The Hives (2000-2004)

Sere fa mi trovavo in un locale e, prima del concerto al quale avrei assistito, dalle casse acustiche prorompevano canzoni di una band che non sono riuscito a identificare; nessun dubbio sul fatto che la conoscessi e che possedessi quell’album, ma da qui a collegarla a un nome… niente da fare, formula troppo comune. Al terzo brano mi ero già seccato di sforzare le meningi e quindi, captato un breve stralcio di testo, ho tirato fuori di tasca l’iPhone e ho digitato quelle parole su Google. Il risultato? Gli Hives, gruppo svedese che a quanto mi risulta è ancora in attività ma che certo non gode delle stesse attenzioni delle quali era gratificata una quindicina di anni fa, quantomeno tra i cultori delle proposte underground. Da qui a cercare in archivio cosa ne avessi scritto il passo è stato breve.

Veni Vidi Vicious
(Burning Heart)
Fossero americani, gli Hives sarebbero di sicuro sotto contratto per la Estrus o la Sympathy. Vengono invece dalla Svezia, ma avendo ben poco a che spartire con l’ormai classico punk/hard dei vari Hellacopters e Gluecifer non sono granché appetibili per un’etichetta di nicchia come la White Jazz; si sono così accasati presso la Burning Heart, che pur privilegiando il popcore non si fa sfuggire le più gustose occasioni di rendere più eterogeneo il suo (ampio) catalogo con proposte di altro genere, purché alimentate dal sacro fuoco del rock’n’roll. Continua a leggere

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Ricordando gli N.N.

Il mio percorso professionale abbonda di artisti (italiani, in questo caso) scoperti – e spesso recensiti – ancor prima dell’esordio discografico e “accompagnati” nel prosieguo di carriera. Di norma, quelli sui quali mi sbilancio raccolgono consensi di massa o di culto, o comunque in qualche maniera “rimangono”; ci sono inoltre le eccezioni che confermano la regola, ovvero quelli che vanno avanti anche per decenni ma con un sostegno di pubblico esiguo e quelli che, invece, si dissolvono per le ragioni più diverse dopo uno/due album. La band qui ricordata non c’è nemmeno arrivata, all’album; la sua produzione è limitata a un mini-CD con sei brani edito più di ventidue anni fa dalla IRA DC, tentativo coraggioso ma purtroppo rapidamente abortito di rilanciare la gloriosa etichetta che negli anni ’80 aveva imposto i Litfiba, i Diaframma, i Moda (senza accento; erano il gruppo di Andrea Chimenti) e i Violet Eves di Nicoletta Magalotti.
Li avevo conosciuti quando, giovanissimi, operavano con il discutibile nome Skits & Roll. Li avevo amati da subito, non avevo lesinato in suggerimenti credo utili e alla fine li avevo presentati ad Alberto Pirelli, storico produttore dei Litfiba nonché titolare della label; lui aveva condiviso il mio entusiasmo e li aveva indotti a trasferirsi a Firenze per poterli seguire al meglio. Il mini-CD di assaggio venne fuori una piccola meraviglia e più avanti i ragazzi incisero altro materiale rimasto però inedito; nacquero scazzi tra loro e Pirelli, dei quali ricordo solo la pesantezza, e alla fine gli N.N. – si erano ribattezzati così – si sciolsero per sempre. In loro memoria, ecco alcune testimonianze del mio appoggio al progetto: la recensione del demo degli Skits & Roll, un articolino dal taglio molto personale (e “de core”) e la recensione del disco, tra l’altro finito nella mia playlist del 1995 benché fosse un “mini”. Disco che, pur essendo fuori catalogo, è ancora reperibile con facilità e a prezzi ridicoli; chi lo acquisterà, magari dopo averne ascoltato le tracce su YouTube (ci sono tutte, mi sembra), farà secondo me un buon affare. Continua a leggere

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Mezzala

Un uccellino mi ha detto che Michele Bitossi, frontman di quei Numero6 (al momento “congelati”) dei quali potete leggere qui un’ampia intervista e una sintetica storia, sta realizzando il suo terzo album a nome Mezzala. Apprezzando molto, di testa e di pancia, la musica dell’artista genovese, non ho dubbi che ne scriverò, ma avendo promesso solennemente di non recuperare in Rete i miei scritti nuovi, vi rimando alle due recensioni vecchie. I dischi sono pure su Spotify, e dunque non avete scuse per non provare almeno ad ascoltarli.

