Benjamin Biolay

So bene che questo post non sarà letto tanto quanto altri, ma mi auguro che servirà a procurare qualche estimatore in più a questo grandissimo artista francese, che seguo da una decina d’anni e che qualche anno fa sono addirittura riuscito a far finire sulla copertina del Mucchio. Chi volesse provare a fare la sua conoscenza potrebbe cominciare proprio da questo splendido disco.

Biolay copA l’origine (Virgin)
Da vari anni, anche se quasi solo a beneficio della platea locale e di cultori sparsi nel resto dell’Europa, la canzone d’autore francese sembra vivere un momento particolarmente vivo e ispirato. Merito di una schiera ormai fitta di musicisti/songwriter, che oltre al notissimo Yann Tiersen – comunque una (splendida) anomalia, non essendo lui un cantante – e alle intriganti Françoiz Breut e Keren Ann, annovera tra i suoi esponenti più dotati e significativi Christophe Miossec, Dominique A e, appunto, Benjamin Biolay: giovani, ma non giovanissimi, che non nascondono i loro legami con la chanson classica ma che al contempo dichiarano apertamente la loro volontà di contaminarla con il moderno, utilizzando in modo non blasfemo quanto offerto dalla tecnologia in un impetuoso e sensuale abbraccio fra tradizione e innovazione.
Curioso, il percorso artistico fin qui compiuto da Biolay: originario di una cittadina presso Lione e oggi quasi trentatreenne, ha frequentato il conservatorio diplomandosi in trombone, ha imparato da autodidatta a suonare la chitarra e ha fatto parte senza troppe fortune di alcune band underground, cercando nella seconda metà dei ‘90 di avviare una carriera solistica concretizzatasi però seriamente soltanto nel 2001 con il primo album Rose Kennedy; da allora, la conferma con Negatif, l’unica (omonima) prova del progetto Home assieme alla moglie Chiara Mastroianni e adesso questo A l’origine, che ne ribadisce il grande talento e l’irresistibile carisma. Un talento e un carisma che si riflettono, e in più di un caso si esaltano, in strutture strumentali dove chitarre, basso, piano, programmazioni, archi e batteria danno vita a trame ora più rarefatte e ora assai più complesse e stratificate; nella voce grave e sussurrata, il cui acceso magnetismo è accentuato dalle liriche in francese; nelle atmosfere, che anche al di là dei suggestivi richiami alla new wave degli ‘80 giustificano a tratti la definizione dark. Il tutto sviluppato senza lasciare nulla al caso e prestando massima attenzione all’estetica sonora – squisito l’equilibrio degli arrangiamenti, firmati dallo stesso Biolay – e della “confezione”, come evidenziato dalla copertina björkiana sobriamente tenebrosa e da fotografie che danno l’immagine di un dandy macerato da turbamenti esistenziali e sentimentali. Fotografie che certo sarebbero piaciute a quel Serge Gainsbourg di cui Biolay non ha certo mai nascosto di essere un fervido estimatore: come potrebbe del resto farlo, con un singolo apripista come L’historie di un garçon che avrebbe ben figurato – mutatis mutandis: sono del resto trascorsi un po’ di anni – in un qualunque disco del Maestro a cavallo tra i ‘60 e i ‘70 (l’apertura del ritornello, con il canto che si innalza seguito dagli archi, è da brividi oltre che da antologia) o con una Mon amour m’a baisé dove al posto di Jane Birkin o Brigitte Bardot spunta Françoise Hardy, che è co-protagonista ancor più presente nella vellutata Adieu triste amor. Sono brani enigmatici, i quattordici di A l’origine, all’insegna di una sofferta dolcezza e di una sanguigna evocatività. Brani che raccontano storie, intensissimi specie quando i ritmi accarezzano e ipnotizzano – tra gli esempi più toccanti, la title track, Dans moin dos, Paris Paris e la conclusiva, eloquente fin dal titolo, Mes peines de cœur – e appena meno efficaci sul piano emotivo nel caso di soluzioni più incalzanti (Ground Zero Bar, che vanta comunque un bellissimo testo, e Cours!, quelli se vogliamo più “pop”); lasciano un segno profondo, poi, L’appat e Tant le ciel etait sombre, che a dispetto dell’abituale respiro melodico esibiscono toni solennemente tesi e sinistri, rendendo ancor più estroso e affascinante un album dallo spessore poetico – e non ci si riferisce solo alle liriche, peraltro brillantemente organizzate e molto espressive – tutt’altro che comune.
Difficile al momento dire se Beniamin Biolay è davvero, come si dice da più parti, il nuovo Gainsbourg, ma è certo che il suo notevole eclettismo – oltre che multistrumentista, songwriter, compositore di colonne sonore, arrangiatore e cantante debutterà presto come romanziere, e possiede le physique du rôle per la recitazione – nonché lo stile così magicamente sospeso tra carnalità e raffinatezza lo qualificano come il più titolato erede al trono di Re Serge. Indipendentemente da quale sarà il responso della Storia sulla fondatezza di tali ottimistiche previsioni, rimangono sessanta minuti di musica superba, la cui vibrante passionalità non è soffocata dall’estrema eleganza.
Tratto da Mucchio Extra n.19 dell’autunno 2005

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Categorie: recensioni | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Benjamin Biolay

  1. Anonimo

    anch’io non capisco bene il francese. mi riferivo al tono della voce e alla tipologia di brani proposti.
    i tuoi articoli mi stimolano molto entusiasmo sull’artista trattato e spesso mi ritrovo ad ascoltare cose dalle quali normalmente non vengo attratto … e , come è normale che accada , a volte confermo l’entusiasmo , e a volte vengo colto da profonda amarezza.
    In questo caso , come nel caso dei Bad Religion , di Roma di Antonello Venditti , di Massimo Ranieri e di Beatrice Antolini , l’amarezza ha purtroppo preso il sopravvento nonostante comprenda circostanze e sentimenti.
    detto ciò , ti ringrazio davvero per questo utile blog e per “l’underrated” mole di lavoro che in tutti questi anni ci hai elargito con infinita passione e in assoluta allegria.

    • Ah, ok! Direi allora che si tratta semplicemente di normali, inevitabili differenze di sensibilità/gusto, che fanno parte del gioco! Anche se Biolay e Bad Religion sono comunque considerati, nei rispettivi ambiti, dei maestri (capisco invece di più il discorso su “Roma”, su Ranieri e Beatrice Antolini).
      Grazie a te per esserci (e magari dimmi qualcosa che ti ha stimolato positivamente, di quelle che hai conosciuto qui)!

  2. Anonimo

    sprecando energia trasformo nella mia mente la lingua francese in italiana ed il risultato non è lontano da Ligabue. Lascerei quindi stare Re Serge.

    • Ti riferisci “solo” ai testi? Il francese lo capisco poco e quindi non mi pronuncio, ma per quanto riguarda tutto il resto il paragone mi sembra accettabile, anche se – è ovvio – Re Serge è un’altra cosa.

  3. Anonimo

    Ricordo quella copertina, e da lì ho iniziato ad ascoltarlo. In realtà, dal mio punto di vista, sussistono altrettante valide proposte d’oltralpe che, però, da noi, misteriosamente, rimangono all’oscuro. Sogno la prima rivista di musica che parli solo di artisti come Benjamin, che, non solo apparentemente, hanno il coraggio di mettere Serge davanti a Zimmy.

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