Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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Pop Corn (LP) – settimana 12

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 10 al 14 aprile, quelle della seconda settimana del nuovo sottociclo dedicato agli anni ’60.

Lunedì 10/4/17
Fabrizio De André – Amore che vieni, amore che vai
Luigi Tenco – Una brava ragazza
Sergio Endrigo – Io e la mia chitarra
Gino Paoli – La gatta

Martedì 11/4/17
Luigi Tenco – Vedrai, vedrai
Gino Paoli – Che cosa c’è
Sergio Endrigo – Era d’estate
Fabrizio De André – Leggenda di Natale

Mercoledì 12/4/17
Gino Paoli – Un uomo che vale
Sergio Endrigo – I tuoi vent’anni
Luigi Tenco – Ognuno è libero
Fabrizio De André – Bocca di rosa

Giovedì 13/4/17
Luigi Tenco – E se ci diranno
Sergio Endrigo – Adesso sì
Gino Paoli – Ricordati
Fabrizio De André – Marcia nuziale

Venerdì 14/4/17
Sergio Endrigo – il treno che viene dal Sud
Gino Paoli – Prima di vederti
Fabrizio De André – Preghiera in gennaio
Luigi Tenco – Lontano, lontano

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)

La nona settimana (1978)
La decima settimana (1979)
L’undicesima settimana (anni ’60)

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U2 – Achtung Baby

Me lo avessero chiesto, nemmeno a bruciapelo ma dandomi la possibilità di rifletterci, avrei risposto senza esitazione che, no, non avevo mai recensito Achtung Baby degli U2. Una consultazione casuale dell’ultimo numero del 1991 di Velvet mi ha invece rivelato che l’avevo fatto; superato lo stupore, e verificato tramite lettura – quantomeno, so riconoscermi – che a scrivere ero stato proprio io (insomma, la firma in calce non era dovuta a un refuso), ho quindi pensato di riportare qui il pezzo; non perché sia chissà quale mirabile esempio di giornalismo, ma perché, comunque, riporta a un anno che per il rock e dintorni, e per il quartetto irlandese, fu molto, molto importante.

Achtung Baby
(Island)
Aveva chiuso un ciclo, Rattle And Hum, omaggiando con le sue quattro facciate quel rock’n’roll acceso dall’indimenticabile fuoco della passione che gli U2 avevano alimentato fin dai loro esordi. E lo aveva fatto in modo tanto carismatico e imponente da rendere assolutamente necessaria una svolta: un “punto e a capo” che, allontanando lo spettro della standardizzazione creativa e scongiurando al contempo il pericolo di deludere le attese dei fan, ponesse oltretutto l’ensemble nelle condizioni ottimali per tentare il balzo verso lo status di mito generazionale.
Achtung Baby è dunque il disco del cambiamento, perfettamente in grado di tradurre in realtà gli ambiziosi obiettivi della band irlandese: strutture musicali dirette più all’universalità degli ascoltatori che non solo ai pur numerosissimi seguaci del “rock del vero sentire”, liriche sempre incisive, in bilico fra trascendenza e umanità, fra disillusione e speranza, fra genuino trasporto e retorica; la collaborazione alternata dei tre produttori (Steve Lillywhite, Brian Eno e Daniel Lanois) che avevano marchiato i capitoli precedenti a Rattle And Hum. Non c’è quindi da stupirsi se brani che un tempo avrebbero assunto l’aspetto di epici e vibranti r’n’r (Zoo Station, Mysterious Ways, il deludente singolo apripista The Fly) hanno assunto colorazioni ritmiche di gusto “dance”, se le ballate soffuse e avvolgenti tanto care al quartetto occhieggiano con frequenza al pop e se a una copertina “poetica” come da abitudine se ne è preferita una (orribile) ricca di efficaci immagini simboliche; alla fine, però. i risultati – al di là di un paio di incidenti di percorso – rendono giustizia al talento di Bono e compagni, abilissimi nel mutare pelle senza alterare più di tanto le caratteristiche sostanziali del loro sound. Un sound che ipnotizza con il fascino di One, Acrobat o Love Is Blindness, e di potenziali hit radiofoniche quali Ultra-Violet o Until The End Of The World. Saranno probabilmente in moltissimi ad amare questi U2 meno enfatici e più lineari, pur nella poliedricitä dell’spirazione e della raffinatezza degli arrangiamenti, anche se di sicuro una parte dei vecchi estimatori – come già accaduto per quelli di Springsteen all’epoca di Born In The USA – si sentirà in qualche modo tradita; ma il rock non può curarsi degli integralisti, se vuole proseguire il suo cammino verso la ricerca di nuove, solide certezze. Non meno di (8).
Tratto da Velvet n.12 (Anno IV) del dicembre 1991

