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Neil Young – Freedom

Digito “Neil Young” nella casella di ricerca del blog e saltano fuori le recensioni di due album (Le Noise del 2010 e The Monsanto Years del 2015), più una breve presentazione del videoclip di Rockin’ In The Free World. Un po’ poco, no? Ecco allora cosa scrissi nel lontano 1989 di uno dei dischi del loner che preferisco, proprio quello di Rockin’ In The Free World. Certo, accorgermi che lo trattavo fondamentalmente “da vecchio” quando aveva quarantatré anni, mentre oggi io ne ho cinquantasette, un po’ stranisce.

Freedom
(Reprise)
Freedom. Un titolo davvero perfetto per l’ennesima fatica di un musicista – e soprattutto un Uomo – che della libertà di pensiero, di scelta e di espressione ha sempre fatto la sua bandiera, anche a costo di cocenti delusioni (e, artisticamente parlando, di clamorosi tonfi). Ed è rilevante che, in quest’epoca di interrogativi sui reali significati del rock, l’album si apra con una scarna (chitarra acustica, armonica e voce) Rockin’ In The Free World, registrata dal vivo; e che allo stesso brano, stavolta in una concitata versione elettrica con la band – alla maniera di Rust Never Sleeps – sia affidato il compito di chiuderlo, lasciando cosi echeggiare nella memoria il crudo e struggente grido di denuncia di un mondo malato e di un’America piena di contraddizioni. Continua a leggere

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Nick Cave

Sono ancora fortemente indeciso sulla collocazione precisa che eventualmente darei all’ultimo album di Nick Cave And The Bad Seeds – scrivo “eventualmente” e uso il condizionale perché non amo questo tipo di cose e le faccio soltanto se costretto da esigenze professionali – in una classifica di gradimento della ricca produzione dell’artista australiano. Dubito però che nulla potrà intaccare la mia certezza che si tratti di un grande disco.
cave-copSkeleton Tree (Bad Seed)
Considerato quanto l’anno scorso la sua esistenza sia stata sconvolta dalla morte del figlio quindicenne Arthur, nessuno si aspettava da Nick Cave un album meno “scuro” della norma; benché i brani di Skeleton Tree fossero stati composti in prevalenza prima del dramma, era infatti ovvio che l’artista australiano avrebbe cercato di lenire il dolore attraverso quella musica che, anche nei momenti più duri, gli è sempre stata fedele compagna. Continua a leggere

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Speciale Cure

speciale-cureI Cure stanno per ritornare in Italia, e per l’occasione mi è stato proposto di realizzare un albo monografico sulla band, nella collana degli “Speciali” di “Classic Rock”. Sono 130 pagine di grande formato a colori, piene di foto e graficamente assai belle, nelle quali il percorso di Robert Smith e compagni è analizzato disco per disco da Eddy Cilìa, Michele Benetello, Giancarlo Turra e io. Ci sono poi interviste degli anni ’80 recuperate da vecchie riviste (ovviamente con il consenso degli autori: Beppe Badino, Carlo Villa, Alessandro Andolina, Piergiorgio Brunelli, Andrea Olcese, Marco Zatterin), le scansioni di una recensione d’epoca per ogni album (a firma di Claudio Sorge, Beppe Badino, Alessandro Calovolo, Red Ronnie, Giampiero Vigorito, Alberto Campo, Eddy Cilìa, io), i commenti a trenta canzoni selezionate dei Cure storici, una panoramica delle copertine di riviste dedicate qui in Italia al gruppo, i luoghi e le scalette di tutti i concerti finora tenuti qui nella Penisola e qualche altra cosetta.
In edicola da oggi, al prezzo di dieci euro.

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James Iha

Con l’ex chitarrista degli Smashing Pumpkins (nel 2012 ha pubblicato anche un secondo album a suo nome, Look To The Sky, che però non ho mai recensito), chiudo la “serie” inaugurata avant’ieri con Dave Navarro e continuata ieri con Tom Morello. Almeno per ora, poi chissà.

