The Saints (1977)

Un “classicone” di quelli che dovrebbero essere nelle case di ogni appassionato di r’n’r e che invece è (stranamente) meno conosciuto di altri dischi affini ma di livello inferiore. Per questo motivo, ogni volta che se ne presenta l’occasione, ne riscrivo: lo ritengo doveroso, una sorta di missione per il trionfo della giustizia.

Saints cop(I’m) Stranded (EMI)
Ebbene sì, parliamo di un’autentica leggenda. Di un album che, a dispetto del ruolo di secondo piano incredibilmente assegnatogli nelle cronache ufficiali del rock, non può non figurare al fianco degli esordi di Ramones, Damned, Clash, Richard Hell, Sex Pistols, Dead Boys, Adverts, Heartbreakers e Radio Birdman tra le pietre miliari del punk del ‘77. Registrato in soli due giorni con un quattro piste, il primo 33 giri del quartetto australiano, è infatti una delle testimonianze più intense, viscerali e musicalmente pregevoli di quella magica stagione di catarsi e utopie, nonché – elemento da non trascurare – uno dei più espliciti nel dimostrare che punk non era soltanto reazione cieca e selvaggia alla realtà musicale dell’epoca, ma anche e soprattutto recupero delle (immortali) radici Fifties e Sixties.
Ad (I’m) Stranded, comunque, Chris Bailey (voce), Ed Kuepper (chitarra), Kym Bradshaw (basso) e Ivor Hay (batteria) erano giunti al termine di un percorso piuttosto lungo, che aveva preso piede dal loro comune amore per i classici degli anni ‘50 e ‘60, il vecchio blues e certe oltraggiose “aberrazioni” Seventies che rispondevano ai nomi di Stooges, New York Dolls, Mott The Hoople e Alice Cooper. Attivo dapprima come Kid Galahad & The Eternals, e ribattezzatosi Saints nel 1974, il gruppo si era infatti costruito una solida reputazione di garage-band nell’area della natia Brisbane, arrivando addirittura – un fatto quasi rivoluzionario, considerando luogo e periodo – ad autoprodursi un 45 giri contenente I’m Stranded e No Time; uscito nell’estate del 1976 con il marchio Fatal Records, e poco dopo ristampato in Inghilterra dalla altrettanto fantomatica Power Exchange, il singolo non mancò di suscitare l’interesse della stampa britannica (“Sounds” lo definì “singolo della settimana e di tutte le settimane”) e delle major, prima tra tutte quella EMI che, attraverso la sua succursale australiana, non perse tempo a proporre ai suoi autori un accordo discografico e la prospettiva del trasferimento al di là degli Oceani: un passo, questo, che nonostante gli inziali consensi sfociò dapprima nell’abbandono di Bradshaw (sostituito da Alasdair Ward) e quindi in una profonda crisi di risultati destinata a concludersi con la separazione (avvenuta nel 1978 dopo altri due LP, l’ottimo Eternally Yours e l’assai meno convincente Prehistoric Sounds). Kuepper e Bailey, i due leader e compositori, imboccarono poi strade diverse, il primo dedicandosi proficuamente al rock “di ricerca” ed il secondo portando avanti, tra infinite modifiche di organico e stile, la carriera dei nuovi Saints.
(I’m) Stranded, l’unico 33 giri firmato dalla line-up originale, venne immesso sul mercato nel febbraio del 1977. Rimane ancora oggi un inarrivabile capolavoro di punk’n’roll ruvido e travolgente, in virtù del canto rabbioso e un po’ abulico di Bailey, della chitarra schiacciasassi di Kuepper, del puntuale apporto ritmico di Bradshaw e Hay e soprattutto dei dieci straordinari episodi della scaletta: dai brutali (I’m) Stranded e No Time ai non meno incisivi Erotic Neurotic e One Way Street (le due facciate del secondo 45 giri), dalla celebre Demolition Girl alla lunga e convulsa Nights In Venice, dalle più pacate Messin’ With The Kid e Story Of Love (attestati di un approccio comunque non limitato alla logica del “one-two-three-four”) alle riuscite cover di Wild About You (Missing Links) e Kissin’ Cousins (Elvis Presley). “La rabbia giovanile” – ebbe a dichiarare Chris Bailey una dozzina di anni fa – “è sempre rumorosa e di solito confusa. Da teenager la mia visione politica della vita era più o meno “noi contro loro”, ma col problema di non sapere chi fossimo noi e chi fossero loro; quindi, con il senno di poi, non posso fare a meno di ammettere che molte delle mie prime cose erano ingenue e piene di cliché, seppur dotate di quella sincerità e di quella convinzione che sembrano assai rare a trovarsi nei gruppi punk di oggi”. Le critiche del buon Chris avranno anche senso, ma pur con il massimo rispetto – e, in parecchi casi, l’apprezzamento – che nutro per i Saints post-rinascita, non ho remore ad affermare che (I’m) Stranded è l’unico album dell’ensemble il cui titolo meriti di essere scolpito a fuoco negli annales della “nostra” musica… da qualche parte, e senza neppure alterare il naturale ordine alfabetico, tra Ramones e Stooges.
Tratto da Bassà Fedeltà n.2 del luglio/agosto 1997

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Categorie: recensioni | Tag: , | 7 commenti

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7 pensieri su “The Saints (1977)

  1. Pingback: Rock australiano 1977-1988 | L'ultima Thule

  2. Anonimo

    l’ho riascoltato e lo trovo ottimo a distanza di tanto tempo. messin’ with the kid non ricorda parecchio knocking on heaven doors? marco

  3. stefano campodonico

    Uno dei lavori più belli ed importanti di sempre, non solo in ambito punk.
    D’accordo con Savic però, Eternally Yours non è da meno!

  4. timelyangel

    lavoro seminale, non puo’ mancare nelle discografie base!

  5. savic

    perchè cosi poca considerazione di eternally yours?? meno selvaggio di i’m stranded, ma i dischi da avere dei saints sono due, non uno. Anzi, secondo me eternally yours è stato molto più influente musicalmente sulla scena aussie anni 80…

  6. eliseno sposato

    a casa mia c’è!

  7. Gian Luigi Bona

    Il mio album punk preferito con Los Angeles degli X.

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