Il problema di girarsi
(Urtovox)
Sono ormai vari anni che Michele Bitossi, dopo il proficuo apprendistato nei Laghisecchi, guida quei Numero6 che non abbiamo remore a definire una delle più brillanti esperienze pop-rock emerse sulla scena nazionale da un bel po’ di tempo a questa parte; un pop-rock senza dubbio alto, tanto nelle musiche di evidente derivazione Sixties – ricercate ma equilibrate – quanto in testi mai banali e ricchi di ironia. Continua a leggere

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PJ Harvey (2000-2016)

Dragando l’archivio scopro di essermi occupato di tutti gli album editi da PJ Harvey tra il 2000 e il 2016, eccetto il secondo dei due realizzati assieme a John Parish. Inevitabile recuperare in questa sede le recensioni, specificando che quella di White Chalk è solo una postilla in quanto sul disco mi ero dilungato in questa intervista.

Stories From The City,
Stories From The Sea
(Island)
Polly Jean non c’è più. Almeno, non la Polly Jean che avevamo lasciato a imbastire sofferte trame melodiche sulle ombre e sulle paranoie – solo a tratti squarciate da lampi di luce – di album come Rid Of Me, To Bring You My Love e Is This Desire?. Ce n’è però un’altra non meno ispirata, non meno intensa e non meno affascinante (insomma, non meno splendida), che per parecchi versi assomiglia a quella del Dry d’esordio: diretta e incisiva, sia per l’essenzialità dell’accompagnamento della coppia Mick Harvey/Rob Ellis (che si dividono tastiere e batteria, con il primo ad occuparsi del basso), sia per la struttura dei brani, per lo più legati a un r’n’r ora robusto e spigoloso (This Is Love, un sanguigno garage punk stile California ‘60 sospeso tra Jefferson Airplane e Seeds, o The Whores Hustle And The Hustlers Whore), ora ingentilito da irresistibili movenze pop (Good Fortune, che recita in modo perfetto il ruolo di singolo apripista, la soffice You Said Something) e ora disteso in intriganti ballad d’atmosfera (la solenne e sontuosa A Place Called Home, la scarna e misticheggiante Beautiful Feeling impreziosita dalla voce di Thom Yorke o l’ipnotica This Mess We’re In in cui lo stesso frontman dei Radiohead monopolizza il microfono). Continua a leggere

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Omaggio a Kurt Weill

Scrissi questa recensione all’inizio del 1987 per un album che in realtà era stato pubblicato due anni prima. Non fu una scoperta tardiva, come dimostra la sua presenza nella mia playlist del 1985, ma per qualche ragione difficile da appurare dopo così tanto tempo mi venne di sicuro chiesto di occuparmene “in differita” e io, che sul Mucchio non avevo avuto occasione di occuparmene, non mi tirai indietro. Si tratta di uno dei primi album-tributo concepiti come tali, ben prima che il fenomeno si allargasse a macchia d’olio divenendo pressoché insopportabile, e per come la vedo io rimane uno splendido lavoro; non a caso, quando alla fine dei ’90 scelsi a corredo di un articolo del Mucchio dodici dischi-omaggio particolarmente interessanti/significativi, non mi fu possibile lasciarlo fuori (ne è testimonianza la breve scheda recuperata ancora più in basso). Rispetto alla recensione di AudioReview, ho solo il sospetto di essere stato un po’ troppo benevolo nella valutazione della resa sonora, ma si sa che in quel periodo eravamo più o meno tutti più o meno condizionati dalla propaganda volta ad affermare sul mercato il compact-disc.
Lost In The Stars
(A&M)
Più che un semplice disco, Lost In The Stars – sottotitolato The Music Of Kurt Weill – è una vera e propria celebrazione dell’arte del compositore tedesco di nascita ma statunitense d’adozione, prematuramente scomparso nel l950 dopo aver partorito alcune delle opere musicali più affascinanti e significative del nostro secolo. Continua a leggere

