IndieItalia (?) 2018

Difficilmente qui nel blog pubblico materiale (o anche solo link) non mio, perché si tratta di una vetrina personale e tale voglio rimanga. Ogni regola, però, ha le sue eccezioni e oggi ne faccio una. C’è questo pezzo appena uscito firmato da Riccardo De Stefano, un “giovane” (le virgolette hanno senso, perché lui ha comunque i suoi bei trentuno anni) nel quale ogni tanto mi capita di riscontrare lo spirito che guidava me quando di anni ne avevo venti. La differenza sostanziale, che mi impedisce di vederlo come un mio (virtuale) erede, è che Riccardo, anche se ama molti degli stessi babbioni che amo io (King Crimson e Bob Dylan, per fare un paio di nomi), ascolta un bel po’ di musica immonda e se ne occupa professionalmente su “ExitWell”, mentre io ho quasi sempre ascoltato e propagandato musica bella. Lo leggo comunque con interesse e in particolare l’ho fatto con l’articolo cui ho accennato più sopra, che condivido pressoché in toto e al quale vi invito a dedicare un po’ del vostro tempo cliccanqui qui.
Sull’argomento non ho granché da aggiungere. Fortunamente, di tanta musica italiana che oggi va per la maggiore posso bellamente strafottermene, limitandomi ad ascoltarla “per conoscenza“ ma non avendo obbligo di scriverne. Lo farei solo nel caso qualcuno me lo chiedesse (e mi pagasse bene), ma quelli che sono già miei datori di lavoro evidentemente non sono interessati e quelli che non lo sono dubito che abbiano voglia di accogliere nei loro spazi uno che stronca duro (e con le conoscenze per farlo a ragion veduta) invece dell’ennesimo maestro nell’arte della fellatio a chiunque sia un “fenomeno di successo” (o “fenomeno di cesso, sempre fenomeno era”, per dirlo con gli Squallor). Sperando che nessuno lo consideri un riferimento specifico a Calcutta (che mesi fa avrei avuto piacere di intervistare, non trovando purtroppo l’accordo sulla rivista dove ospitare la nostra chiacchierata), resto più o meno in tema di pompini e a proposito di quanto esposto da Riccardo e cito quanto dichiarato da Steve Albini nei primi anni ’90 a proposito degli Urge Overkill, con i quali era in feroce polemica dopo il loro ingresso nel “grande giro”: “vedremo chi tra cinque anni lavorerà ancora nel music business e chi, invece, succhierà cazzi per pochi spiccioli alla stazione degli autobus”. Scusate il francesismo.

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Un ricordo di Stan Lee

Se qualcuno mi chiedesse a quale foto sono più affezionato delle tantissime che conservo come testimonianze dei miei incontri con persone più o meno famose, non avrei alcuna esitazione a indicare quella che potete vedere qui sopra. Curiosamente, non mi ritrae con un musicista, bensì con l’uomo – artista, autore, creativo, genio… non saprei proprio come definirlo, con una parola sola – al quale devo una passione che coltivo addirittura da prima di quella per la musica: i supereroi della Marvel. Sono di quelli che nel lontano 1970 acquistò in tempo reale il primo numero de “L’Uomo Ragno” edito dall’Editoriale Corno, senza sapere di cosa si trattasse ma essendo attratto da quel “n.1” che mi faceva ipotizzare una futura collezione, e da allora i personaggi della Casa delle Idee sono una costante della mia vita. Più di tutti ho sempre amato Spider-Man, di cui posseggo tutti gli albi di tutte le collane in edizione americana – eccetto una trentina, ovviamente dei primissimi – fino al 2010, e una raccolta di circa settecento gadget di ogni tipo che però ho smesso di ampliare quando con l’uscita del primo film la cosa divenne troppo dispendiosa.
Da appassionato DOC di vecchia data, quando fui informato che Stan Lee, l’inventore di quasi tutti i characters che mi hanno accompagnato durante l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, sarebbe venuto a Roma, quasi ebbi un mancamento. L’occasione era il lancio in Italia del progetto “Marvel 2099” (che purtroppo non fu molto fortunato, ma non conta), e il Sorridente avrebbe rilasciato alcune interviste. Al tempo, fra l’altro, collaboravo stabilmente con la Star Comics, che pubblicava in Italia parte delle collane Marvel, e quindi il rischio di rimanere escluso non era contemplato. L’incontro avvenne all’Hotel Lord Byron di Roma, nel quartiere Parioli, il 17 marzo del 1993. Alla conferenza eravamo in pochissimi e fu facile, alla fine, scambiare due chiacchiere a quattr’occhi, anche se nonostante avessi già trentadue anni ero emozionato come un ragazzino, e credo che la mia espressione nella foto lo faccia percepire. Ricordo una persona gentile, simpatica, piena di entusiasmo. Non mi feci autografare nulla e con il senno di poi non fu una cosa molto intelligente, ma potevo mettermi a rompere le scatole al mio più grande mito chiedendogli di firmare questo e quello? Avevo la foto, che portai subito a sviluppare in un laboratorio, con un’ansia pazzesca che non fosse venuta, o fosse venuta male.
Stasera ho appreso che Stan Lee se n’è andato, per sempre. Non è vuota retorica affermare che sapere che non c’è più e che non potrò più gridare con gioia “eccolo!” scoprendo i suoi camei nei film Marvel. Non ci si può scagliare contro il destino bastardo perché, insomma, novantacinque anni sono un’età ragguardevole e novantacinque anni da Stan Lee sono qualcosa per la quale probabilmente venderei l’anima al diavolo, ma il dolore è lo stesso enorme. Excelsior!, Stan, e grazie di aver contribuito a rendermi quello che per tanti versi sono ancora: un eterno ragazzo, alla faccia di quello che dice l’anagrafe.