Iha copLet It Come Down (Virgin)
Al di là degli indubbi vantaggi che la cosa comporta, per un musicista dotato di idee e carattere non dev’essere sempre facile far parte di un gruppo soggetto a un regime di “dittatura illuminata”, specie se il leader vanta enormi talento e carisma. Presumibilmente soffocato dal temperamento e dalla logorrea compositiva di Billy Corgan, il bravo James Iha ha così voluto ritagliarsi un suo spazio artistico, non conflittuale né concorrenziale con quello parallelamente esplorato dagli Smashing Pumpkins: uno spazio dove poter esternare in assoluta libertà – con mire in un certo senso catartiche – il proprio naturale desiderio di scrivere canzoni, rivestirle degli arrangiamenti più graditi e intonarle con il cuore più che con la voce. Continua a leggere

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Tre anni di fanpage.it

A fine giugno si è concluso il mio terzo anno di collaborazione regolare – una rubrica alla settimana legata al tema “rock italiano” – su fanpage.it. Per chi magari avesse perso qualche articolo, ecco l’elenco (con relativi link) di quanto uscito dal luglio 2015 al giugno 2016. Per gli articoli pubblicati dal luglio 2013 al giugno 2014 cliccare qui; per quelli dal luglio 2014 al giugno 2015, qui.

Max Gazzè: non più in tre ma da sé
Luigi Grechi, la storia del primo De Gregori
Warner contro Gang: Guerra e pace
Quando Guccini fu avvelenato
Fabrizio De André: cinque pezzi da collezione
Dieci canzoni che devi ascoltare se hai vent’anni oggi
Rino Gaetano: i “preziosi” vinili
Domenico Modugno: i sessant’anni di “Vecchio frac” e l’evento di Polignano
Diaframma e Litfiba: a trent’anni da Amsterdam
Vinicio Capossela: i quindici anni di “Canzoni a manovella”
I Bluvertigo e l’incognita dello ‘scongelamento’
Massimo Ranieri: cantore di Napoli fedele alle radici
Fedele a chi, fedele a cosa? Considerazioni sparse su Giovanni Lindo Ferretti
Un occhio di riguardo per il chitarrista: ricordando Ivan Graziani
Il Teatro degli Orrori: fenomenologia di una band criticata e fraintesa
Quando i Goblin scrissero la Storia con la colonna sonora di “Profondo rosso”
Essere o non essere? La “non reunion” cult degli Scisma
Edoardo Bennato: gli anni ribelli di un’icona generazionale
Luca Carboni, presente e passato della mosca bianca del pop italiano
L’eredità di Fabrizio De André: un patrimonio collettivo da proteggere
Nomadi, cinquant’anni dal primo singolo: l’inizio in sordina di un gruppo che resiste
Baustelle: dal vivo a Roma, per riproporre la loro sfida pop
Francesco Guccini: il nonsense della sua raccolta più completa
Pino Daniele: il passato che ritorna (a caro prezzo)
Francesco Baccini, altro che Dolcenera: una vita in bilico fra canzone d’autore e pop
L’incomprensibile successo da stadio dei Modà
Mauro Ermanno Giovanardi: il disco italiano del 2015, Pop con la P maiuscola
Giorgio Tirabassi: da attore a cantore – di qualità – della sua Roma
Il Fabrizio De André ancora “negato” a diciassette anni dalla morte
Nada: la conquista dell’autenticità da “Ma che freddo fa” a “L’amore devi seguirlo”
Caterina Caselli: la sua “Nessuno mi può giudicare compie cinquant’anni
Aurora: il difficile, straniante terzo album de I Cani
Marlene Kuntz: l’orgia rock della “Lunga attesa”
Elisa torna all’inglese con “On”: la sua casa è il mondo
VoxPop2016: il ritorno di un’esperienza cruciale per il rock italiano dei ’90
Daniele Silvestri senza rete: Acrobati è il suo capolavoro?
Streaking: Quando Loredana Bertè si mise a nudo
Le perle (per porci) di Giorgio Canali
Gli Spartiti di Max Collini e Jukka Reverberi: un’Austerità che conquista
La Resistenza è una cosa seria: l’ironia inopportuna del nuovo singolo di Zucchero
Tiromancino: La descrizione di un attimo prima della fama
Cristiano De André: una carriera fra il peso dell’eredità e l’emancipazione
Motta: la più bella sorpresa del 2016
Niccolò Fabi: la perfezione pop di “Una somma di piccole cose”
“Canzoni della Cupa”: il viaggio nelle radici di Vinicio Capossela
Sotto il segno del “core”: il grande ritorno degli Almamegretta con “Ennenne”
Manuel Agnelli a X Factor? Vi spiego perché ha fatto bene
Il Sud di ieri (e di oggi) nelle canzoni di Peppe Voltarelli e Otello Profazio
I Dinosauri raccolgono l’eredità dei primi Modena City Ramblers
I quarant’anni di “Via Paolo Fabbri 43”, il capolavoro di Francesco Guccini
Discoverland: l’arte della cover di Pier Cortese e Roberto Angelini
Enrico Ruggeri: da trentacinque anni sull’ottovolante
Yo Yo Mundi: da trent’anni contro, alla loro maniera

E poi, le videointerviste:
Caparezza
Teho Teardo e Blixa Bargeld
Afterhours

 

 

 

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Tutti (?) i miei sbagli

Avviso: questo è un post autoreferenziale del tutto privo di motivi di interesse per chiunque non segua il mio lavoro o se ne infischi (anche giustamente, eh) delle dietrologie del giornalismo musicale. Il titolo non si riferisce al famoso brano dei Subsonica ma a qualcosa di personale, anche se il “tutti” non può essere interpretato letteralmente. Insomma, l’idea è dichiarare un tot delle boiate che mi è capitato di scrivere dal 1979 ai giorni nostri; “boiate” come a dire “vaccate”, “errori”, appunto “sbagli”. Dunque, non giudizi che il tempo ha modificato o strafalcioni grammaticali e sintattici (me ne sarà pure scappato qualcuno, ma elencarli sarebbe assai sterile): proprio autentiche fesserie derivate da fonti non corrette, distrazione, convinzioni sballate, momenti di confusione, lapsus, eccetera. Cose che di norma si tende a seppellire sperando non vengano mai alla luce e che, invece, ho tirato fuori per riderci su assieme; non sono felice di averle scritte, ci mancherebbe, ma le accolgo come inevitabile effetto collaterale del mio lavoro e non ho remore a metterle in piazza, sia perché rispetto alla quantità di quello che ho pubblicato sono davvero pochine, sia perché – contrariamente a quanto afferma gente che cerca di screditarmi o che non mi conosce bene – credo di possedere un buon senso dell’ironia e dell’autoironia. Ah, quasi dimenticavo: quando possibile, ho spiegato cosa abbia causato lo svarione; non per giustificarmi, ma solo per illustrare retroscena della mia professione che nessuno fuori dal giro potrebbe forse immaginare. Sono solo sette, come i Peccati Capitali, ma certamente in futuro ne salterà fuori qualcun altro.
Tutti i miei sbagliQuello che mi fece incazzare di più
Pearl Jam. Nella scheda di No Code, inserita nell’articolo sui “100 album fondamentali” degli anni ’90 pubblicato sul n.1 (Inverno 2001) del Mucchio Extra, si può leggere “senza ovviamente trascurare le ballate passionali e avvolgenti (Corduroy, Better Man, Immortality)”; e tutti sanno che i tre brani sono contenuti nell’album precedente della band di Seattle, Vitalogy. È successo che in origine avevo scritto di Vitalogy ma poi, riflettendoci ancora su, ho pensato che No Code sarebbe stato più adatto; la scheda si prestava ad essere “riadattata” e così ho fatto, dimenticandomi però di sostituire con “Red Mosquito, Around The Bend, Present Tense e la più energica Mankind” i titoli in parentesi. Nel libro dei “500 dischi”, approntato non molto tempo dopo, l’errore è stato corretto, ma quando nel 2012 – con la faccenda ormai rimossa dalla memoria – mi sono dedicato a quello dei “1000 dischi”, ho tragicamente ripreso il file vecchio; e così, nella prima tiratura dei “1000 dischi” (solo in quella, per fortuna), lo scempio è stato rinnovato.

Quello più bislacco
Vinicio Capossela. Quando lo intervistai per il dossier apparso sul Mucchio Extra n.10 (Estate 2003), poi ripreso nel libro Voci d’autore, il cantautore mi raccontò che le radici della sua famiglia erano “nella valle dell’Ofanto”. All’epoca, che il padre fosse di Calitri e la mamma di Andretta non era scritto davvero da nessuna parte e così, dato che il fiume Ofanto sfocia nell’Adriatico e attraversa per un bel tratto la Puglia, non sapendo dell’esistenza di una zona dell’Irpinia chiamata proprio “Valle dell’Ofanto”, interpretai quel “valle” come “parte terminale”. Righe più sotto, volendo giocare sui luoghi di origine, di nascita e di crescita di Vinicio, lo definii “pugliese di Germania che il Fato ha trapiantato in Emilia”. Adesso, ogni volta che mi capita di pensare alla Puglia che tanto amo, nella mente si materializza la storia del “pugliese di Germania”.

Quello che tutto sommato mi fa sorridere
Red Temple Spirits. Numero 17 di “Velvet” del febbraio 1990, recensione del secondo LP dei magnifici Red Temple Spirits, If Tomorrow I Were Living For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More. Sì, c’è proprio scritto “il magnetismo del canto della sacerdotessa Dallas Taylor”. Peccato che nella band californiana ci fossero solo uomini e che Dallas Taylor ne fosse il chitarrista (alla voce c’era William Faircloth); vero che nelle fotocomposizioni succedeva di tutto e di più, dato che i testi dattiloscritti si consegnavano all’apposito service – i computer privati ancora non erano molto diffusi – dov’erano ribattuti da persone che badavano alla velocità e non alla precisione, per poi essere corretti in bozza, ma sarei tuttora curiosissimo di sapere come andò.

Quello che… vai a capire
Hüsker Dü. Nel 1994 la Warner Bros pubblicò un live postumo del trio di Minneapolis, The Living End, di cui mi occupai su “Rumore” (era il n.47). Nella recensione si legge: “con le cover di You Keep Me Hanging On di Holland/Dozier/Holland e Sheena Is A Punk Rocker dei Ramones”. OK per i Ramones, ma l’altra manca; nella scaletta c’è invece Keep Hanging On, un famoso pezzo (a firma Grant Hart) degli stessi Hüsker Dü, ma tenderei a escludere di aver scambiato Keep Hanging On per You Keep Me Hanging On. Ricordo comunque di aver ricevuto, al tempo, una lettera di un “hater” (sì, esistevano anche prima della posta elettronica) che mi dava dell’ignorante, dell’incompente e del cretino, e che una spiegazione più o meno logica avevo pure saputo dargliela, ma oltre vent’anni dopo ricordare è arduo.

Quello più assurdo
The Clash. Nel n.93 di “Rockerilla”, maggio 1988, scrissi una monografia dei Clash, gruppo che – comprensibilmente: il punk storico è la mia prima “specializzazione” – conosco più che bene. Ciò non mi impedì di collocare l’allontanamento di Mick Jones (settembre 1983) prima di quello di Topper Headon (maggio 1982); come sia potuto incorrere in una topica così grossolana, specie trattandosi di una band della cui storia si sapeva praticamente tutto, rimarrà per sempre ignoto.

Quello quasi invisibile
Dave Provost. Nel n.77 del Mucchio, giugno 1984, scrivendo dei Dream Syndicate, spesi due parole sulla loro line-up più recente, quella con “Dave Provost (ex Distorted Levels) al posto della dimissionaria Kendra Smith”. I Distorted Levels non avevano però alcuna relazione con Provost (proveniente dai Droogs), ma erano il gruppo in cui aveva militato Greg Prevost, poi Chesterfield Kings e, tra l’altro, cantante e non bassista. Colpa dell’assonanza dei cognomi? Probabile. Ma perché abbia citato i Distorted Leves, che non conosceva nessuno e avevano all’attivo un unico, oscurissimo 45 giri, invece dei ben più noti Chesterfield Kings, rimane un beato mistero.

Quello che mi perdono
My Bloody Valentine. Nel 1985 recensii in breve sul Mucchio il mini d’esordio This Is Your Bloody Valentine, attribuendo a Kevin Shields e soci nazionalità tedesca. Avevo acquistato il disco appena uscito in un negozio, della band non avevo letto nulla da nessuna parte né si trovavano informazioni, l’etichetta era di Berlino, i brani erano stati incisi lì e dei musicisti erano riportati, almeno accanto ai relativi strumenti, solo i nomi di battesimo. Il dubbio che potessero essere originari di un’altra nazione non mi sfiorò neppure, credo.

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Due anni di fanpage.it

Martedì scorso si è chiuso il mio secondo anno di collaborazione regolare – una rubrica alla settimana legata al tema “rock italiano” – su fanpage.it. Per chi magari se ne fosse perso qualcuno, ecco l’elenco (con relativi link) degli argomenti affrontati dal luglio 2014 al giugno 2015. Chi fosse interessato agli articoli pubblicati dal luglio 2013 al giugno 2014 può invece cliccare qui.

Marta sui tubi: guardarsi alle spalle
Garrincha Dischi: hip-nostalgia
La Tempesta piomba sull’Emilia
Mannarino: festa popolare
Steeplejack: pittori di suoni
Playlist per un’estate alternativa
Ricordando Domenico Modugno
I primi giorni dell’IRA
Quando il rock italiano omaggiò Ivano Fossati
Auguri Carmen Consoli!
Franco Battiato: il passato che ritorna
Banco del Mutuo Soccorso: orizzonti ritrovati
Gianluca Grignani: il gran rifiuto
Cristina Donà: il grande pop
Subsonica: il futuro dietro le spalle?
…A Toys Orchestra: guardare oltre
Edda: sempre nudo, sempre libero
Vasco Rossi: prima di andare al massimo
Fast Animals And Slow Kids: nati per correre
John De Leo: cantare la voce
CCCP Fedeli alla linea: rabbia e radici
Elio e le Storie Tese: il cazzeggio allo stato dell’arte
Lucio Battisti: buon compleanno, “Anima latina”!
Nero (non) per caso: il soul di Luca Sapio
Sanremo 2015: la bottega degli orrori
Il folgorante 2014 di Riccardo Sinigallia
Tempo di classifiche: la musica italiana del 2014, dalla A alla Z
Punkreas: Vivi in fretta, rimani giovane
De André e PFM: certe notti di trentasei anni fa
Paletti: Ci risono
Verdena: Amore e psiche(delia)
Colapesce: uguale e diverso
Rachele Bastreghi: oltre i Baustelle
Umberto Maria Giardini: rock d’autore a testa alta
Il Volo: il successo di un prodotto di consumo
Tommaso Di Giulio: Pop-Art
Cesare Basile: in direzione ostinata e contraria
Vent’anni prima di “9”: gli esordi dei Negrita
Bobo Rondelli: il pop d’autore che lascia il segno
Ardecore: la magia della vecchia Roma
Jennifer Gentle: prima di firmare per la Sub Pop
Post-CSI: Resistenza e Liberazione
Meg e Paola Turci: divergenze parallele
Luca Madonia: Maestro pop
Se Giorgio Gaber fosse stato dio
Il bluff del rock italiano all’estero
Africa Unite: punto e a capo
Rock italiano: dischi gratis come soluzione?
Il rock italiano e la difficile arte di arrangiarsi
Ufficio stampa musicale: istruzioni per l’uso
Questione di etichetta (discografica)
Epica Etica Pathos: l’arte controversa degli Ianva