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Blow Up n.236


È in edicola il numero di gennaio di Blow Up, che contiene fra le altre cose un lungo excursus sui venti dischi da non perdere del fenomeno punk-funk 1979-1983, articoli su Yellow Magic Orchestra e Robert Ashley, l’ampio spazio “Collateral” dedicato a letteratura, cinema e fumetti, più recensioni e rubriche. Qui tutti i contenuti. Io ho scritto degli nuovi album di Dish Is Nein (ex Disciplinatha), Andrea Chimenti e Antonio Aiazzi, della raccolta di psichedelia britannica Looking At The Pictures In The Sky e del libro di John Doe (e altri) sul punk di Los Angeles.
Da segnalare anche il volumetto della collana “Director’s Cut” a proposito dei Red Crayola, firmato da Stefano I. Bianchi; gli abbonati lo avranno già ricevuto assieme al giornale, mentre tutti gli altri possono cercarlo nelle edicole delle principali città o acquistarlo a € 10 presso il sito o su Amazon.
La rivista, di 132 pagine, costa invece € 6,00.

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Classic Rock n.62

È in edicola da qualche giorno il numero di gennaio di Classic Rock, mensile con cui collaboro stabilmente da ormai tre anni e mezzo. Per quanto riguarda i miei personali contributi di questo mese, nessun articolo lungo (a febbraio, comunque, ce ne sarà uno bello assai), ma solo tre recensioni: due piuttosto estese, dell’esordio dei Greta Van Fleet e della ristampa “deluxe” di Rocket To Russia dei Ramones, e una standard del nuovo U2. La rivista ha però ben altri motivi di interesse, dagli elenchi commentati di alcuni fra i migliori album stranieri e italiani del 2017 ai pezzi articolati e più o meno corposi su Queens Of The Stone Age, John Entwistle, Queen, Gianni Maroccolo, Bon Scott e Marilyn Manson, più naturalmente la consueta mole di rubriche, recensioni, interviste brevi e altro. 132 pagine di grande formato per € 5,90.

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Anno nuovo, vita nuova

Ci pensavo ormai da un bel po’, senza riuscire ad arrivare a una decisione sul da farsi. Addirittura, mi era passato per la mente di interrompere ogni pubblicazione su “L’ultima Thule”, lasciando on line tutto il pregresso ma concludendo l’avventura con un post intitolato “Mission is terminated” (sì, alla Throbbing Gristle); in fondo, tra otto giorni il mio blog festeggerà i cinque anni di presenza in Rete con un bilancio di circa 1.100 post e quasi 800.000 pagine lette, più la ciliegina di due “Targhe Mei Musicletter”… ci poteva stare, un “bene, è stato bello, grazie a tutti, mi dedico ad altro”, ma alla fine… perché? Meglio continuare, apportando però qualche piccola modifica che vado adesso a illustrare.
Allora… a partire dal 2018 continuerò a proporre materiale vecchio dai miei archivi, ma non caricherò nulla di quello che apparirà dai numeri di gennaio in avanti nelle riviste alle quali ho il piacere e l’onore di collaborare in pianta stabile, ovvero “AudioReview”, “Blow Up”, “Classic Rock” e “Vinile”. Già evitavo di recuperare gli articoli lunghi, ma da ora in poi farò lo stesso pure con le recensioni; quanti fossero interessati alle mie considerazioni/opinioni sulle uscite post-2017 dovranno quindi orientarsi sui giornali e solo su quelli. Sul blog provvederò ovviamente a informare in tempo reale su quanto di mio uscirà su carta, e pazienza se quelli che non vogliono mettere la mano in tasca non mi leggeranno più e si accontenteranno di articoli, recensioni, playlist e quant’altro antecedenti all’anno appena iniziato, alle scalette dei miei programmi alla radio, a brevi appunti su dischi/artisti/eventi che non tratterò sulle riviste di cui sopra. Come ho già detto varie volte, “L’ultima Thule” è nato per non “far morire” il mio immenso archivio e per far sì che il mio nome e le mie gesta (detto scherzosamente, eh) fossero noti agli appassionati, agli addetti ai lavori e ai musicisti che hanno come fonte di informazione soltanto il web; dato che per me il giornalismo legato alla musica è una professione e non un hobby, mi sembra giusto riservare una sorta di esclusiva a quegli editori che mi danno spazio e mi pagano per riempirlo. Il blog è gratuito e so bene che, se ne offrissi la lettura a una cifra anche simbolica o poco più, i click crollerebbero; per cui, non amando neppure la strategia alternativa delle libere donazioni, rivendico il diritto di donare solo quello che mi sembra sensato, almeno rispetto alla situazione attuale (il futuro è un’ipotesi…).
Ciò detto, lascio spazio ad eventuali commenti e rivolgo naturalmente a tutti i miei più sinceri auguri per il 2018.

