard e noise: strappati alla Timberyard dalla WEA, hanno appena confezionato il secondo album Sound As Even, prodotto da Lee Ranaldo dei Sonic Youth), sembrano ormai avere il futuro (quasi) assicurato, molte altre sono ancora in attesa di risultati concreti.
Dall’ampio lotto estrapoleremmo subito i Welcome Mat, abili artigiani di un pop/punk dinamico e ben strutturato soprattutto dal punto di vista vocale (sono tre i componenti che si alternano al microfono) la cui bontà, peraltro già dichiarata in una lunga serie di singoli ed EP, ha trovato recentemente conferma nel CD Gram (Regular); i Medicine Show, dediti a un torrido hard-rock frammisto di citazioni pop e blues orchestrato dal canto tenebroso dell’ex No Man’s Land Dave Slade (il loro CD senza titolo è marchiato Timberyard); i Kcrunch (in organico un paio di ex Lime Spiders), il cui omonimo mini-CD su Foghorn denota buone attitudini pop/rock ma lamenta qualche problema di impatto; gli Zambian Goat Herders di Endorphine (Redback, CD) e i Brother Brick di Getting Beyond A Shit (Space Beer, mini-CD), che vantano entrambi la presenza in line-up di un ex membro dei Proton Energy Pills (lo stesso gruppo dal quale sono stati originati i Tumbleweed): a dividerli è però il sound, che nel caso dei primi è accostabile all’hardcore melodico nelle migliori tradizioni Epitaph (con un tocco alla Radio Birdman che non guasta mai), mentre per i secondi si orienta verso lidi assai piu sporchi e convulsi.
Volendo proseguire nel gioco delle influenze, anche se con qualche forzatura si potrebbero indicare i Soundgarden come ispiratori dei Free Moving Curtis, approdati all’esordio su Hippy Knight con il mini-CD Blind; i primi Hard-Ons come numi tutelari degli Helium di You Can’t Hold Me Down (Shagpile, CD) e dei Fruitworld del mini-CD Pain (Tunnel: la produzione e di Damien Lovelock dei Celibate Rifles) e l’accoppiata Radio Birdman/Stooges come padrini di She-Freak (il loro The Wonder Years, su Bleib Alien, e stato recensito una manciata di mesi fa) e Asteroid B-612 (intestatari di un omonimo e travolgente CD targato Destroyer). Meglio, però, abbandonare simili paralleli – un po’  riduttivi, anche se spesso gratificanti – e spendere qualche parola per la Fellaheen, neonata label di Sydney che sta riscuotendo grandi consensi di critica per le sue scoperte. Quali? Innanzitutto i Budd, quartetto di Brisbane in bilico tra grunge e noise che ha già dato alle stampe il singolo (inciso su un solo lato) Help Me Swell e il mini-CD Yakfat. E sempre a Brisbane i responsabili dell’etichetta si sono imbattuti nei Midget (il loro 7 pollici, Juice, è un concentrato di furia hardcore/grunge) e nell’ensemble femminile Fur (anche per loro un 7″, l’acido e conturbante Fix It), mentre i Magic Dirt (il singolo, torbido e visionario nel suo ossequiare i maestri Sonic Youth, è Super Tear) e i Noise Addict (ancora un 45 giri, Wish I Was Him: surf-punk alla Hard-Ons da un’arrabbiatissima congrega di quattordicenni) sono stati scovati rispettivamente a Geelong (presso Melbourne) e Bondi Junction (sobborghi di Sydney).

Conclusioni
L’elenco delle potenziali “next big thing”, naturalmente, non si esaurisce con questa ventina di nomi: potrebbe, anzi, allungarsi ancora per parecchie cartelle, a patto che rinnegassimo la regola di prendere in esame solo ciò che abbiamo realmente ascoltato e vi proponessimo come nostri i suggerimenti delle fanzine e dei cataloghi di vendita per corrispondenza. Non volendo neppure prendere in considerazione questa ipotesi, ci limitiamo a promettervi, per il futuro, aggiornamenti più regolari e tempestivi su questo mondo sonoro che rimane (quasi) immune al contagio trendista e che mantiene sempre ben saldi legami con le radici del rock’n’roll più fiero e selvaggio e del pop piu intrigante ed eclettico. Chi volesse approfondire l’argomento può nel frattempo accostarsi a “Lemon”, la rivista underground che ha raccolto l’eredità della vecchia “B Side” (qualche copia riesce a giungere anche dalle nostre parti), mentre chi avesse bisogno di scavare nel passato trovere pane per i suoi denti nella terza edizione del Who’s Who Of Australian Rock, quasi seicento pagine di appunti bio/discografici su tutti i protagonisti della scena dagli anni Cinquanta alla metà del 1993. In chiusura, un piccolo invito; prima di qualsiasi dei dischi finora citati, procuratevi almeno uno dei tre album (l’ultimo, fresco di stampa, si intitola Freedom) realizzati dagli Yothu Yindi: la loro miscela di pop-rock e musica aborigena, con tanto di strumenti etnici quali il magico didjeridoo, vi permetterà di vivere una delle più avvincenti esperienze di ascolto oggi possibili, e vi dimostrerà una volta in piu le enormi prospettive della contaminazione degli stili. Rinunciarvi sarebbe come recarsi fino in Australia per visitare solo Sydney e Melbourne e non anche Darwin e Ayers Rock.
Tratto da Rumore n.24 del febbraio 1994

Annunci
Categorie: articoli | Tag: | 4 commenti

Navigazione articolo

4 pensieri su “Australia ‘94

  1. Fantastico il rock da quelle parti..mi appassionano sempre di piu!!! Il fatto che questi gruppi nella maggior parte dei casi sono semisconosciuti , e
    arrivano da un continente lontano aumenta la curiositâ nei loro confronti!!!

  2. Eliseno

    Caro Federico, L’australia continua a sfornare ottimi dischi basta dare un orecchio agli ultimi lavori targati Citadel dei Leadfinger, DomNicks (Dom Mariani che ha appena sfornatio un altro progetto) e deniz tek, Il progetto di Kim Salmon e Ron Peno (The Darling Downs – In the Days When the World Was Wide). Poi ce la nuoa scena di Perth con Pond e Tame Impala, Insomma la terra di Oz si difende bene.

    • Ma certo che si difende! È solo che negli anni ’80 c’era un’attenzione maniacale per ogni nuovo gruppo che dava alle stampe un 45 giri, mentre adesso i nomi dei quali si parla sono pochi e comunque poco propagandati. E poi, vedi… mi citi Dom Mariani, Deniz Tek, Kim Salmon, Ronnie Peno, tutta gente che gira da minimo trentacinque anni!

  3. Ugo

    Ciao Federico, l’ozrock è sempre una garanzia, raccomando a tutti questo gioiello: Tumbleweed – Sounds From The Other Side 2013 (solo in doppio vinile!!!)
    Ugo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: