Southside Johnny (1976-1978)

Un gran bel disco antologico che mi ha consentito di colmare qualche buco che mi portavo dietro da quarant’anni. Sì, lo so che le edizioni originali in vinile costano poco, ma come ho già scritto altre volte ho un’autentico amore che sconfina in una deviazione di tipo feticista per le antologie con l’opera omnia di un artista, anche se – come in questo caso – solo di un periodo specifico della carriera. Ma che periodo! Southside Johnny ha raccolto molto meno di quello che avrebbe meritato, e questi due CD lo provano senza possibilità di smentita.

The Fever
(Real Gone)
Nel 1976, quando Bruce Springsteen aveva già pubblicato con grande successo Born To Run, un altro rocker del New Jersey – all’esordio su disco – sembrava destinato a contendergli il posto al sole. Ma non c’erano rivalità, anzi: il rapporto era di fratellanza, al punto che i primi tre LP di John Lyon – in arte, Southside Johnny – ebbero come produttore Steven Van Zandt e furono riempiti di brani (inediti) composti dal Boss e/o dal suo chitarrista. Continua a leggere

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Royal Blood (2017)

In generale sono cose che accadono da sempre e quindi non mi meraviglio (più), ma che mezzo mondo – compresa gente seria e stimabile – stia esaltando costoro nei termini in cui li sta esaltando mi sembra esagerato. Per me, un disco da 6.

How Did We Get So Dark?
(Warner Bros)
White Stripes, Black Keys e Kills sono solo alcune delle band rock di due membri che dall’inizio del millennio hanno ottenuto più o meno ampi consensi. Sulla loro scia, benché con un sound che è atipicamente fondato sulla liaison (poco) dangereuse fra una tonante batteria e un basso distorto che fa le veci della chitarra, si sono collocati i britannici Royal Blood, grazie al solito tam-tam dell’hype e a padrini illustri – come uno Jimmy Page (evidentemente) non più molto lucido – che li hanno ricoperti di lodi. Continua a leggere

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Quintessence (1969-1971)

All’epoca in cui ho iniziato a seguire seriamente la musica, i Quintessence si erano appena separati, cosa che – suppongo – mi indusse a considerarli “vecchi” e pertanto immeritevoli di approfondite attenzioni rispetto ai gruppi del presente (di allora). Più avanti, quando mi sono dedicato alla scoperta di tutto quello che mi ero più o meno perso, li ho sì ascoltati un po’ meglio, classificandoli però subito come “minori” e, di conseguenza, prescindibili. La frequentazione di questo box mi ha fatto però pensare di essere forse stato troppo tranchant, anche se è ovvio che non si sta parlando di una band epocale. Ma neppure priva di motivi di interesse.

Move Into The Light
(Esoteric)
Non contando le antologie e i tre live pubblicati nell’ultima decina di anni, due con materiale d’epoca e uno concepito come testimonianza dell’episodica (e parziale) reunion del 2010, la discografia dei Quintessence comprende cinque album, due editi dalla RCA nel 1972 e tre marchiati dalla Island fra il 1969 e il 1971. Sono proprio questi ultimi, a cominciare dall’esordio In Blissful Company per arrivare a Dive Deep passando per Quintessence, gli articoli più pregiati del catalogo, nonché quelli adesso condensati in Move Into The Light assieme a un paio di rarità. Continua a leggere

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The Jesus And Mary Chain

Nei primi mesi dell’anno, i Jesus And Mary Chain – un gruppo cardine del rock anni ’80 – hanno pubblicato un nuovo album, il primo da tanti, tanti anni. Considerato il mio rapporto storico con il gruppo, che seguo davvero dall’inizio e del quale ho scritto tante volte (in occasione del precedente  Munki ho anche intervistato Jim Reid), non ho potuto fare a meno di recensirne anche quest’ultima fatica.