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Folk britannico, 1967-1972

Da vari decenni coltivo una passione segreta (nel senso che non l’ho quasi mai manifestata con articoli: una questione privata, insomma) per il folk-rock britannico a cavallo fra ’60 e ’70. Illo tempore, coltivarla era parecchio complicato perché tanti dischi erano molto rari, ma l’uscita di ristampe su ristampe mi ha via via consentito di farmi una discreta cultura. Se siete più o meno a digiuno dell’argomento ma ne siete istintivamente intrigati, procuratevi questo cofanetto economico e illuminante: non è la Bibbia, ma è senz’altro un eccezionale punto di partenza.

Grazie ai tanti recuperi dagli archivi dell’ultimo paio di decenni, il folk britannico degli anni fra i ’60 e i ’70 ha smesso di essere, com’è lungamente stato, una questione per pochi (e facoltosi) adepti-collezionisti. Pur rimanendo di culto, i nomi di esponenti della scena quali Anne Briggs, Comus, Shelagh McDonald, Bridget St. John o Vashti Bunyan hanno certo ottenuto un pizzico di popolarità anche presso i normali appassionati, quelli che conoscevano solo Pentangle, Fairport Convention, Incredible String Band e Steeleye Span, più – talvolta – i Tyrannosaurus Rex di Marc Bolan, i Trees, i Dando Shaft, il primo Kevin Coyne. Continua a leggere

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Ho fatto l’attore

Non posso dire che sia la prima volta, dato che ho interpretato piccoli ruoli in alcuni videoclip (una decina di anni fa mi era anche passata per la mente un’idea assurda che ho avuto il buon gusto di archiviare: essere in cinquanta videoclip prima del cinquantesimo compleanno), ma in questo caso si è trattato di una recitazione vera e propria, anche se agevolata dal fatto che dovevo indossare i panni di… me stesso. È accaduto nel 2015 e il progetto “Bye Bye Radio” – organizzato da alcuni componenti dello staff di Radio Bombay di Perugia – sembrava essere stato ormai abbandonato; invece, anche con mia sorpresa, l’idea di una web serie dedicata al mondo della musica italiana cosiddetta alternativa è stata ritirata fuori dal cassetto. Ecco così che l’unica puntata finora girata, della quale sono co-protagonista assieme ai Fast Animals And Slow Kids, è in circolazione, intitolata “Quando non sei Federico Guglielmi”.
Chiaramente (in caso contrario, non mi sarei prestato), tutto è corre sul filo dell’ironia e dell’autoironia. Prender parte alla cosa, lo ammetto, mi ha divertito assai, e nulla mi importa se qualcuno penserà che sono un cretino; almeno per certi aspetti, è vero.
Qui il link alla pagina “di lancio” di Fanpage, nella quale c’è ovviamente il link alla puntata (che dura cinque minuti e mezzo)

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Pop Corn (LP) – settimana 11

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 3 al 7 aprile, le prime del nuovo sottociclo dedicato agli anni ’60.

Lunedì 3/4/17
Rita Pavone – Come te non c’è nessuno
Mina – Il cielo in una stanza
Gianni Morandi – Andavo a cento all’ora
Adriano Celentano – Furore

Martedì 4/4/17
Mina – È l’uomo per me
Adriano Celentano – Pregherò
Gianni Morandi – Se perdo anche te
Rita Pavone – Gimme Some Lovin’

Mercoledì 5/4/17
Gianni Morandi – Un mondo d’amore
Rita Pavone – Che m’importa del mondo
Adriano Celentano – Miseria nera
Mina – La canzone di Marinella

Giovedì 6/4/17
Adriano Celentano – Stai lontana da me
Rita Pavone – Lui
Mina – Se c’è una cosa che mi fa impazzire
Gianni Morandi – Il ragazzo del muro della morte

Venerdì 7/4/17
Rita Pavone – Viva la pappa col pomodoro
Adriano Celentano – Azzurro
Gianni Morandi – Non son degno di te
Mina – Deborah

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)

La nona settimana (1978)
La decima settimana (1979)

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2000: la mia playlist

Per cinque anni, relativamente al periodo dal 2000 al 2004, le playlist individuali del Mucchio seguivano uno schema insolito: quindici album, senza italiani (almeno per il sottoscritto, visto che sulla produzione nazionale firmavo un articolo a sé) e divisi in tre categorie di gradimento, più commento di un paio di migliaia di battute. Ecco tutto “il pacchetto” dell’Anno Santo 2000.