E, poi, una videointervista.

Carmen Consoli

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Di nuovo in radio

ViniliOgni tanto succedono belle cose che non ti aspetti. Tipo che mentre te ne stai tranquillo a casa a scrivere ricevi una telefonata da una persona che non sentivi da un tot ma con la quale anni prima avevi lavorato, e che ti chiede se potresti aver voglia di tornare a condurre uno spazio radiofonico alla RAI, e che ti convoca a Saxa Rubra per parlarne con un direttore che conosci solo di nome. Tu ovviamente vai, e ti senti domandare se ti va di inventarti uno spazio settimanale di circa un’ora dedicato al vinile; e tu esponi le tue idee, e ti dicono che va bene, che potrai scegliere la musica che vorrai purché sia di qualità e possibilmente non faccia schiantare la gente alla guida, e che pochi giorni dopo potrai andare a firmare l’ennesimo contratto – il primo fu nel 1983 – a Via Asiago. E sei contento di aver verificato ancora una volta che non è vero che il mondo è solo dei leccaculo e di quelli che hanno conoscenze in alto, e che seminando bene si può raccogliere anche se come uniche “raccomandazioni” hai la tua professionalità e il nome che ti sei fatto in decenni di lavoro serio.
Insomma, domani sera (e nei prossimi giovedì), poco dopo le 21 e fino alle 22, chi vorrà potrà ascoltarmi su Rai Isoradio in “Giovedì? Vinile!: Storie, leggende e meraviglie del caro, vecchio disco nero”. Grazie a chi mi ha cercato e voluto di nuovo davanti al microfono, farò il massimo per non deluderli.

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I dieci post meno letti

Post meno letti 2L’ho fatto già una volta, questo “giochino”, ma oltre un anno fa e allora non vedo perché non dovrei non rifarlo. Il mio blog, come credo tutti i blog, ha una pagina delle statistiche dalle quali è possibile desumere una bella serie di informazioni più o meno utili. Ad esempio, che il commentatore più attivo è Gian Luigi Bona, che precede di ben quindici unità… Anonimo (ah ah ah); che qui si approda anche digitando su google cose come “elio e le storie tese sono snob” o “musica con frasi tribali”; che la prima settimana di febbraio di quest’anno e il mese di giugno del 2014, in quanto a visite, sono stati una vera merda, e vai a capire perché; che il post finora più frequentato in assoluto ha collezionato 17.736 visualizzazioni. E poi, inevitabile, ci sono i post meno letti, sui quali voglio appunto richiamare adesso la vostra attenzione, pur sapendo che di sicuro fra poche ore in fondo alla classifica ce ne saranno altri non meno meritevoli. Il titolo dice dieci, ma in realtà i post sono tredici a causa degli ex aequo.
Il meno letto in assoluto, solitario, è questo qui, e considerato quanti frequentino L’ultima Thule per il punk è abbastanza uno scandalo.
Posh Boy Records
Lo precedono, a pari merito, questi sei, e pure qui c’è di che gridare vendetta.
La Crus
Il Triangolo
Helmet
Se mi scrivi (Perturbazione)
Amen
Banda Bassotti
Infine, un gradino più in alto, questo secondo blocco di sei.
Yo La Tengo
Savages
Books From Boxes (Maxïmo Park)
My Way (Sid Vicious)
Solomon Burke
Jello Biafra
Insomma, fate un po’ voi. Io ve l’ho detto, e non insisterò.