Damage And Joy
(Artificial Plastic)
Ormai, il detto “a volte ritornano” ha ben poco senso: con minime eccezioni, tornano proprio tutti. Benché di nuovo in pista già dal 2007, i Jesus And Mary Chain non avevano però finora pubblicato un album di materiale inedito, preferendo limitarsi a portare in giro il loro repertorio storico; in particolare, quello dei primi tre LP datati anni ’80, dal mitico Psychocandy del 1985 – che con il suo conturbante pop sepolto sotto colate di feedback indicò una strada che in moltissimi avrebbero battuto – ai più “addomesticati” Darklands (1987) e Automatic (1989). Continua a leggere

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Mary My Hope

Ventotto anni fa, quest’album – l’unico della band americana – mi piacque davvero tanto: lo recensii con entusiasmo su un paio di riviste, feci intervistare i suoi autori su Velvet, finì addirittura nella mia playlist del 1989. Onestamente, con il senno di poi non credo lo rimetterei nell’elenco del meglio, ma ciò non toglie che rimanga un buon disco, un po’ troppo sottovalutato e/o dimenticato. Sono stato contento di averlo “riscoperto” e di averne potuto riscrivere grazie a una recente “deluxe” arricchita di un’infinità di materiale extra.

Museum (HNE)
La vicenda dei Mary My Hope si protrasse per circa quattro anni, dal 1986 al 1990, e a livello di album si concretizzò solo nel Museum edito da quella Silvertone che, sempre nel 1989, sponsorizzò un debutto epocale come The Stone Roses. Anche se l’etichetta si diede assai da fare per lanciarlo, in primis affidandolo alle cure di un produttore esperto e quotato come Hugh Jones, il quartetto atterrato in Gran Bretagna dalla natia Atlanta, Georgia, non superò lo status di “meteora”. Continua a leggere

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Alt-J (2017)

I due precedenti album degli Alt-J mi erano piaciuti tanto, proprio tanto, come si può avere conferma leggendo qui e qui. Il terzo capitolo, di ancora recente uscita, mi ha invece lasciato tiepidino, e non ho potuto fare a meno di scriverlo. Non senza intristirmene.

Relaxer
(Infectious)
Sicuramente fra le band britanniche più osannate fra quelle salite alla ribalta dall’inizio del decennio in corso, gli Alt-J sono per molti aspetti un enigma. Difficile, infatti, capire come il loro sound, accattivante sul piano melodico ma al contempo così “poco pop” (almeno nel senso più banale del termine), possa riscuotere i consensi dei quali è un po’ ovunque gratificato; parallelamente, che la popolarità li “costringa” a suonare in arene all’aperto dà luogo a effetti alienanti, considerando come la dimensione ideale del trio, al di là dell’efficacia degli ampi schermi e dei giochi di luce utilizzati, sia quella di un club di medie/ridotte dimensioni. Continua a leggere

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Claudio Lolli (2017)

Seguo Claudio Lolli dagli anni ’70. Da quando, adolescente, mi imbattei in quel brano-capolavoro chiamato Michel, che mi spinse ad approfondire. Acquistai subito gli LP Aspettando Godot e Un uomo in crisi (non Canzoni di rabbia: quello, vai a capire perché, lo presi parecchio dopo), innamorandomi di questo musicista così affascinante a dispetto di una poetica che, inutile nascondersi, suonava triste, a tratti persino deprimente; ma era (è!) un bel deprimersi, di quelli che ti obbligano a scavare dentro di sé. Non starò qui, adesso, a raccontarvi tutte le tappe della mia personale vicenda lolliana, che molti anni fa – in occasione dell’uscita della riedizione di Ho visto anche degli zingari felici, il suo album più mitico – ebbe come momento indimenticabile una bella intervista che riporto qui. Non posso però fare a meno di riportare quello che ho scritto a proposito dell’ultimo lavoro, davvero molto bello, che ha pure ottenuto la Targa Tenco.

Il grande freddo
(La Tempesta)
Al di là dei riscontri commerciali non proprio eclatanti, che in quarantacinque anni di percorso discografico lo hanno sistematicamente tenuto lontano da classifiche e media non di nicchia, Claudio Lolli è un maestro della nostra canzone d’autore. Uno di quelli naturalmente predisposti a viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, per dirla con Fabrizio De André, che si è schierato politicamente e culturalmente, e che per questo si è guadagnato la stima e l’affetto di una platea magari nascosta ma in termini assoluti non esigua. Continua a leggere

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1990: la mia playlist

Un anno notevole, il 1990, ricco di musica di qualità. Avrei potuto dire lo stesso affidandomi alla memoria od operando un’analisi superficiale, ma il concetto emerge in modo ancor più evidente esaminando l’elenco degli album ai quali, in tempo reale, assegnai i voti più alti in sede di recensione sulle riviste per le quali all’epoca scrivevo regolarmente, cioè Velvet e AudioReview. I miei “album del 1990” furono dunque i dodici qui sotto, anche se quell’anno non compilai alcuna playlist riassuntiva: su Audioreview non le abbiamo mai fatte e su Velvet ne pubblicammo una generale, senza le preferenze dei singoli collaboratori. Possibile che, se ne avessi dovuto compilare una all’inizio del 1991, logicamente pescando anche tra i dischi che non avevo recensito, qualche titolo sarebbe stato diverso, ma pure così com’è mi sembra bellissima.