Amen – We Have Come For Your Parents
Blonde Redhead – Melody Of Certain Damaged Lemons
Deftones – White Pony
PJ Harvey – Stories From The City, Stories From The Sea
Songs: Ohia – Ghost Tropic

At The Drive-In – Relationship Of Command
Gentle Waves – Swansong For You
New Bomb Turks – Nightmare Scenario
Queens Of The Stone Age – R (Restricted)
Rage Against The Machine – Renegades
Johnny Cash – American III: Solitary Man
Downset – Check Your People
Lou Reed – Ecstasy
Smashing Pumpkins – Machina / The Machines Of God
Snapcase – Design For Automation

Forse è superfluo sottolinearlo, ma questo mio elenco dei Top 15 del 2000 ha pretese di obiettività piuttosto relative: stilandolo, cioè, l’appassionato ha prevalso sul critico, anche se a ben vedere lo spettro della deformazione professionale ha fatto qua e là sentire la sua inquietante presenza. È una lista “di parte”, dunque, che comprende gli album che negli ultimi dieci mesi mi sono maggiormente piaciuti, stesa senza minimamente preoccuparmi di quello che il mondo esterno (voi, insomma) avrebbe pensato del mio gusto o del fatto che scelte diverse – magari più astruse, o più intellettuali, o più trendy – sarebbero state più positive per la mia immagine pubblica: non posso farci nulla se adoro l’ultimo di PJ Harvey e non reggo i Radiohead, se le tristezze dei Songs: Ohia non mi annoiano e certo post-rock alimenta in me istinti suicidi, se Lou Reed o Billy Corgan mi colpirebbero al cuore anche con un rutto e se (quasi) tutto ciò che è legato in modo anche vago alla dance potrebbe strapparmi un convinto, freddo applauso ma probabilmente non riuscirebbe mai a farmi alzare dalla sedia. E nella mia mente, forse insana, il caos degli Amen, le magiche allucinazioni dei Deftones e la grinta dei New Bomb Turks valgono quanto le delicatezze dei Gentle Waves e le obliquità dei Blonde Redhead.
Chiarito che la mancata citazione di titoli “made in Italy” è dovuta al fatto che la scena nazionale – Mucchio e Fuori dal Mucchio – è stata da me presa in esame nell’apposito articolo, vorrei solo aggiungere che Magnetic Fields e Lord High Fixers sono rimasti fuori perchè usciti nel 1999 (eh, sì, li abbiamo scoperti in ritardo), mentre i Warrior Soul sono stati esclusi perchè Classics contiene solo brani vecchi, seppur riregistrati. Nient’altro da dire, se non che fino all’ultimo sono stati in ballottaggio Badly Drawn Boy, Black Heart Procession, Calla, Eric Mingus, Monkeywrench e Pearl Jam: chissà, a qualcuno forse importa…

Le altre playlist presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1984
1986
1987
1996
2006
2014
2015
2016

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Pop Corn (LP) – settimana 10

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 27 al 31 marzo, dedicate al 1979.

Lunedì 27/3/17
Pink Floyd – Another Brick In The Wall
Dire Straits – Lady Writer
Kiss – Hard Times
Eagles – The Long Run

Martedì 28/3/17
Lucio Dalla + Francesco De Gregori – Banana Republic
Fabrizio De André + PFM – Volta la carta
Bob Marley – Rat Race
Neil Young – Hey Hey, My My (Into The Black)

Mercoledì 29/3/17
Billy Joel – Big Shot
Lou Reed – With You
Patti Smith – Dancing Barefoot
Blondie – Picture This

Giovedì 30/3/17
Ivano Fossati – La crisi
Loredana Bertè – …E la luna bussò
Donatella Rettore – Splendido splendente
Alberto Fortis – Milano e Vincenzo

Venerdì 31/3/17
Al Stewart – Almost Lucy
Peter Tosh – Fight On
Rod Stewart – Blondes (Have More Fun)
Stevie Wonder – Send One Your Love

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)

La nona settimana (1978)

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Alieni

Ultimi iscritti nella “punk hall of fame” romana, gli Alieni sono una band molto, molto particolare. Indipendentemente da quanto dureranno, hanno già lasciato una traccia, e non c’è dubbio che, tra gli autentici appassionati del genere, se ne parlerà anche in futuro.