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Cure: la prima volta

Qualche settimana fa ho ricevuto un messaggio privato da Michele Franzinelli, titolare della seguitissima pagina “Out Of The World – The Cure Italia”: voleva organizzare una nuova rubrica dedicata al primo incontro con la musica del gruppo inglese e mi chiedeva un contributo. Gliel’ho scritto quasi in tempo reale e adesso l’ha pubblicato. Lo ripropongo qui così come appare lì, con tanto di scansione della pagina della mia agenda del 1979 con la scaletta della trasmissione nella quale ho trasmesso per la prima volta un brano di Robert Smith e compagni. Grazie a Michele per avermi fornito la spinta a recuperare questi bei ricordi.
Qui nel blog non ho ancora ripreso quasi nulla di ciò che ho scritto dei Cure, ma chi fosse interessato può trovare qui la recensione di un concerto del 2008, qui due parole su Boys Don’t Cry e il suo videoclip e qui la presentazione dello Speciale che ho curato due anni fa per Classic Rock (nel quale, lo so, c’è un erroraccio per il quale ho già fatto più volte pubblica ammenda).

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Un’esternazione sul vinile

Lo dico? Lo dico. Il modo in cui il cosiddetto mercato sta gestendo il “ritorno del vinile” (con tutte le virgolette del caso, dato che in realtà non se n’era mai andato) mi fa ribrezzo. Stampe sempre limitate, a volte numerate, a volte differenziate da piccoli dettagli, rimasterizzate bene, rimasterizzate male, più leggere, più pesanti, più lussuose, più al risparmio, vendute in edicola, vendute solo sui siti e ai concerti, studiate per il Record Store Day, raccolte in cofanetti dai prezzi disumani e chi più ne ha più ne metta. Sono contento per gli amici che posseggono negozi vecchio stile, che grazie a queste follie stanno respirando un po’ di ossigeno, ma per il resto lo spettacolo di questo circo grottesco basato su due cose che odio da sempre, ovvero la moda e la speculazione sulle passioni, mi interessa meno di nulla. Me ne sono reso pienamente conto l’altro ieri, quando sono andato in un bellissimo negozio con un congruo buono che avevo in tasca da mesi e nonostante l’assortimento enorme e quasi due ore di tempo ho faticato a scegliere qualcosa (parlo di novità in vinile, eh) da portarmi a casa.
Stai a vedere che, dopo averlo non troppo amato se non quasi schifato per trent’anni, finisco per innamorarmi del CD ora che si sta estinguendo.

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Classic Rock n.72

È fuori già da qualche giorno il nuovo numero di Classic Rock, che come si può desumere dagli strilli di copertina è pienissimo di argomenti interessanti. I miei contributi sono la recensione estesa del nuovo album di Marianne Faithfull e quelle standard di Bauhaus, Hugh Cornwell, Prodigy e Thom Yorke.

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Rob Younger, 1986

Serie “Fotografie”, n.4
Visto che in questi giorni in tanti parlano (giustamente) dei Radio Birdman, mi sembra appropriato continuare la serie con questo scatto di Rob Younger, della stessa session di quello che ho proposto qualche settimana fa solo su FB; a differenza di quello, però, era già noto, in quanto pubblicato sul Mucchio a corredo di questa intervista. Purtroppo, il servizio fotografico ebbe problemi, dei quali ovviamente mi accorsi solo al ritiro delle diapositive: per ragioni ignote (rullino deteriorato, un errore nel procedimento di sviluppo, una fesseria fatta da me… boh), tutti gli scatti – quale più, quale meno – sono sbiditi, come “bruciati”, e se sono riuscito a renderne decenti cinque o sei è solo grazie a Photoshop e alla pazienza.
La session si svolse il 19 agosto del 1986, nel pomeriggio. Finito il mio turno al Tribunale Militare di Sorveglianza, dove svolgevo il servizio di leva, salii sulla mia Fiat Ritmo e andai a Firenze – per la precisione, a Calenzano – dove Rob Younger si trovava, assieme al sound engineer Alan Thorne, per produrre l’album The Orphans Parade dei City Kids allo Studio Emme. Intervista, foto, saluti e via di nuovo a Roma, dato che la mattina seguente dovevo continuare a servire lo Stato. Avrei poi incontrato altre volte Rob, ma quella fu la prima.