Arson Garden – Under Towers
Chills – Submarine Bells
Danzig – Lucifuge
House Of Love – The House Of Love
Jane’s Addiction – Ritual de lo habitual
Mazzy Star – She Hangs Brightly
Negazione – 100%
Ozric Tentacles – Erpland
Pixies – Bossanova
Pussy Galore – Historia de la musica rock
Lou Reed & John Cale – Songs For Drella
The Seers – Psych-Out

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1986
1987
1991
1996
1997
2000
2006
2007
2013
2014
2015
2016

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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I reduci

Amo da sempre questa splendida (anche se tristemente realista nel raccontare un fallimento) canzone di Gaber-Luporini, che i Gang hanno ripreso nel loro ultimo album “Calibro 77” e della quale è appena uscito il videoclip. Sono onesto, la versione dei Severini – benché bella, e coerente con il resto del disco – non mi convince appieno: secondo me, un testo così richiede una musica più sofferta, o più graffiante, o più ironica. È comunque un bel sentire, e per ampliare il discorso mi sembra sensato proporre anche la cover dello stesso brano realizzata anni fa (per un tributo del “Mucchio Extra”) dagli Spirogi Circus, un progetto di Moreno degli Avvoltoi.

 

 

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Sad Lovers And Giants

La memoria (forse) inganna, ma non so dire se, in tempo reale abbia o meno scritto dei Sad Lovers & Giants. Se l’ho fatto, comunque, è stato per microrecensioni/segnalazioni, dato che all’epoca – di trenta/trentacinque anni fa – la band britannica non mi dispiaceva ma nemmeno mi esaltava. Anche per questa recensione di un recente cofanetto, molto esaustivo ma non onnicomprensivo, mi sono stati concessi spazi ristretti, ma credo di essere lo stesso riuscito a dire quello che andava detto.

Where The Light
Shines Through
(Cherry Red)
Seppure a singhiozzo e con un’attività discografica ridotta, i Sad Lovers And Giants sono nuovamente in pista da quindici anni; la loro fama di culto, però, poggia sui cinque LP di studio, il live e la decina di singoli pubblicati – esclusi i primi due 7 pollici, autoprodotti – da una label piuttosto fuori dagli schemi come la britannica Midnight Music. Quasi tutto il materiale di cui sopra, commercializzato in origine tra il 1981 e il 1991, è stato ora raccolto in questo box di cinque CD e ben ottantanove tracce, che include anche quanto immesso sul mercato dopo la reunion in un album, un 45 giri e un 12” di disagevole reperibilità; purtroppo, non un’opera omnia (e dire che sarebbe bastato un solo compact in più…), bensì un’amplissima antologia che narra – senza omissioni di rilievo e supportata dell’immancabile booklet (di appena dodici pagine, ma esauriente) – l’intera vicenda dei ragazzi di Watford.
Dalla torrenziale scaletta emergono chiaramente l’ispirazione e la verve della band, legata a un post-punk umbratile e non privo di spunti filo-psichedelici, dai toni per lo più aggraziati, avvolgenti e di gusto romantico. Oggi come allora, si pensa agli And Also The Trees, ai Cure del 1980/1981, ai Chameleons, ai Modern English. Non da gotha della new wave, ma ben costruito e assai godibile.
Tratto da Classic Rock n.55 del giugno 2017

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Ralph McTell (1967-1970)

Più passa il tempo, e più mi convinco che il formato CD sia perfetto per operazioni antologiche come questa, dedicata a un maestro assoluto del british folk. Quattro album storici (e splendidi) in due compact, libretto informativo, prezzo più che invitante, suono limpido e privo di tutti i crepitii e i disturbi da usura che purtroppo flagellano i vinili, specie quando la musica è pacata e rarefatta.