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2017: la mia playlist

Per la quinta volta, la mia playlist annuale è apparsa sulle pagine di “Blow Up”, rivista nella quale scrivo regolarmente dall’estate del 2013. Sono in tutto quindici titoli divisi in tre blocchetti: nel primo i tre album che ho apprezzato di più (a pari merito) e negli altri due le seconde scelte, sei stranieri e sei italiani (sempre tutti a pari merito). La divisione fra prodotti esteri e autoctoni non è stata voluta né tantomeno vuole essere discriminatoria: a elenco compilato, ho notato di avere inserito lo stesso numero di stranieri e di italiani, e ho pensato che in questo modo avrei potuto evidenziare meglio questi ultimi.
Il podio
Algiers – The Underside Of Power
Baustelle – L’amore e la violenza
Peter Perrett – How The West Was Won
Runners mondo
Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?
King Krule – The Ooz
Magnetic Fields – 50 Song Memoir
Robert Plant – Carry Fire
Sparks – Hippopotamus
St Vincent – Masseduction
Runners Italia
Paolo Benvegnù – H3+
Brunori Sas – A casa tutto bene
Andrea Laszo De Simone – Uomo donna
Mauro Ermanno Giovanardi – La mia generazione
Ianva – Canone europeo
Mannarino – Apriti cielo

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1985
1986
1987
1990
1991
1995
1996
1997
2000
2001

2004
2006
2007
2013
2014
2015
2016

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Julian Cope (2013)

Per un lungo periodo ho recensito qualsiasi cosa fosse legata a Julian Cope, in alcuni casi anche su più giornali. Poi, un giorno, i miei scritti sull’Arcidruido hanno cominciato a diradarsi; non per sopraggiunto disamore nei suoi confronti, ci mancherebbe, lui è sempre nel mio cuore e per sempre ci rimarrà, ma per questioni legate alla produzione confusa (e, sì, un po’ pletorica) e alla difficoltà nel reperire i suoi dischi (lo ammetto, sono uno di quelli che, se deve ordinare direttamente sui siti, si fa passare presto la voglia). In un modo o nell’altro ho ascoltato tutto, questo sì, ma di alcuni titoli non posseggo copia fisica e prima o poi rimedierò. Nel frattempo, direi che questa è la mia ultima recensione di un album del caro Giuliano, album che fra l’altro figura anche nella mia playlist del 2013. Per chi fosse interessato ad altro, suggerisco di cliccare qui, qui, qui e qui.