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Blow Up n.246

È in tutte le edicole il numero di novembre di “Blow Up” ricchissimo di argomenti come sempre assai vari che potrete scoprire leggendo gli strilli e/o cliccando qui. Per quanto mi riguarda, ho firmato svariate recensioni (una molto estesa de Il Muro del Canto e poi Joe Strummer, Bassholes, Soap&Skin, Francesco Di Bella, il cofanetto “Just A Bad Dream” sul garage UK degli anni ’80) e soprattutto un articolo di dieci pagine sugli MC5, che fanno anche bella mostra di sé in copertina. Il 30 e 31 ottobre di mezzo secolo fa i 5 della Motor City tennero i due concerti dai quali venne ricavato “Kick Out The Jams” e, insomma, ci sembrava una ricorrenza meritevole di essere celebrata.
Colgo l’occasione, dato che il mese scorso me ne sono dimenticato, di segnalare che è ancora disponibile il nuovo titolo della collana di libri Director’s Cut dedicato a un gruppo che mi è assai caro, i Radio Birdman, scritto da Roberto Calabrò. Se siete abbonati l’avete già ricevuto gratis il mese scorso, ma se purtroppo per voi non lo siete (rimediare però è facile, eh) e non lo trovate più in edicola, lo potete acquistare sul sito.

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Devo, 1979

Serie “Fotografie”, n.3
Era il 7 ottobre 1979. I Devo erano a Roma già dal giorno prima, non per un concerto ma per promozione: al Teatro delle Vittorie avevano eseguivano in playback The Day My Baby Gave Me A Surprise per una trasmissione TV della RAI e io li avevo conosciuti proprio in quella circostanza, trascorrendo con loro buona parte del pomeriggio. Quello del 7 era invece una sorta di pranzo “ufficiale”, a un ristorante sul Lungotevere vicino allo Stadio Olimpico (si chiamava “Cuccurucù”, ed esiste ancora), e oltre alla band c’era un bel po’ di gente: discografici, alcuni addetti ai lavori, i componenti dei N.O.I.A. di Cervia, qualche imbucato.
Come quasi tutti, mi ero portato la macchina fotografica e tra svariati miei scatti ovviamente preziosi a livello di ricordi, ma certo non “belli”, ce n’è qualcuno un po’ speciale. Ad esempio questo, mai estratto dall’archivio prima di ora, con Bob Mothersbaugh che addenta divertito un contenitore di plastica per penne/matite/pennarelli a forma di pesce. Ore più tardi, Bob mi avrebbe regalato – lo ammetto: per raggiungere l’obiettivo gli ruppi abbastanza la minchia – la tuta che indossava.

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Dead Kennedys, 1981

Serie “Fotografie”, n.2
L’8 ottobre del 1981 i Dead Kennedys suonarono a Roma e curiosamente – per modo di dire: questioni di accordi/convenienze tra promoter e gestori di locali – lo fecero al Much More, nel quartiere Parioli, una classica discoteca modaiola che con il punk non c’entrava nulla. Fu una serata non proprio tranquilla, e non solo perché un paio degli Shotgun Solution, la band di supporto capitolina scelta da Jello Biafra a una sorta di contest tenutosi la sera prima in un club underground chiamato Tube, furono picchiati dai tizi del cosiddetto servizio d’ordine; la situazione era delirante, con decine di persone che salivano sul palco creando danni all’impianto e impedendo di fatto ai musicisti di suonare. Tanti ricordano quel concerto come straordinario ma io, come scrissi anche in sede di recensione, ho impresso nella memoria solo un enorme caos a ogni livello. Avevo vent’anni e divertirmi certo non mi dispiaceva, ma una cosa è star bene pogando e facendo sano casino e un’altra è trasformare un’occasione più unica che rara in una gazzarra invivibile per tutti i presenti.
Nel mio archivio, l’evento “Dead Kennedys a Roma” è documentato da parecchi scatti, ma la massima parte di essi immortala i ragazzi in posa (molti a Piazza S. Pietro). Qui, invece, ne propongo uno dei pochissimi relativi allo show, non proprio nitido (ero lontano e le luci lasciavano a desiderare) ma decisamente eloquente: quello che vedete, con Jello Biafra al centro, non accadeva davanti al palco, bensì sul palco.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