Toy Boy (Rave Up)
Le nuove creature infernali vomitate da Roma hanno un look volutamente esagerato e propongono un punk‘n‘roll “metallico” suonato con durezza granitica e velocità mozzafiato. Lerci, depravati e cattivissimi, gli Alieni picchiano come fabbri e hanno una cantante che sputa testi (in italiano) con tale acidità da rischiarci gola e tonsille. A seconda dei gusti e delle attitudini, la cosa più fantastica o più disgustosa del mondo; facile, per chi mi conosce un minimo, immaginare da che parte io stia.
Tratto da Blow Up n.199 del dicembre 2014

Brucia la città (White Zoo)
A circa due anni dal devastante 45 giri d’esordio Toy Boy, gli Alieni sono tornati con un intero album che li conferma realtà quantomeno inusuale; non circolano infatti molte band dedite a un sound dove punk compatto e veloce, street rock e sfumature hard & heavy si legano a testi – in italiano – che esprimono per lo più malessere, cantati con voce femminile acutissima e ferocissima. Va da sé che la formula non è di quelle che mettono d’accordo tutti, e che anche amando alla follia il r’n’r più brutale e lancinante si possa trovarla troppo fuori dalle righe, ma è innegabile che il quartetto romano trasmetta un’impressione di compattezza e fiducia nel proprio progetto in grado di renderlo autorevole. Curiosità: del singolo è stato riproposto in versione differente solo il retro, e l’unica cover è quella di Confessione, un brano – peraltro già piuttosto grintoso nella versione originale – del gruppo progressive Biglietto per l’Inferno.
Tratto da Blow Up n.226 del marzo 2017

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Avion Travel

La prematura, improvvisa scomparsa di Fausto Mesolella, avvenuta da pochissimi giorni, mi ha portato a riascoltare qualcosa di suo. Mi è così venuto spontaneo iniziare dalla band con la quale l’avevo scoperto una trentina di anni fa, band che l’aveva accolto da non troppo tempo in organico: erano gli Avion Travel, ancora senza Piccola Orchestra, e questa è la mia recensione – scritta esattamente tre decenni fa – del loro esordio discografico in proprio.

Sorpassando (IRA)
Dei tanti artisti nostrani di area “nuovo rock” che ho avuto l’occasione e il piacere di conoscere non solo dal lato musicale, ben pochi si sono rivelati affabili, gentili e simpatici come gli Avion Travel, sestetto di buontemponi casertani stando al contatto con i quali è assolutamente impossibile non essere di buon umore. Attenzione, però: considerare gli autori di questo Sorpassando sostenitori di un’ironia e un divertissement fatui e privi di sostanza sarebbe davvero un grande errore, giacché loro – al di là del comportamento goliardico e dell’irresistibile sense of humor – interpretano con intelligenza, serietà e professionalità il loro ruolo, tanto da poter essere additati come ideale esempio di coerenza, determinazione e fede nelle proprie idee. Hanno impiegato parecchi anni, gli Avion Travel, a giungere al sospirato debutto adulto, dopo che alcune raccolte (Caserta Compilation, Italia Wiva, Live At The Blue Angel e la recentissima Sanremo Rock) erano servite a farne circolare il nome fra gli addetti ai lavori ma non a garantire una promozione sufficiente per il salto di qualità; c’è voluta, in particolare, l’affermazione sanremese perché tutti (compreso ch scrive) si accorgessero di avere ingiustamente sottovalutato una band dalle notevoli potenzialità, in grado di conciliare tematiche sonore differenti e di conferir loro un aspetto fresco e personale che le rende appetibili a ogni genere di pubblico.
EP 12 pollici registrato già da qualche mese ma immesso sul mercato con ritardo, Sorpassando assolve efficacemente il suo compito di introduzione al gruppo, presentando quattro brani in classico stile Avion Travel: atmosfere jazz/swing, arrangiamenti sofisticati ma mai freddi, dedizione a un pop dinamico e accattivante, innato gusto per la leggerezza, canto in italiano versatile e ricco di pathos. Così, fra ritmi saltellanti e ipnotici, fiati e tastiere che occhieggiano assieme alla chitarra e un canto soffice ma incisivo, l’ensemble fornisce un saggio della sua concezione di rock da intrattenimento passando dalle contorsioni di Jingles (dove paiono affiorare gli Area) alla contagiosa allegria della title track, senza dimenticare le armonie “cool” di Sopra di te e della più vellutata Non suono più. Difficile prevedere dove gli Avion Travel potranno giungere con questa miscela di suoni che abbraccia Joe Jackson, Working Week e Sergio Caputo, rivelandosi ascolto dopo ascolto sempre piacevole, divertente e passibile di interessanti sviluppi; per il mo- mento, però, questo disco è una delle, testimonianze più valide e attendibili di una musica italiana che vuol mantenere la sua “indipendenza” ma che desidera anche uscire da un ghetto poco gratificante e apparentemente privo di sbocchi. Non sono, magari, un gruppo da consigliare ai rockettari più impenitenti, ma non si sa mai…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.112 del maggio 1987