Revolutionary Suicide
(Head Heritage)
Ogni volta che si ha notizia dell’uscita di un nuovo album di Julian Cope, la domanda che ci si pone è sempre la stessa: “ok, ma che tipo di album?”. Questo perché da un paio di decine d’anni l’eccentrico e geniale Arcidruido, discograficamente autarchico con il marchio Head Heritage, alterna lavori filo-sperimentali e opere all’insegna di un metal tanto crudo quanto cupo, recuperi dagli archivi e raccolte di canzoni psycho-pop-rock grossomodo in sintonia con la sua identità sonora più nota e documentata. Continua a leggere

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John Grant (2013)

Sono a tutt’oggi tre gli album di studio firmati dal leader dei Czars: Queen Of Denmark del 2010, Pale Green Ghosts del 2013 e Grey Tickles, Black Pressure del 2015. L’ultimo, se devo essere sincero, mi ha lasciato un po’ tiepidino, mentre i precedenti hanno acceso il mio entusiasmo più o meno nella stessa misura. Dei due ho però recensito solo il secondo, finito tra l’altro nella mia playlist del 2013.

Pale Green Ghosts
(Bella Union)
Non tutti rimasero subito folgorati da Queen Of Denmark, l’album con cui John Grant inaugurò nel 2010 la carriera solistica – dopo una quindicina d’anni alla guida degli Czars – mettendo dolcemente a nudo i suoi disagi e drammi personali. A tanti altri, io fra loro, perché scattasse l’amore servirono i concerti successivi all’uscita, straordinari incantesimi di comunicazione emotiva dove l’artista di Denver si (im)poneva in perfetto e mai precario equilibrio fra spessore e fragilità: un autentico trionfo del sentimento e della bellezza, in grado di abbagliare, rapire, a tratti persino togliere il fiato. Continua a leggere

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Blaue Reiter (1982-1983)

Nel lontanissimo 1983 mi capitò di recensire il (secondo) demo di una band piemontese che di lì a poco sarebbe sparita per rinascere subito dopo dalle sue ceneri con un’altra ragione sociale. Il gruppo si chiamava in origine Blaue Reiter e per la sua nuova, non molto lunga vita (da me al tempo assai propagandata: qui una retrospettiva) si ribattezzò Viridanse. In epoca recente, i Viridanse sono poi addirittura ritornati in attività, realizzando due ottimi album dei quali non ho mancato di occuparmi sulle pagine di Blow Up. Considerato il mio stretto rapporto con l’ensemble in tutte le sue incarnazioni, è stato dunque un vero piacere, per me, scrivere le note di presentazione di un LP postumo contenente tutto il materiale registrato in studio dai Blaue Reiter; il disco in questione si intitola My Inner Thought ed è stato pubblicato alla fine dell’anno scorso in una tiratura limitata (solo vinile, niente CD) dalla Syntehtic Shadows.

È facile collegare a un periodo preciso il momento in cui i Blaue Reiter vissero, per dirla con il maestro Andy Warhol, i loro quindici minuti di (pur relativa) fama, suscitando curiosità a livello underground e inanellando una discreta sequenza di concerti. Accadde soprattutto dopo l’uscita – nell’autunno 1982 – di Gathered, antologia di emergenti curata dello staff di quel “Rockerilla” che all’epoca era la rivista di riferimento per chiunque fosse interessato alle nuove tendenze rock. Continua a leggere

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Mannarino (2017)

Una delle cose che più mi hanno fatto dispiacere e irritare, più o meno nell’ultimo paio di anni, è stata l’avversione mostrata/ostentata nei confronti di Mannarino da parte dello stesso pubblico “attento” (definiamolo così) che segue con passione e competenza la miglior canzone d’autore. Ovvio che possa non piacere, ci mancherebbe altro, ma trattarlo come se fosse un cialtrone qualsiasi solo per via del suo grande successo popolare… beh, è una vera stupidaggine. Benché lo segua dal tempo dell’esordio, qui sul blog non avevo ancora recuperato niente di quello che ho scritto del cantautore romano; lo faccio ora con la recensione dell’ultimo album di studio, suggerendo anche la lettura di questo articolo di approfondimento del 2014, che ritengo parecchio esplicativo delle ragioni della mia adesione alla causa.