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Throbbing Gristle, 1981

Serie “Fotografie”, n.1
Nel marzo del 1981 i Throbbing Gristle vennero a Roma per registrare una session in RAI. Red Ronnie, grande amico della band, scese da Bologna assieme a Claudia Lloyd dei Rats per accompagnarli e dato che in quel periodo avevamo rapporti piuttosto stretti mi chiese di unirmi a loro. Era una bellissima mattinata di quasi primavera e prima di recarci agli studi di Via Asiago passeggiammo per un bel po’ in centro. Scattai una trentina di foto ai singoli componenti e all’intero gruppo, tra le quali questa: i poster dei Beatles erano uno sfondo troppo invitante e loro, molto divertiti, si misero in posa davanti alla mia Olympus, che avevo caricato con un rullino di diapositive.

Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” proporrò stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

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Radiodervish (2002-2018)

Per la prima volta in cinque anni è mezzo è capitato che una mia recensione per Blow Up sia rimasta fuori dal giornale per due mesi di fila, e risalendo il disco all’inizio dell’estate direi che non è il caso di pubblicarla più avanti. Dato che dei Radiodervish non avevo finora (ri)proposto nulla, mi pare allora sensato recuperarla qui sul blog, assieme alle altre due sulla band barese che avevo scritto sul Mucchio ormai un bel po’ di anni fa.

Centro del mundo
(Il Manifesto)
Il disco qui preso vanta il marchio de Il Manifesto, a garanzia di un impegno che non è solo artistico ma anche sociale e/o politico, e l’indole alla rivisitazione in chiave personale e (più o meno) moderna di sonorità di area etno-folk. Nel caso di Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, noti collettivamente come Radiodervish, le “radici” sono quelle della cultura araba e mediterranea, metabolizzate e interpretate alla luce di una creatività dove la ricerca di atmosfere esotiche non punta a suscitare superficiale stupore ma è invece parte integrante di un processo intimo, legato a filo doppio alla spiritualità ma non per questo disgiunto dalle cose terrene. Continua a leggere

