Benjamin Biolay (2005-2012)

So bene che questo post non sarà letto tanto quanto altri, ma mi auguro che servirà a procurare qualche estimatore in più a questo grandissimo artista francese, che seguo da una decina d’anni e che qualche anno fa sono addirittura riuscito a far finire sulla copertina del Mucchio. Chi volesse provare a fare la sua conoscenza potrebbe cominciare dal primo di questi tre dischi, davvero splendido; per la cronaca, tra A l’origine e La superbe ne è uscito un altro, Trash Yéyé (2007), del quale non ho però scritto.

Biolay copA l’origine (Virgin)
Da vari anni, anche se quasi solo a beneficio della platea locale e di cultori sparsi nel resto dell’Europa, la canzone d’autore francese sembra vivere un momento particolarmente vivo e ispirato. Merito di una schiera ormai fitta di musicisti/songwriter, che oltre al notissimo Yann Tiersen – comunque una (splendida) anomalia, non essendo lui un cantante – e alle intriganti Françoiz Breut e Keren Ann, annovera tra i suoi esponenti più dotati e significativi Christophe Miossec, Dominique A e, appunto, Benjamin Biolay: giovani, ma non giovanissimi, che non nascondono i loro legami con la chanson classica ma che al contempo dichiarano apertamente la loro volontà di contaminarla con il moderno, utilizzando in modo non blasfemo quanto offerto dalla tecnologia in un impetuoso e sensuale abbraccio fra tradizione e innovazione.
Curioso, il percorso artistico fin qui compiuto da Biolay: originario di una cittadina presso Lione e oggi quasi trentatreenne, ha frequentato il conservatorio diplomandosi in trombone, ha imparato da autodidatta a suonare la chitarra e ha fatto parte senza troppe fortune di alcune band underground, cercando nella seconda metà dei ‘90 di avviare una carriera solistica concretizzatasi però seriamente soltanto nel 2001 con il primo album Rose Kennedy; da allora, la conferma con Negatif, l’unica (omonima) prova del progetto Home assieme alla moglie Chiara Mastroianni e adesso questo A l’origine, che ne ribadisce il grande talento e l’irresistibile carisma. Un talento e un carisma che si riflettono, e in più di un caso si esaltano, in strutture strumentali dove chitarre, basso, piano, programmazioni, archi e batteria danno vita a trame ora più rarefatte e ora assai più complesse e stratificate; nella voce grave e sussurrata, il cui acceso magnetismo è accentuato dalle liriche in francese; nelle atmosfere, che anche al di là dei suggestivi richiami alla new wave degli ‘80 giustificano a tratti la definizione dark. Il tutto sviluppato senza lasciare nulla al caso e prestando massima attenzione all’estetica sonora – squisito l’equilibrio degli arrangiamenti, firmati dallo stesso Biolay – e della “confezione”, come evidenziato dalla copertina björkiana sobriamente tenebrosa e da fotografie che danno l’immagine di un dandy macerato da turbamenti esistenziali e sentimentali. Fotografie che certo sarebbero piaciute a quel Serge Gainsbourg di cui Biolay non ha certo mai nascosto di essere un fervido estimatore: come potrebbe del resto farlo, con un singolo apripista come L’historie di un garçon che avrebbe ben figurato – mutatis mutandis: sono del resto trascorsi un po’ di anni – in un qualunque disco del Maestro a cavallo tra i ‘60 e i ‘70 (l’apertura del ritornello, con il canto che si innalza seguito dagli archi, è da brividi oltre che da antologia) o con una Mon amour m’a baisé dove al posto di Jane Birkin o Brigitte Bardot spunta Françoise Hardy, che è co-protagonista ancor più presente nella vellutata Adieu triste amor. Sono brani enigmatici, i quattordici di A l’origine, all’insegna di una sofferta dolcezza e di una sanguigna evocatività. Brani che raccontano storie, intensissimi specie quando i ritmi accarezzano e ipnotizzano – tra gli esempi più toccanti, la title track, Dans moin dos, Paris Paris e la conclusiva, eloquente fin dal titolo, Mes peines de cœur – e appena meno efficaci sul piano emotivo nel caso di soluzioni più incalzanti (Ground Zero Bar, che vanta comunque un bellissimo testo, e Cours!, quelli se vogliamo più “pop”); lasciano un segno profondo, poi, L’appat e Tant le ciel etait sombre, che a dispetto dell’abituale respiro melodico esibiscono toni solennemente tesi e sinistri, rendendo ancor più estroso e affascinante un album dallo spessore poetico – e non ci si riferisce solo alle liriche, peraltro brillantemente organizzate e molto espressive – tutt’altro che comune.
Difficile al momento dire se Beniamin Biolay è davvero, come si dice da più parti, il nuovo Gainsbourg, ma è certo che il suo notevole eclettismo – oltre che multistrumentista, songwriter, compositore di colonne sonore, arrangiatore e cantante debutterà presto come romanziere, e possiede le physique du rôle per la recitazione – nonché lo stile così magicamente sospeso tra carnalità e raffinatezza lo qualificano come il più titolato erede al trono di Re Serge. Indipendentemente da quale sarà il responso della Storia sulla fondatezza di tali ottimistiche previsioni, rimangono sessanta minuti di musica superba, la cui vibrante passionalità non è soffocata dall’estrema eleganza.
Tratto da Mucchio Extra n.19 dell’autunno 2005