Apriti cielo
(Universal)
La costante ascesa di Alessandro Mannarino nelle gerarchie della canzone d’autore nazionale, scandita da un’infinità di esibizioni in ogni contesto e da tre album di pregio quali Bar della rabbia (2009), Supersantos (2011) e Al monte (2014), sarà senz’altro confermata da questo quarto lavoro, il primo marchiato dalla Universal (che, in precedenza, si era occupata soltanto della distribuzione): lo dicono da un lato le vendite dei biglietti dell’imminente tour, notevoli già quando del disco girava un’unica anticipazione in Rete, e lo dice soprattutto la qualità dei nove brani, in parte ispirati da un viaggio in Brasile (e si sente) ma comunque in linea con l’immaginario “meticcio” cui il musicista ha sempre fatto riferimento. Orizzonti, insomma, assai più ampi di quelli della romanità “caciarona” nei quali in parecchi, fuorviati dai natali del Nostro e qualche testo, avevano provato, magari anche in buona fede, a intrappolarlo. Continua a leggere

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Maisie (2002-2009)

Quella dei Maisie è un’esperienza fuori dal comune e (anche) per questo molto interessante, finora concretizzatasi in una mezza dozzina di dischi (il nuovo, Maledette rockstar, sarà in circolazione dal 19 gennaio) e parallelamente nella ricca produzione dell’etichetta autogestita Snowdonia (scopritela qui). A meno che il mio ampio archivio non stia occultando qualcosa, dei “ragazzi” ho finora recensito tre album: gli ultimi, con l’esclusione di quel Morte a 33 giri (2005) che del lotto è forse il migliore… e vai a capire perché non ne ho scritto.

Music Is A Fish Defrosted
With A Hair-Dryer
(Snowdonia)
“La musica è un pesce scongelato con un asciugacapelli”: con un titolo così è difficile attendersi qualcosa di normale, specie considerando che i titolari dell’operazione sono i Maisie e il marchio che la sponsorizza è quello, rinomato per “eccentricità intelligente”, della Snowdonia. In questa circostanza, comunque, la coppia Cinzia La Fauci/Alberto Scotti è andata ancor più al di là della norma, limitandosi a comporre i brani per affidarne poi l’interpretazione al tastierista francese Falter Bramnk o, in un paio di casi, ad altri musicisti amici: una scelta certo bizzarra ma premiata da risultati senz’altro apprezzabili, sia in termini – come dire? – di estetica sonora che per quanto riguarda gli equilibri tra attitudine “alla ricerca” e godibilità della proposta. Continua a leggere

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Arson Garden (1990-1992)

In oltre quarantacinque anni di frequentazioni musicali, mi è capitato infinite volte di invaghirmi di artisti lontani dalle luci dei riflettori, che magari passavano inosservati perché dediti a un sound non “alla moda”. Non mi importava che non fossero “cool” o che piacessero solo a me o quasi: avendo la possibilità di propagandarne l’attività, lo facevo senza pormi alcun problema. Allo stesso modo, non mi sento di avere sbagliato se, a distanza di decenni, mi rendo conto di come questi miei beniamini siano sconosciuti più o meno a tutti; anzi, è un motivo in più per ricordarne l’esistenza, sperando che altri li apprezzino. Per gli Arson Garden, dei quali ripropongo qui le recensioni dei primi due album (il debutto finì pure nella mia playlist annuale; ne esiste un terzo, ma quello mi sfuggì e lo recuperai in seguito), non ci sono scuse: potete assaggiarli su Spotify. E sono sicuro che più d’uno mi ringrazierà.