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Rock (non in) italiano

Dopo quelle relative al Rock (in) italiano 1955-2000 e 2001-2010, rispettivamente di 100 e 50 titoli, mancava da recuperare solo una delle liste apparse sul Mucchio Extra di album rock fondamentali realizzati nel paese che sembra una scarpa: questa, uscita nel n.38 dell’estate 2012, con 50 album del periodo 1980-2010 cantati (del tutto o in prevalenza) in una lingua diversa dall’italiano e in qualche caso non cantati affatto. Mi assumo ogni responsabilità della scelta e ricordo che i titoli sono stati divisi in tre categorie di importanza – “i primi dieci” sono irrinunciabili, “gli altri quindici” essenziali, “gli ultimi venticinque” comunque di grande rilevanza/bellezza – e che prima di inviare commenti poco sensati sarebbe il caso di leggere introduzione e istruzioni per l’uso.
Introduzione
Nei suoi undici anni e mezzo di storia, questa è la terza volta che Extra dedica uno dei suoi ormai famosi elenchi di album fondamentali al rock nazionale. La prima fu nel lontanissimo n.8, con i “100” cantati in italiano dagli albori al 2000, e la seconda nello scorso numero, con i “50” (ancora nella lingua di Dante) del periodo 2001-2010. Per chiudere il discorso, quindi, mancava solo una lista che prendesse in esame quanto accaduto dalle nostre parti nell’ambito del rock – termine da intendere, come sempre, in un’accezione ampia ed elastica – corredato da testi in inglese, o anche (in massima parte) strumentale. Probabilmente qualcuno penserà che stiamo raschiando il fondo del barile e che l’argomento non meritava un simile risalto, ma concedeteci di vederla in altro modo: benché questo rock abbia avuto in parecchie circostanze rilevanza assai relativa anche all’interno dei patri confini, la sua qualità – almeno per quanto concerne gli artisti qui selezionati e qualche altra decina che abbiamo dovuto dolorosamente omettere – è tutt’altro che trascurabile. Senza dimenticare che alcuni di essi (nemmeno tanto pochi, a ben vedere…) sono riusciti ad affacciarsi all’estero con discreti consensi di culto e in una manciata di casi persino di massa, a conferma della teoria che, in contesti “di nicchia” e nonostante le difficoltà legate all’operare alla periferia dell’Impero, possiamo giocarcela ad armi (più o meno) pari con chiunque. Certo, il pur ricco panorama alternative autoctono non ha mai generato gruppi o solisti in grado di ottenere un successo autentico e duraturo a livello planetario, analogo per dimensioni a quello di – per citare altri “provinciali” – Kraftwerk, Mano Negra/Manu Chao, Sigur Rós, dEUS o Motorpsycho (e non si tirino in ballo gli Eiffel 65, che al di là dello spessore discutibile sono stati solo una pur luminosa meteora), ma di ciò bisogna incolpare i soliti preconcetti degli anglo-americani verso il nostro rock e il ruolo più che secondario dell’Italia nella scacchiera del music-business mondiale, con conseguente, scarso peso delle nostre etichette e agenzie di promozione. I “numeri” del nostro mercato, per dischi e concerti, sono così poco significativi che già si incontrano seri problemi di “importazione”, perché molti si interrogano se valga la pena di darsi da fare per ottenere risultati che hanno ottime probabilità di rivelarsi risibili… figuriamoci quanto possiamo venire calcolati nel momento in cui proviamo a esportare.
Chiarito che il tema era interessante, restava solo da stabilirne il raggio d’azione, da delimitare il lasso temporale su cui focalizzarci… e dato che negli anni ‘50 e ‘60, per il pop/rock tricolore, l’inglese era una specie di idioma alieno, e che nei Settanta era usato in modo assai limitato, la selezione dei “50” è stata effettuata negli abbondanti tre decenni che vanno dal 1980 – che potremmo definire come l’Anno Zero del “nuovo rock”, quello nato sulla scia del punk e della new wave – fino a oggi. Un periodo decisamente lungo in cui l’inglese ha goduto di fortune alterne, ora preferito a causa della maggiore adattabilità alle strutture musicali (e, va detto, perché permette di nascondere con più facilità le eventuali carenze poetiche/contenutistiche dei testi), ora non preso in considerazione – o accantonato dopo un po’: accade piuttosto di frequente – a vantaggio di una comunicazione più chiara e immediata. Addirittura ci sono stati momenti in cui le due “scuole di pensiero” erano in aperto conflitto, con relative schiere contrapposte di sostenitori e detrattori che accusavano di resa al demone del “commerciale” o di mistificazioni da poseur. Analizzando un po’ la storia, per buona parte degli anni ‘80 gli artisti rock consacrati all’inglese hanno sopravanzato nel numero quelli dediti all’italiano. Con la sola eccezione dei Krisma nessuno di loro è riuscito ad alzare la testa fuori dal circuito underground, in patria così come altrove, ma alcuni hanno almeno raccolto concreti riscontri su scala extranazionale in settori specifici: Raw Power e Cheetah Chrome Motherfuckers nell’hardcore, Pankow e Kirlian Camera nel post-punk, Sick Rose e Not Moving nel multiforme panorama neo-Sixties. Scenario un po’ diverso nel decennio seguente, con la superiorità quantitativa di un rock in italiano capace di imporsi anche nelle classifiche ufficiali e un ricco panorama sotterraneo di anglofili occasionalmente saliti alla ribalta al di là delle Alpi e/o dell’Atlantico: il caso più eclatante è quello degli Uzeda, noisers catanesi invitati da John Peel negli studi della BBC e messi sotto contratto dalla Touch & Go di Chicago. Situazione simile nell’ultima dozzina d’anni, benché con la sostanziale differenza che il vertiginoso aumento delle proposte e i vantaggi nell’instaurare e mantenere contatti offerti da Internet hanno moltiplicato le opportunità di pubblicare dischi e suonare dal vivo in tutto il mondo (o quasi): più che eloquenti gli accordi siglati con etichette straniere non proprio di secondo piano da band come Linea 77 (Earache), Jennifer Gentle (Sup Pop), Zu (Ipecac), Larsen (Young God), A Classic Education (Lefse), Ufomammut (Neurot), Port Royal (Resonant), Calibro 35 (Nublu), My Cat Is An Alien (Ecstatic Peace, Atavistic) e Lacuna Coil (Century Media). Un’esclation mai verificatasi in precedenza (e questa è solo la punta dell’iceberg!) che ha avuto tra i suoi più graditi, clamorosi effetti collaterali la copertina concessa dal mensile britannico The Wire ai My Cat Is An Alien o il successo di vendite, negli Stati Uniti e non solo, dei Lacuna Coil; le collaborazioni di musicisti stranieri e label europee e americane con i talenti di casa nostra, comunque, sono ormai all’ordine del giorno e non stupiscono più. Stupiscono sempre, invece, gli ostacoli incontrati in Italia da chi sceglie l’inglese: si pensi a Elisa, praticamente costretta a “convertirsi” nonostante la positiva risposta del mercato autoctono ai suoi primi album, o ai bravissimi …A Toys Orchestra, la cui pur buona visibilità non rende (ancora?) giustizia al loro notevole valore.
Non resta molto altro da aggiungere, tranne che se avessimo deciso di partire dai ‘70 e non dal 1980 saremmo stati piacevolmente costretti a inserire (ma non chiedeteci al posto di chi…) An Escape From A Box dei Circus 2000 (Ri-fi, 1972), What Me Worry? degli Electric Frankenstein (Cramps, 1975), Suàn di Armando Piazza (Black Beautiful Butterfly, 1972), Profondo rosso dei Goblin (Cinevox, 1975) e The Trip dei Trip (RCA, 1970), mentre se non avessimo escluso a prescindere i mini-LP – formato parecchio popolare negli anni ‘80 – ci saremmo dovuti impegnare per trovar posto almeno a Lazare dei Minox (Lacerba, 1986), Ash Grove Primroses dei Leanan Sidhe (Spittle, 1986), On The Other Side Of The Tracks (High Rise, 1990), l’omonimo dei Peter Sellers & The Hollywood Party (Toast, 1987) e No Given Path dei Weimar Gesang (Supporti Fonografici, 1986); e infine, se avessimo contemplato i dischi con più titolari, non avremmo potuto non infilare in qualche modo The Great Complotto – Pordenone (Italian, 1981). Comportandoci come invece abbiamo fatto ci siamo risparmiati un sacco di rogne, ma non per questo confidiamo di aver scongiurato il pericolo di ricevere le abituali critiche per questa o quell’assenza. Serenamente, le attendiamo.