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The Men

A un anno e spiccioli dalla sua uscita su carta, recupero con grande piacere la recensione di un disco secondo me notevole, imperdibile soprattutto per quanti hanno vissuto la magnifica stagione del miglior rock degli Ottanta. Fra l’altro, è uno dei quindici titoli che ho inserito nella mia Playlist del 2014; in tempo reale, fra Blow Up e AudioReview, ho scritto di dieci di essi, e questo era l’unico la cui recensione non fosse disponibile qui sul blog.

The Men copTomorrow’s Hits
(Sacred Bones)
Non che ci fossero ancora dubbi, ma i Men che a cavallo degli ultimi due decenni distribuivano calci nei coglioni con il loro punk-noise di rara abrasività e ferocia – quelli dei primi due album, Immaculada e Leave Home – non esistono più. Un male? No davvero, visto che prima Open Your Heart (2012) e poi New Moon (2013) hanno fissato le coordinate di un percorso se vogliamo più interessante, dove il quintetto di Brooklyn ha attenuato la propria grinta senza soffocarla del tutto ma mettendola al servizio di un sound aperto a influenze diverse: il country (non a caso nell’organico c’è uno specialista della lap steel guitar), certo psycho-pop, il surf, un classic rock più o meno punkizzato. Continua a leggere

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Dove va il rock italiano?

Rendendomene conto rimango basito, ma dalla pubblicazione di questo articolo sono trascorsi sei anni e mezzo; un‘eternità, più o meno, che lo rende una testimonianza storica e quindi meritevole di recupero in questa sede. Qualche spiegazione, però, bisogna darla, e allora eccola. Al tempo, il direttore del Mucchio era stato folgorato sulla via di Damasco, diciamo così, dal rock indipendente italiano; folgorazione dovuta, va da sé, a sollecitazioni esterne, per via della quale la nostra scena underground era diventata all‘improvviso meritevole di grande attenzione e quindi di propaganda a tappeto. In questo, è logico, non potevo trovare qualcosa di sbagliato, visto che il mio sbattimento a favore della causa era iniziato nel 1980; e poi, tranne che nel primissimo periodo in cui la faccenda era guardata con sospetto, per occuparmi della cosiddetta scena avevo sempre avuto carta bianca, come dimostrano le centinaia di articoli e le decine di copertine realizzate soprattutto nel periodo – 1996-2004 – in cui la rivista aveva periodicità settimanale. Mentre l‘impeto pasionario (indotto) mi faceva solo sorridere, a lasciarmi perplesso erano le nuove modalità con le quali il giornale avrebbe dovuto occuparsi del fenomeno; così, onde evitare disastri tipo reclutamento di collaboratori improbabili, mi prestai ad assecondare gli entusiasmi e a confezionare una sorta di riepilogo di quanto stava accadendo. Ovviamente lo feci alla mia maniera, ovvero unendo in modo trasversale una serie di elementi. Chiaro, in tal senso, il sommario/occhiello del pezzo: “Considerazioni moderatamente sconclusionate sulla musica di casa nostra: un viaggio ondivago tra passato e presente, con l’obiettivo di fornire utili spunti di riflessione e, magari, cogliere qualche concreta ipotesi di futuro”.
Riletto oggi l‘articolo non mi sembra malaccio. Alcune ipotesi non si sono tradotte in realtà, ma nel complesso – a parte i nomi citati – potrebbe essere stato scritto ieri. Compresa, purtroppo, la conclusione dal sapore apocalittico.
1“Nuovo rock italiano” è una definizione molto popolare che, nell’ambiente giornalistico e non solo, è utilizzata ormai da – magia dell’ossimoro! – una trentina di anni. Senza troppa fantasia, fu coniata a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80 per quei gruppi e solisti che, ispirati dal punk e dalla new wave d’Oltremanica e Oltreoceano, predicavano più o meno nel deserto la necessità di un distacco dalle tradizioni affermatesi nella prima parte dei Seventies: in sintesi, canzone d’autore spesso di matrice politica per quanto riguarda i singoli e, nell’ambito delle band, assortite deviazioni – ora edulcorate e ora pseudo-avanguardiste – del Credo progressive. Anni duri, quelli, dove all’indifferenza e diffidenza del grande pubblico si contrapponevano l’entusiasmo e la passione di una ristretta cerchia di sostenitori del moderno: “geniali dilettanti in selvaggia parata”, per dirla con le parole (pur decontestualizzate) di Giovanni Lindo Ferretti, alieni e naïf, che rispondevano ai curiosi nomi di Skiantos e Confusional Quartet, Gaznevada e Art Fleury, Kaos Rock e Faust’O, da lì a poco pure Diaframma e Litfiba. C’era chi cantava in inglese e chi invece lo faceva in italiano (e il dibattito sulla “giusta” strada da seguire era molto acceso, fra quelli che suonavano così come tra coloro che si limitavano ad ascoltare), chi ci credeva davvero e chi magari no (ma tanto non aveva di meglio da fare, e allora perché non provarci?). Ed era comunque una questione totalmente “sotterranea”, fatta di piccoli locali, di piccole tirature (quando ci si arrivava, a pubblicare un vinile), di piccola notorietà circoscritta agli adepti che leggevano “Rockerilla” e “Il Mucchio Selvaggio”, di piccoli(ssimi) miti; e una bella recensione sulle due riviste bastava a creare un “caso” (piccolo, naturalmente) e a garantire concerti, passaggi su qualche radio “libera”, diffusione del disco nei negozi specializzati. Un altro mondo, dove logicamente non si andava tutti d’amore e d’accordo ma nel quale sembrava di riscontrare una sostanziale comunanza di intenti. Continua a leggere