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Transex

Autentici outsider del circuito punk romano del decennio scorso, i Transex non erano certo una di quelle band che mettono d’accordo tutti; controversi, insomma, per varie (e valide) ragioni che potrete comprendere proseguendo nella lettura. Inevitabilmente, mi sono occupato di entrambi i loro album in tempo reale.

Transex
(Hangover)
Non bastasse il nome di battaglia, a spiegare con la massima chiarezza quali siano le attitudini dei Transex provvedono un titolo come White Girls Black Cocks e più in generale i testi dei dodici brani di questo loro album d’esordio (tiratura di cinquecento copie numerate, ovviamente solo in vinile), crudi e sboccatissimi esempi di “scorrettezza politica” a più livelli ma con il sesso sempre bene in evidenza. Il gruppo capitolino è infatti appassionato e competente interprete delle più nobili (per così dire) tradizioni del classico punk rock americano “provinciale”, quello che ha nella rozzezza, nella volgarità spettacolarizzata e nel gusto ludico dell’eccesso – verbale e sonoro – le sue armi più efficaci.
Di tali armi, l’ensemble capitolino dà ampio sfoggio in una scaletta che attinge a piene mani nel vastissimo serbatoio del più puro underground a stelle e strisce del periodo a cavallo tra la fine dei ‘70 e i primissimi ‘80: quello, cioè, delle tante formazioni portate da qualche anno alla ribalta da collane di raccolte come Killed By Death e Bloodstains e dalle uscite ufficiali di etichette come la Existential Vacuum e la Rave Up (della quale ultima il cantante dei Transex è, guarda un po’ che coincidenza, il responsabile). Con risultati encomiabili per grinta, qualità compositiva e degenerata sguaiataggine, perché il r’n’r può anche essere solo divertimento sfrenato, oltraggio gratuito e (salutare) disturbo della quiete pubblica. Fuck art & let’s pogo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Domino
(Tre Accordi)
Nove brani per circa mezz’ora di durata totale: fosse anche stampato in vinile e non in cd, come il precedente Transex di tre anni fa, saremmo di fronte a una nuova, perfetta operazione-nostalgia, giocata questa volta sul campo di un r’n’r che guarda sia al punk storico che al glam senza rinunciare a certe aperture proto-new wave care a varie band di culto americane degli ultimi ‘70. Meno sudicio rispetto al passato, ma ancor più acido e (sottilmente) perverso, il quartetto romano si è insomma confermato voce fuori dal coro nel contesto della scena punk (non solo) nazionale, recuperando con competenza, genuino trasporto e ispirazione vividissima le più autentiche radici di un genere che a quasi trent’anni di distanza, per chi ha vissuto la primigenia blank generation così come per chi ne ha solo sentito parlare, continua a procurare fremiti, brividi e qualche sana reazione di raccapriccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

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Nighters – Klaxon – Stigma

Escludendo gli Uniplux, che per vari motivi (li trovate in quest’altro post) costituiscono un caso a sé, quelli qui presentati sono il terzo, il quarto e il sesto documento a 45 giri del punk romano (il quinto è degli High Circle, ma me ne occuperò altrove), a seguire gli EP di Bloody Riot e Shotgun Solution. All’epoca, naturalmente, scrissi di tutti e tre, anche se dell’ultimo con qualche mese di ritardo.