Istruzioni per l’uso
Alla trentottesima lista di album a nostro avviso fondamentali potrebbe magari non esserci più bisogno delle “istruzioni per l’uso” generiche, ma dato che c’è sempre il rischio – meglio: la speranza – che per qualcuno questo sia il primo Extra in assoluto, eccoci a spiegare che i cinquanta dischi commentati nelle prossime pagine, suddivisi in tre settori/fasce di importanza decrescente, vorrebbero fungere da (ampia) introduzione a uno specifico ambito musicale: nel caso in oggetto, il rock italiano non cantato in italiano o prevalentemente strumentale. Tutti i dischi scelti sono stati pubblicati dal 1980 in poi (il perché non ci sia nulla di più vecchio è illustrato nell’articolo introduttivo) e tutti rientrano in un concetto piuttosto ampio di “rock” che esclude tanto il pop e la dance più disimpegnati quanto le cosiddette radici (folk, blues, country…), il metal, il progressive e le avanguardie più estreme; una selezione forse più limitata del solito in termini stilistici ma che certo non difetta di eclettismo. Organizzarla non è stato semplice ma alla fine riteniamo di aver fatto un buon lavoro, privilegiando in linea di massima gli artisti ormai storicizzati e/o con alle spalle una lunga carriera e lasciando fuori quelli, pur promettenti, saliti al proscenio solo da poco. Fatti salvi i nomi imprescindibili per qualità e notorietà, come di consueto si è cercato di concedere spazio al maggior numero di tendenze possibile: anche per questo motivo non sono state concesse deroghe al principio “un solo album per ciascuna band o solista”. Specifichiamo inoltre che non abbiamo preso in considerazione live, album disponibili solo in download, antologie e compilation.
Inevitabilmente, qualcuno osserverà che alcuni dei titoli qui presentati contengono anche brani in italiano, ma essi costituiscono evidentemente più o meno sporadiche eccezioni in repertori indirizzati in altro modo; per par condicio, quindi, abbiamo voluto omettere le pur valide prove in inglese di Carmen Consoli o Cristina Donà, mentre per quanto riguarda gli Afterhours abbiamo preferito il During Christine’s Sleep realizzato quando Manuel Agnelli e compagni adottavano soltanto testi in inglese al Ballad For Little Hyaenas che nella loro recente produzione è null’altro che una bella anomalia. Spiace, infine, avere cassato gente di spessore quali Cut, Mojomatics, Intellectuals, Fabrizio Cammarata & The Second Grace, Sleeves, Extrema, Kim Squad & Dinah Shore Zeekapers, Three Second Kiss, Knot Toulose, Technogod, The Niro, Father Murphy, Franlin Delano e tanti altri, ma non c’erano alternative: avevamo solo cinquanta caselle da riempire e l’aritmetica, purtroppo, non brilla per flessibilità.