All Things Change
(Cherry Tree)
Detto che la qualità degli oltre venti album di studio da lui messi in fila in mezzo secolo di uscite discografiche scende di rado sotto il “buono”, i numerosi cultori del british folk “moderno” – quello affacciatosi alla ribalta nei Sixties e più o meno vicino all’universo rock – sono pressoché concordi nel collocare al vertice della produzione di Ralph McTell, che del genere è uno dei padri, i quattro usciti fra il 1968 e il 1970 per l’etichetta-culto Transatlantic: Eight Frames A Second, Spiral Staircase, My Side Of Your Window e quell’ancor più notevole Revisited assemblato solo con reincisioni o remix di brani in origine pubblicati nei tre precedenti. Continua a leggere

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Cody ChesnuTT (2017)

Come tutti dovreste ben sapere, non scrivo tantissimo di black music, sia per averla iniziato a conoscere sul serio, e quindi amarla, non proprio da giovanissimo, sia perché in tutte le riviste con le quali ho lavorato c’era sempre chi, sull’argomento, ne sapeva più di me. Quando me ne occupo, però, lo faccio con piacere, e trattando solo artisti che conosco bene. Come questo signore qui.

My Love Divine Degree
(One Little Indian)
Sono trascorsi quindici anni da quando Cody ChesnuTT, allora già trentaquattrenne, stupì addetti ai lavori e appassionati di black music – e non solo: quel disco era incredibilmente eclettico – con il monumentale The Headphone Masterpiece, complice la ripresa della sua The Seed (con presenza nel brano e nel videoclip) in un successo internazionale come Phrenology dei Roots. Continua a leggere

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Pop Corn – Finale (7 di 7)

Dopo il ciclo di sedici settimane dedicato ai 45 giri (dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017) e quello di diciotto focalizzato sugli LP (dal 15 gennaio al 26 maggio 2017), “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di “intrattenimento culturale” di circa venti minuti da me ideato e condotto per Rai Isoradio – ha terminato la sua terza e ultima fase, di sette settimane.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 10 al 14 luglio, le ultime di un ciclo di quindici dedicato a canzoni che avrebbero sicuramente potuto (e magari dovuto) entrare nelle zone alte delle nostre classifiche, ma non l’hanno fatto.

Lunedì 10/7/17
Aerosmith – Walk This Way
Van Halen – Runnin’ With The Devil
Fleetwood Mac – Don’t Stop
Styx – Babe

Martedì 11/7/17
Piero Ciampi – Ha tutte le carte in regola
Umberto Bindi – Via Cavour in quel caffè
Herbert Pagani – Cento scalini
Duilio Del Prete – La canzone di Jackie

Mercoledi 12/7/17
Jacques Brel – Amsterdam
Serge Gainsbourg/Brigitte Bardot – Bonnie & Clyde
Lee Hazlewood/Nancy Sinatra – Summer Wine
Scott Walker – Mathilde

Giovedì 13/7/17
Elvis Costello – Oliver’s Army
Nick Lowe – Cruel To Be Kind
The Jam – The Eton Rifles
Clash – London Calling

Venerdì 14/7/17
Mauro Pelosi – Vent’anni di galera
Tito Schipa Jr. – La bomba A
Ivan Cattaneo – Boys And Boys
Franco Battiato – L’era del cinghiale bianco

Pop Corn – Finale (1 di 7)
Pop Corn – Finale (2 di 7)
Pop Corn – Finale (3 di 7)
Pop Corn – Finale (4 di 7)
Pop Corn – Finale (5 di 7)
Pop Corn – Finale (6 di 7)

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1997: la mia playlist

Rileggo questa playlist di vent’anni fa, al tempo edita sul Mucchio e/o Rumore, e un po’ mi stupisco: è davvero strana. Accanto a dischi che, sì, ci stanno tutti, contiene due/tre titoli che non riascolto probabilmente da allora, e qualcun altro che fatico a credere di avere inserito. In ogni caso, dato che nelle liste di fine anno ho inserito sempre e solo gli album dai quali ero stato più impressionato nei dodici mesi precedenti, non posso che prendere atto della relativa bizzarria di queste scelte.