Nighters
Drop Down Dead
(New Rose)
Terza formazione punk romana a uscire allo scoperto con un 7”EP contenente quattro brani sono i Nighters, capitanati dall’ex Shotgun Solution Robertino, cantante e bassista. Dal punto di vista sonoro, il gruppo si allaccia al più tipico punk rock britannico (primi Clash, Stiff Little Fingers…) e si rivela abilissimo nell’intepretare in modo rapido e trascinante brani assai validi sotto il profilo compositivo, anche se inevitabilmente prevedibili nelle strutture. Drop Down Dead, pubblicato con il marchio di una New Rose che non è quella New Rose lì, è dunque un EP ottimamente realizzato, nel quale i Nighters dimostrano di possedere buone capacità tecniche e un feeling non comune nel proporre un sound potente e compatto; unico difetto, se di difetto si può parlare, è la scarsa originalità delle canzoni, ma il debutto dei quattro romani è ugualmente da considerare molto positivo e appassionante. Dopo Bloody Riot e Shotgun Solution, anche i Nighters ribadiscono la varietà e la validità della scena punk capitolina, negli ultimi tempi in fase di crescita; non esitate, perciò, a procurarvi questo disco, fatto con il cuore oltre che con il cervello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.75 dell’aprile 1984

Klaxon
The Kids Today
(Klaxon)
Dopo parecchi contrattempi, anche la punk band romana Klaxon è riuscita finalmente a pubblicare il suo 7”EP, seguendo l’esempio di Bloody Riot, Shotgun Solution e Nighters. Il gruppo, composto da tre elementi, si ispira al punk stile ’77 (alla primi Clash) e alterna il canto in inglese a quello in italiano. Di questo disco fanno parte cinque canzoni dinamiche e abbastanza trascinanti, un po’ datate ma nel loro genere, ben realizzate; colpisce, il particolare, Prisoners, quattro minuti di sonorità coinvolgenti che riportano la mente a un periodo punk sicuramente più “puro” dell’attuale. Nonostante qualche imprecisione tecnica, l’EP si fa ugualmente apprezzare, e sono certo che i numerosi nostalgici di un suono mai dimenticato troveranno la sua relativa grezzezza e il suo feeling “primitivo” assai più stimolante di tante proposte hardcore piatte e insignificanti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984

Stigma
Stigma
(Rat Race)
Un altro disco formato sette pollici, con quattro pezzi: a proporlo sono i romani Stigma, una delle band al momento più attive del circuito punk capitolino, dell’organico dei quali fa parte il bassista dei Bloody Riot, Alex Vargiu. Nell’EP, sebbene la registrazione un po’ “amatoriale” pregiudichi (solo parzialmente) il risultato finale, il gruppo si segnala come abile artefice di un punk “caldo” e graffiante, relativamente personale anche se non del tutto maturo sotto il profilo compositivo. Staremo a vedere; nel frattempo, l’inizio è abbastanza incoraggiante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.101 del giugno 1986

 

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Pop Corn (LP) – settimana 9

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 20 al 24 marzo, dedicate al 1978.

Lunedì 20/3/17
Ivan Graziani – Monna Lisa
Rino Gaetano – E cantava le canzoni
Fabrizio De André – Zirichiltaggia
Eugenio Finardi – Op.29 in Do Maggiore

Martedì 21/3/17
Rolling Stones – Lies
Electric Light Orchestra – Turn To Stone
Kate Bush – Moving
Wings – London Town

Mercoledì 22/3/17
Francesco De Gregori – Il ‘56
Antonello Venditti – Giulia
Francesco Guccini – Libera nos domine
Roberto Vecchioni – Stranamore

Giovedì 23/3/17
Boston – It’s Easy
The Band – The Night They Drove Old Diexie Down
Neil Young – Lotta Love
Bob Dylan – We Better Talk This Over

Venerdì 24/3/17
Lucio Dalla – Quale allegria
Angelo Branduardi – Il poeta di corte
Alan Sorrenti – C’è sempre musica nell’aria
Lucio Battisti – Donna selvaggia donna

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)

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Pop Corn (LP) – settimana 8

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 13 al 17 marzo, dedicate al 1977.

Lunedì 13/3/17
Led Zeppelin – Rock And Roll
Rolling Stones – Tumbling Dice
Peter Frampton – Shine On
Genesis – Seconds Out

Martedì 14/3/17
Peter Gabriel – Solsbury Hill
David Bowie – Sons Of The Silent Age
Giorgio Moroder – Lost Angeles
Kraftwerk – Showroom Dummies

Mercoledì 15/3/17
Eugenio Finardi – Non è nel cuore
Alberto Radius – Carta straccia
Edoardo Bennato – Il gatto e la volpe
Lucio Battisti – Keep On Cruising