I primi 10
Boohoos – Moonshiner
Calibro 35 – Ritornano quelli di…
Gaznevada – Sick Soundtrack
Giardini di Mirò – Dividing Opionions
Julie’s Haircut – After Dark My Sweet
Not Moving – Sinnermen
Pankow – Freiheit für die Sklaven
Sick Rose – Faces
Uzeda – Different Section Wires
Zu – Carboniferous

Gli altri 15
Allison Run – God Was Completely Deaf
Beatrice Antolini – A due
…A Toys Orchestra – Technicolor Dreams
Carnival Of Fools – Towards The Lighted Town
Gang – Barricada Rumble Beat
Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo – Disconoir
Jennifer Gentle – Valende
Samuel Katarro – The Halfduck Mystery
Kirlian Camera – Pictures Of Eternity
Krisma – Cathode Mamma
Neon – Rituals
Raw Power – Screams From The Gutter
Rocking Chairs – Freedom Rain
Steeplejack – Pow Wow
Yuppie Flu – Days Before The Day

Gli ultimi 25
A Classic Education – Call It Blazing
Afterhours – During Christine’s Sleep
Aucan – Black Rainbow
Bingo – Close Up
Birdmen Of Alkatraz – From The Birdcage
Brutopop – La teoria del frigo vuoto
Casino Royale – Jungle Jubilee
Cheap Wine – Crime Stories
Cheetah Chrome Motherfuckers – Into The Void
Confusional Quartet – Confusional Quartet
Disco Drive – Things To Do Today
Elisa – Asile’s World
Eversor – September
Fasten Belt – No Escape From Acid Hysteria
Guano Padano – 2
Howth Castle – Rust Of Keys
Lacuna Coil – Comalies
Larsen – Rever
Linea 77 – Ketchup Suicide
Magic Potion – Misplaced In Your Perfect World
My Cat Is An Alien – Mort aux vaches
One Dimensional Man – You Kill Me
Port Royal – Afraid To Dance
Ufomammut – Idolum
Zen Circus – Villa Inferno

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AudioReview n.402

È in edicola già da vari giorni il numero di ottobre di AudioReview, del quale potete leggere qui il sommario completo. Per quanto riguarda i miei contributi personali, oltre a coordinare come sempre la vasta sezione delle recensioni di dischi (Classica, Jazz e Rock-Pop), mi sono occupato di Suede, Riccardo Sinigallia, Alice In Chains, Mudhoney, Big Red Machine e Gene Clark, oltre che della raccolta “Try A Little Sunshine” e di una ristampa dei Wire. Nella rubrica “Le canzoni raccontate” ho infine scritto di “Respect”, mettendo a raffronto Otis Redding e Aretha Franklin.

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Stereodrome, 10-10-88

Esattamente trent’anni fa, dalle frequenze di RaiStereoUno, prendeva il via una delle mie più importanti e gratificanti esperienze dai microfoni di RadioRai, “Stereodrome”. Il programma, che come il successivo “Planet Rock” era una creatura dell’illuminato Eodele Bellisario, andava in onda cinque sere a settimana (dal lunedì al venerdì) dalle 21 alle 24, senza limiti alla scelta di cosa trasmettere; una vera pacchia per me e la mia compagna d’avventura Luisa Mann, professionista esemplare e persona splendida con la quale ho vissuto quattro mesi fantastici di lavoro, amicizia, divertimento.
Quest’estate, con Luisa, avevamo pianificato una piccola celebrazione del trentennale: rifare pari-pari a Radio Elettrica, l’emittente web messa su con amore dal vecchio amico Gianpaolo Castaldo, la prima puntata del nostro “Stereodrome”. L’improvvisa, drammatica scomparsa di Luisa, un mese fa (ne ho scritto qui, tra le lacrime) ha reso impossibile l’attuazione del proposito, ma avevo comunque deciso di registrare la trasmissione da solo, alla memoria. Ho così recuperato il quadernone delle scalette, scoprendo che in quel primo programma, in realtà, Luisa non c’era stata: un problema con il suo contratto, non firmato dalla direzione, le aveva impedito di andare in onda, come da inflessibili regole RAI. Insomma, sia lei che io l’avevamo rimosso, ma quella prima trasmissione del 10 ottobre 1988 la condussi da solo e allora, no, riproporla ancora da solo non avrebbe avuto senso. Sono stato anche a lungo indeciso se approntare o meno questo post, ma il desiderio di ricordare ancora una volta Luisa – a tutti voi che leggete, non a me che mai la dimenticherò – è stato più forte del dolore che sapevo avrei rinnovato buttando giù queste poche righe; scansionata dalla prima pagina del quadernone di cui sopra, ecco allora la scaletta completa di quello “Stereodrome”.