La superbe (Naïve)
Come in Italia abbiamo l’ossessione del nuovo Battisti, così in Francia non riescono a evitare la ricerca di un nuovo Gainsbourg: comprensibile, perché di musicisti capaci di andare oltre il loro ruolo per divenire autentiche icone della cultura e del costume c’è sempre bisogno, specie in giorni dove fatuo e aleatorio sembrano regnare sovrani. Dei mille pretendenti al trono lasciato vacante più di diciott’anni orsono da Re Serge, comunque, Benjamin Biolay è parso da subito uno dei più titolati e credibili: il naturale carisma, la voce intensa ed evocativa, il talento messo in luce come architetto di canzoni e suoni (oltre che songwriter è uno stimato produttore) e l’interesse per altre arti come il cinema – nei ritagli di tempo porta da un po’ avanti la carriera parallela di attore – lo inquadrano come personaggio davvero eclettico e di spessore, il cui fascino è accentuato dall’aura enigmatica che lo avvolge. E che avvolge anche la sua produzione su disco, dal 2001 a… ieri comprendente quattro album, un quinto titolo realizzato a nome Home con la ex moglie Chiara Mastroianni e una colonna sonora.
Affrancatosi dalla Virgin/EMI, Biolay ha adesso confezionato la sua opera più complessa e ambiziosa, un doppio CD con ventidue brani qualificabile vagamente come concept: un viaggio molto “cinematografico” attraverso un pop d’autore di grandissimi fascino ed eleganza giocato fra minimalismo e grandeur, dove la classicità della chanson sposa idiomi più moderni in un appassionato, vivace incontro di trame elettroacustiche ed elettroniche, di rarefazioni e ritmi a volte persino incalzanti. Rispetto al passato c’è forse maggiore immediatezza, ma la malinconia che aleggia ovunque e i toni cupi che continuano a farsi strada fra le magnifiche melodie ribadiscono l’indole inquieta dell’artista e la sua predilezione per un’espressività in qualche modo crepuscolare, cui il canto in francese conferisce ulteriori motivi di interesse. Nessun dubbio, insomma, sulla caratura superiore di questo figlio d’oltralpe, e sulla sua abilità nel far incontrare tradizione e attualità. “Nuovo Gainsbourg” o meno, da lassù (cioè, laggiù) Papà Serge starà di sicuro sorridendo compiaciuto, riempiendosi il bicchiere e accendendosi l’ennesima Gitane.
(da Il Mucchio Selvaggio n.663 dell’ottobre 2009)