Afterhours – Hai paura del buio?
Auntie Christ – Life Could Be A Dream
Blur – Blur
Nick Cave – The Boatman’s Call
Cheater Slicks – Forgive Thee
Demolition Doll Rods – Tasty
Dirtys – You Should Be Sinnin’
Litfiba – Mondi sommersi
Modena City Ramblers – Terra e libertà
Oblivians – Play 9 Songs With Mr.Quintron

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1986
1987
1991
1996
2000
2006
2007
2013
2014
2015
2016

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Pop Corn – Finale (6 di 7)

Dopo il ciclo di sedici settimane dedicato ai 45 giri (dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017) e quello di diciotto focalizzato sugli LP (dal 15 gennaio al 26 maggio 2017), “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio – è entrato nella sua terza e ultima fase, di sette settimane. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 3 al 7 luglio, che fanno parte di un ciclo di quindici dedicato a canzoni che avrebbero sicuramente potuto (e magari dovuto) entrare nelle zone alte delle nostre classifiche, ma non l’hanno fatto.

Lunedì 3/7/17
Ragazzi del sole – Atto di forza n.10
Bit-Nik – Manifesto beat
Ranger Sound – Ricordarmi
Jaguars – Devi combattere

Martedì 4/7/17
Zombies – She’s Not There
Gerry % The Pacemakers – I’m The One
Standells – Dirty Water
Box Tops – The Letter

Mercoledì 5/7/17
Iggy Pop – The Passenger
Lou Reed – Walk On The Wild Side
Joni Mitchell – Help Me
Janis Joplin – Me And Bobby McGee

Giovedì 6/7/17
Area – L’elefante bianco
Biglietto per l’Inferno – Il nevare
Metamorfosi – E lui amava i fiori
Stormy Six – Stalingrado

Venerdì 7/7/17
Steppenwolf – Magic Carpet Ride
Sly & The Family Stone – Everyday People
Johnny Cash – I Walk The Line
Roy Orbison – Oh, Pretty Woman

Pop Corn – Finale (1 di 7)
Pop Corn – Finale (2 di 7)
Pop Corn – Finale (3 di 7)
Pop Corn – Finale (4 di 7)
Pop Corn – Finale (5 di 7)

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Brunori Sas

Se anche volessi non potrei negarlo, perché scripta manent, ma comunque non ho problemi a dirlo di nuovo: almeno all’inizio, diffidavo di Dario Brunori. Mi era anche parecchio simpatico, ma mi sembrava l’ennesimo furbetto che dal mondo cosiddetto alternativo voleva spiccare il balzo verso la “Serie A” e si comportava di conseguenza. Magari avevo pure ragione, eh, ma conta poco. Importa invece ben di più che, con Il cammino di Santiago in taxi, l’artista calabrese abbia impartito alla sua formula una sterzata che ho assai apprezzato, come dimostrano questa videointervista e, pochi mesi fa, questo articolo. Per (Noi siamo) Cantautori, rivista dalla vita purtroppo breve, ho invece scritto questa microrecensione dell’ultimo disco, un brano del quale – La verità – ha vinto la Targa Tenco per la miglior canzone dell’anno. Mi è parso giusto recuperare tutto ciò, perché ieri sera ho assistito al concerto tenuto al “Rock In Roma” da Brunori Sas e… mi sono divertito, sono stato bene e non posso che consigliarlo caldamente a quanti volessero trascorrere un paio d’ore all’insegna dell’entertainment di spessore.

A casa tutto bene
(Picicca)
È tutto perfetto, in questo quarto album (o quinto: dipende da come si considera la colonna sonora È nata una star?) di Dario Brunori: il songwriting accattivante ma non banale, i testi capaci di legare personale e sociale – ascoltare, per credere, L’uomo nero: in tal senso, è una potenziale canzone dell’anno – con linguaggio diretto e assieme ricercato, gli arrangiamenti di misurata ricchezza (l’illuminata produzione è di Taketo Gohara), il senso di autenticità che prorompe da note e parole. Insomma, il naturale ma non scontato punto di (temporaneo) arrivo di un processo di crescita che già con il precedente Vol.3 – Il cammino di Santiago in taxi aveva raggiunto risultati di grande rilievo, e che ora si mostra inequivocabile in dodici episodi baciati da un’ispirazione vivace in bilico fra colto e popolare. Non è ormai più una sorta di Rino Gaetano 2.0, l’artista cosentino: visti anche i cambiamenti nell’approccio canoro, si può semmai rilevare qualche affinità con Daniele Silvestri, ogni tanto Niccolò Fabi, persino Lucio Battisti.
Tratto da (Noi siamo) Cantautori n.3 del gennaio/febbraio 2017

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