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Deftones (2000-2006)

Per un tot di anni, a cavallo tra i ’90 e gli ’00, sono stato un grande estimatore di quel sottogenere inizialmente definito crossover e poi ribattezzato nu-metal, recensendo, assistendo a concerti e intervistando. A un certo punto, però, mi sono stancato di seguire capillarmente il settore, limitando la mia attenzione al prosieguo di carriera delle band storiche e ben più di rado a gruppi emergenti. I californiani Deftones – che hanno anche un posto nel libro “1000 dischi fondamentali” con Around The Fur del 1997, sono comunque tra i miei favoriti, tanto da aver scritto in tempo reale di tutti i loro dischi pubblicati tra il 2000 e il 2006.

White Pony
(Maverick)
È opinione abbastanza diffusa, almeno presso gli appassionati di rock non particolarmente addentro alle “nuove tendenze”, che il crossover sia un (sotto)genere violento e abrasivo al confine con la cacofonia, una sorta di blob tra metal, del dark e dell’elettronica; una teoria alla quale anche i Deftones, con i precedenti Adrenaline (1995) e Around The Fur (1997), hanno contribuito a dare fondamento, ma che oggi è smentita da un album clamorosamente ascoltabile da tutti, a dispetto delle tante soluzioni comunque spigolose e delle forti tensioni che serpeggiano dietro melodie quasi celestiali e liriche spesso (ma non sempre) distese. Continua a leggere

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2003: la mia playlist

Negli ultimi mesi sto centellinando il recupero delle mie playlist annuali apparse in tempo reale su questa o quella delle riviste con le quali collaboravo; delle trentanove compilate dal 1979 al 2017 ne ho qui proposte già ventotto (ventinove con questa) e mi piacerebbe che la pubblicazione delle ultime fosse ogni volta un piccolissimo “evento”, con tutte le virgolette del caso. Riavvolgo allora il nastro a tre lustri fa ed estraggo dall’archivio l’elenchino uscito a suo tempo sul Mucchio: quindici titoli suddivisi in tre classi di gradimento, molti dei quali ritornano tuttora a tuonare dalle mie casse.
PS: Sì, lo so che il disco di Cody ChesnuTT è del settembre 2002, ma praticamente tutti lo scoprirono qualche mese dopo e, insomma, è andata così.
I primi cinque
Deftones – Deftones
Ivano Fossati – Lampo viaggiatore
White Stripes – Elephant
Wire – Send
VV.AA. – Desert Sessions Vol. 9 + 10
Gli altri cinque
Blur – Think Tank
Cody ChesnuTT – The Headphone Masterpiece
Marlene Kuntz – Senza peso
Mauro Pagani – Domani
Lou Reed – The Raven
Gli ultimi cinque
The Coral – Magic And Medicine
The Kills – Keep On Your Mean Side
Iggy Pop – Skull Ring
Yeah Yeah Yeahs – Fever To Tell
Warren Zevon – The Wind

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Blow Up n.245

È in edicola il numero di ottobre di “Blow Up”, come al solito pieno di (tante) cose belle (qui il sommario, per chi è interessato ad approfondire). Per quanto riguarda me, oltre ad aver recensito una manciata di nuovi dischi (Shoes, Radiodervish, Dan Stuart, Glen Matlock), ho tenuto a battesimo una nuova rubrica chiamata “Playlista”, con una selezione di dieci brani – commentati, certo – dedicati a un tema specifico. Per la “prima” ho scelto un argomento che può sembrare di cazzeggio, ma vi assicuro che non è affatto così: “Canzoni italiane con bestemmie”.

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Bluvertigo (1995-2001)

Il mio rapporto con i Bluvertigo non è stato proprio sereno, mai avuto difficoltà ad ammetterlo. Eppure, ne ho recensito in tempo reale tutti gli album, cosa assai bizzarra per me che raramente torno a occuparmi di un artista dopo avere espresso la mia non-approvazione per lui. Dopo tanti anni mi fa comunque piacere accorgermi di come, a parte quella dell’esordio (non dico “condizionata” ma di sicuro un po’ “guidata” dall’antipatia istintiva per una band che sembrava finta), nei miei scritti avessi sempre evidenziato i pregi e non solo i difetti – secondo me, certo – della band. Band che secondo me avrebbe avuto i mezzi per fare ben di più, qualitativamente parlando, di ciò che ha fatto. Per chi volesse approfondire, c’è qui un’intervista che considero tra le più riuscite delle mie, mentre qui mi occupo dei primi lavori solistici di Morgan; per chi si accontenta, ecco il poker di recensioni.

Acidi e basi
(Le Cave)
Strano gruppo, i monzesi Bluvertigo, nel senso che non si capisce bene da dove vengano e dove vogliano andare. L’unico dato certo è che il loro album d’esordio oscilla tra rock tendenzialmente “estremista” (filone, diciamo, Primus) e pop in italiano, rivelandosí nel complesso personale ma lamentando carenze in termini di cattiveria (soprattutto nel cantato, spesso alla Scialpi) e incisività compositiva. Continua a leggere

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