Under Towers
(Community 3)
Jefferson Airplane meets Velvet Underground”, azzardava una recensione su Flipside a proposito di questo sconosciuto ensemble statunitense il cui esordio si colloca senza ombra di dubbio fra gli album più interessanti e originali che la scena indipendente internazionale abbia prodotto in questo primo scorcio di anni ’90.
Difficile descrivere il sound del quintetto, bizzarro crossover di indole psichedelica nel quale confluiscono elementi hard, punk, dark, folk e trance e sul quale si eleva la sublime voce di April Combs, a metà tra la Grace Slick più ieratica e la Sandy Denny più evocativa; e difficile, ancora di più, trovare le parole giuste per raccontare la magia e il fascino magnetico di undici canzoni avvolgenti e misteriose, che solco dopo solco esalano aromi stordenti e suscita suggestioni profonde e inebrianti. Continua a leggere

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Universal Daughters

“E questo che roba è?”, si domanderanno credo in parecchi. La risposta è semplice: un disco bello e particolare, che figura anche nella mia playlist del 2013 e sul quale mi fa piacere (ri)portare nel mio piccolo un po’ di attenzione. Dategli una possibilità.

Why Hast Thou Forsaken Me?
(Santeria)
In epoca pre-Internet un disco come questo non si sarebbe potuto fare, o quantomeno la sua realizzazione sarebbe stata faticosa e dispendiosa, con contatti iniziali non facilissimi, nastri multitraccia spediti per posta convenzionale e un’infinità di piccoli e grandi ostacoli pratici. Continua a leggere

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King Krule (2013-2017)

Carta canta, e per la precisione afferma che, dalle nostre parti, sono stato uno dei primi a tessere le lodi del primo album di King Krule, recensendolo in maniera estremamente positiva in tempo reale e inserendolo tra i miei album del 2013. Mi sono occupato anche dello “strano” lavoro seguente pubblicato a nome Archy Marshall, passato abbastanza sotto silenzio, nonché della terza (o seconda, fate voi) prova, che figura nella mia playlist del 2017 ma che è stato gratificato di consensi pressoché unanimi. Di questo sono ovviamente più che felice, e intanto mi tengo stretta la mia piccola, sciocca soddisfazione di aver capito prima di tanti altri la grandezza dell’ancor giovanissimo musicista britannico. Carta canta.

6 Feet Beneath The Moon
(XL)
Il 27 agosto Archy Marshall ha compiuto diciannove anni. Coerentemente con la sua giovane età, ha adottato il suo secondo nom de plume – prima si faceva chiamare Zoo Kid – ispirandosi a un videogame, e dal 2010 si muove nel circuito londinese come cantante, songwriter, musicista, DJ e produttore, raccogliendo lusinghieri riscontri: eloquenti la nomination al “BBC Sound Of 2013”, i tre singoli ufficiali editi con cadenza annuale dal 2010 al 2012 e ora il contratto con la XL Recordings, concretizzatosi in quest’album che di sicuro non passerà inosservato. Difficile, infatti, non rimanere colpiti da questo ragazzino dai capelli rossi che, con una voce profonda simile a quella del primo Billy Bragg, intona canzoni per lo più scarne, cupe (anche nei testi) e ruvide – ma persuasive sul piano melodico – con influenze dubstep. Riuscendo a immaginare un doppelgänger di James Blake non si sarebbe tanto distanti dalla realtà. Continua a leggere

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Human Race (2017)

Il mio primo contatto con gli Human Race avvenne grazie a un concerto dei Saints ai quali il quartetto romano faceva da spalla. Rimasi subito folgorato dal loro “classic punk” e ogni disco realizzato dal gruppo – due singoli e un album, tutti disponibili solo in vinile – ha confermato, se non rafforzato, l’ottima impressione iniziale.

Negative
(Dead Beat)
Sì, certo, il ’77 è roba di quarant’anni fa, ma questo non significa che il favoloso sound di quei giorni irripetibili, a base di voce cattiva, chitarra, basso e batteria stretti in un abbraccio ruvido e vigoroso non sia ancora in grado di lasciare il segno. Importa qualcosa che a offrirlo siano ragazzi che al tempo non erano neppure nati? Nient’affatto, se genuinità e ispirazione sono come quelle che prorompono da questo primo album degli Human Race, rimasto alcuni mesi nel cassetto e adesso pubblicato solo in vinile dalla stessa etichetta americana che nel 2003 diede alle stampe Like A Dog dei Taxi (i futuri Giuda). Continua a leggere

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