Vengeance
(Naïve)
Era possibile che, dopo la splendida imponenza di quel La superbe che nel 2009 gli aveva dato due “Victoires de la Musique”, un rilevante successo e persino la copertina di questo giornale, Benjamin Biolay potesse subire un certo appannamento da gratificazione, e Pourquoi tu pleures? – la sua colonna sonora dell’anno scorso – era stata un primo segnale. Vengeance ribadisce la fase interlocutoria del poliedrico artista francese e, allo stesso tempo, la sua volontà di battere nuove strade, sempre legate alla raffinatezza musicale e alla bellissima voce che sono scolpite nel suo DNA: ecco così che vari dei quattordici episodi in scaletta, nei quali sfilano ospiti come Carl Barat, Vanessa Paradis, Julia Stone, Orelsan, Oxmo Puccino e Gesa Hanseb, presentano soluzioni all’insegna del rock elettronico più o meno danzereccio di scuola new wave, e che la genuina verve di chansonnier confidenziale ed elegante finisce spesso soffocata da una grandeur più pacchiana che aristocratica. Non mancano i brani di pregio (ad esempio Trésor trésor, guarda caso una ballata) e le trovate intriganti a dispetto degli eccessi, ma la prova d’ascolto dice di una mutazione magari non forzata ma anche non molto soddisfacente: proprio com’è capitato in più circostanze a quel Serge Gainsbourg con il quale, ancora una volta, si è costretti a fare paragoni.
(da Il Mucchio Selvaggio n.700 del novembre 2012)

Categorie: recensioni | Tag: | 8 commenti

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8 pensieri su “Benjamin Biolay (2005-2012)

  1. Bello leggere questi articoli e scoprire che Biolay è finito in copertina sul Mucchio (è presente un’intervista in quel numero?).

  2. Anonimo

    anch’io non capisco bene il francese. mi riferivo al tono della voce e alla tipologia di brani proposti.
    i tuoi articoli mi stimolano molto entusiasmo sull’artista trattato e spesso mi ritrovo ad ascoltare cose dalle quali normalmente non vengo attratto … e , come è normale che accada , a volte confermo l’entusiasmo , e a volte vengo colto da profonda amarezza.
    In questo caso , come nel caso dei Bad Religion , di Roma di Antonello Venditti , di Massimo Ranieri e di Beatrice Antolini , l’amarezza ha purtroppo preso il sopravvento nonostante comprenda circostanze e sentimenti.
    detto ciò , ti ringrazio davvero per questo utile blog e per “l’underrated” mole di lavoro che in tutti questi anni ci hai elargito con infinita passione e in assoluta allegria.

    • Ah, ok! Direi allora che si tratta semplicemente di normali, inevitabili differenze di sensibilità/gusto, che fanno parte del gioco! Anche se Biolay e Bad Religion sono comunque considerati, nei rispettivi ambiti, dei maestri (capisco invece di più il discorso su “Roma”, su Ranieri e Beatrice Antolini).
      Grazie a te per esserci (e magari dimmi qualcosa che ti ha stimolato positivamente, di quelle che hai conosciuto qui)!

  3. Anonimo

    sprecando energia trasformo nella mia mente la lingua francese in italiana ed il risultato non è lontano da Ligabue. Lascerei quindi stare Re Serge.

    • Ti riferisci “solo” ai testi? Il francese lo capisco poco e quindi non mi pronuncio, ma per quanto riguarda tutto il resto il paragone mi sembra accettabile, anche se – è ovvio – Re Serge è un’altra cosa.

  4. Anonimo

    Ricordo quella copertina, e da lì ho iniziato ad ascoltarlo. In realtà, dal mio punto di vista, sussistono altrettante valide proposte d’oltralpe che, però, da noi, misteriosamente, rimangono all’oscuro. Sogno la prima rivista di musica che parli solo di artisti come Benjamin, che, non solo apparentemente, hanno il coraggio di mettere Serge davanti a Zimmy.

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