Giovedì 16/3/17
Amanda Lear – Tomorrow
Elton John – Cage The Songbird
Grace Jones – Sorry
Renato Zero – Sgualdrina

Venerdì 17/3/17
Premiata Forneria Marconi – Breakin’ In
ELP – Nobody Loves You Like I Do
Jethro Tull – The Whistler
Goblin – Suspiria Theme

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)

La settima settimana (1976)

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Taxi

I Taxi sono la band dalla quale, a seguito della scomparsa del batterista Francesco, sono nati gli oggi popolarissimi Giuda. Al di là dei consensi raccolti dal nuovo gruppo, i ragazzi erano straordinari, una delle migliori realtà punk romane (e italiane) di sempre; per fortuna, a testimoniarne le qualità, rimangono due album e quattro 45 giri, i primi due contenenti anche brani che non sarebbero stati ripresi sugli LP. Di questi dischi scrissi, con grande piacere, al tempo dell’uscita.

Eat Me (Hate)
Alle tradizioni del punk-rock filo-americano più rabbioso e convulso sono legati i Taxi, che nei quattro minuti del loro singolo d’esordio – contenente due brani, Eat Me e My Fingers – mettono in luce una brillante verve compositivo-interpretativa che si spera di vedere presto confermata da un nuovo prodotto discografico. L’incisione del 45 giri dal quartetto, originario dell’hinterland romano, risale infatti al lontano dicembre 1999, e sarebbe proprio un peccato se rimanesse senza seguito. Una piccola gemma, stampata ovviamente in tiratura molto ridotta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.440 dell’1 maggio 2001

I’m Dead (Hangover)
Circa un paio d’anni dopo Eat Me, i Taxi ritornano con un nuovo 7 pollici di pregevole fattura, fortemente legato alle radici del ‘77 e influenzato – pur vantando caratteristiche di entrambe – più dalla “scuola” americana che da quella britannica. Nel complesso meno grezzo e selvaggio rispetto alla precedente prova, anche a causa dell’incisione nettamente più curata, il quartetto romano prosegue dunque brillantemente il suo discorso, dedicandosi con freschezza e entusiasmo a un punk-rock già ascoltato infinite volte ma che comunque ci piace definire “classico” piuttosto che “revivalistico”. Secchi, energici e trascinanti, I’m Dead, Je tombe en bas e R & R Is All I Want sono tre ottime ragioni per attendere con una certa impazienza il primo album della band, annunciato entro la primavera per un’etichetta statunitense.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Like A Dog (Dead Beat)
A seguire due apprezzati 7 pollici, anche per i Taxi è giunta l’ora del cosiddetto esordio adulto, edito sotto forma di album 33 giri – sacro vinile, quindi: che il dio del rock’n’roll ce lo conservi ancora a lungo – da un’agguerrita etichetta di Los Angeles. Registrato circa un anno fa, Like A Dog è l’ideale cartina al tornasole della crescita del quartetto romano, che passo dopo passo ha imparato a convogliare la sua naturale irruenza in brani sempre più elaborati sul piano formale (ma senza che ciò ne soffochi la carica animalesca) e sempre efficacissimi dal punto di vista dell’impatto fisico ed emotivo: undici tracce mai particolarmente veloci nell’esecuzione, ma non per questo povere di compattezza e grinta, che rileggono soprattutto le nobili tradizioni del ‘77 più concreto e meno sotto le luci dei riflettori, quello della provincia americana e della Gran Bretagna extra-Londra.
Una storia da “magnifici perdenti”, insomma, racccontata attraverso dieci episodi autografi e una cover di Rabies Is A Killer della cult-band dei ‘70 Agony Bag (riproposta anche, in tempi abbastanza recenti, dai Death SS: in certi casi, punk e metal non sono poi così lontani) con estrema competenza della materia e con l’approccio sanguigno che occorre per valorizzarla al meglio; e un album di notevole spessore, almeno rispetto ai canoni del genere, che surclassa per energia e freschezza compositiva molta dell’attuale produzione punk d’Oltremanica e d’Oltreoceano. Quanti avevano messo in pensione il caro, vecchio giradischi faranno bene a spolverarlo e a controllare lo stato d’uso della
puntina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003

Yu Tolk Tu Mach
(Gonna Puke)
Già titolari di alcuni singoli e di Like A Dog, edito nel 2003 dall’americana Dead Beat, i Taxi giungono al secondo album un po’ cambiati: non feroce punk-rock settantasettino, bensì una formula sempre energica e incisiva nel quale lo stile originario si rivela però ottimamente ibridato con hard e power-pop. Dieci tracce, fra le quali un’oscura cover della cult-band inglese Agony Bag (dopo la “famosa” Rabies Is A Killer del precedente disco) e una sorprendente, brillante Qui est in, qui est out di Serge Gainsbourg, che ardono di vivacità e passione, eseguite in modo secco e compatto e impreziosite dall’eccellente voce di quel Tenda che – provare per credere – è anche uno dei migliori frontman rock italiani di sempre, forte di un’assoluta, travolgente naturalezza nel porsi come “animale da palcoscenico”. Fa bene, il titolo, a invitare al silenzio: meglio alzare il volume e lasciarsi spettinare dalle vibrazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

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Elektroshock

Lentamente ma inesorabilmente, proseguo il mio percorso a tappe nell’underground romano legato al punk. In questo caso, i riflettori illuminano il primo disco dell’area musicale in questione pubblicato da una band capitolina, band che certo non era punk in senso stretto ma che di sicuro fu in qualche misura influenzata dai fermenti del ‘76/’77. Edito in origine sotto l’ombrello della major RCA, l’album è al momento reperibile nella ristampa (in vinile) confezionata dalla Sony nel 2012.

Asylum (Numero Uno)
Pubblicato nei primi mesi del 1979, l’album degli Elektroshock è l’unica testimonianza discografica della prima scena “punk” romana (le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo). Quando uscì il gruppo esisteva da circa un anno, ma fin dall’inizio la sua effettiva adesione al movimento è stata messa seriamente in dubbio: correva infatti voce che l’approccio tra lo spregiudicato, l’aggressivo e il ribelle ostentato dai cinque – e sottolineato da efficaci trovate sceniche – non fosse naturale ma derivasse dallo studio di una decina di album di Lou Reed, Stooges, Sex Pistols, Ramones e altri consigliati loro dai produttori Carlo Basile (il primo tra i discografici nostrani a credere nel punk: a lui si debbono tutte le stampe italiane realizzate dalla RCA, nonché la storica raccolta Punk Collection) e Aldo Bagli (giornalista di “Ciao 2001” del quale, se non gli scritti infarciti di informazioni e commenti a dir poco discutibili, si deve lodare almeno la genuina passione). Continua a leggere

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Pop Corn (LP) – settimana 7

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 6 al 10 marzo, dedicate al 1976.

Lunedì 6/3/17
David Bowie – Golden Years
Cat Stevens – Jzero
Neil Young – Drive Back
Bob Dylan – Sara

Martedì 7/3/17
Area – Luglio, Agosto, Settembre (nero) (live)
Perigeo – Looping
Le Orme – Amico di ieri
Napoli Centrale – Pensione Floridiana

Mercoledì 8/3/17
Electric Light Orchestra – Evil Woman
Genesis – A Trick Of The Tail
Deep Purple – Love Child
Rolling Stones – Hey Negrita

Giovedì 9/3/17
Antonello Venditti – Nostra Signora di Lourdes
Lucio Dalla – Nuvolari
Roberto Vecchioni – A.R.
Francesco Guccini – L’avvelenata

Venerdì 10/3/17
Beatles – I’m Down
Angelo Branduardi – Gli alberi sono alti
Crosby And Nash – Broken Bird
Keith Carradine – It Don’t Worry Me

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)

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Pop Corn (LP) – settimana 6

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 27 febbraio al 3 marzo, dedicate al 1975.

Lunedì 27/2/17
Wings – Listen To What The Man Said
Ringo Starr – All By Myself
George Harrison – Ding Dong, Ding Dong
John Lennon – Stand By Me

Martedì 28/2/17
Francesco De Gregori – Il signor Hood
Fabrizio De André – Dolce Luna
Enzo Jannacci – Il monumento
Edoardo Bennato – Meno male che adesso non c’è Nerone

Mercoledì 1/3/17
Pink Floyd – Wish You Were Here
Genesis – Lilywhite Lilith
Poco – One Horse Blue
Led Zeppelin – Custard Pie

Giovedì 2/3/17
Banco del Mutuo Soccorso – L’albero del pane
Premiata Forneria Marconi – Chocolate Kings
Lucio Battisti – Due mondi
Alan Sorrenti – Poco più piano

Venerdì 3/3/17
Jack Nicholson-Ann Margret – Go To The Mirror
NCCP – Li saracini adorano lu sole
Inti Illimani – Tinku
Deodato – Do It Again

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)

 

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