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Quando uccisi Gianluca Picardi

Avviso a chi stesse cominciando la lettura: questo è un post altamente autoreferenziale e se vogliamo sciocco, per cui… se siete interessati solo a cose serie, passate oltre. Si tratta comunque di qualcosa di legato al mio vissuto professionale, che una volta riscoperto per puro caso mi ha fatto sorridere. Spiegazione doverosa. Per un periodo nemmeno tanto breve, dall‘aprile del 1996 al dicembre del 1998, ho utilizzato per la prima e unica volta uno pseudonimo. I miei articoli sul Mucchio erano infatti pubblicati, con sporadiche eccezioni, a firma Gianluca Picardi. Il perché è raccontato qui sotto, ovvero nella puntata della rubrica “Fuori dal Mucchio” – lo spazio dedicato all‘epoca agli artisti underground italiani, da me ideato e curato – in cui decisi di gettare la maschera e tornare a essere solo me stesso.
Picardi fotoCon quest’ultima doppia pagina dell’anno, mi ritiro: di mia spontanea volontà, e senza che nessuno abbia fatto qualcosa per provocare l’irrevocabile decisione, torno nello stesso nulla dal quale ero emerso nell’ormai lontano aprile del 1996. Perché? Potrei rispondervi che l’Enterprise e il suo equipaggio mi stanno aspettando per nuove missioni spaziali, ma probabilmente non mi credereste. Potrei confessare che mi sono stancato di dar retta alle fisime di tutti gli “emergenti autoprodotti esordienti sotterranei” d’Italia, ma non sarebbe vero. Potrei raccontarvi che mi è stato offerto un posto di lavoro meglio retribuito, ma mi riterreste un mercenario. Vi dico, invece, la verità: lascio rubrica e inserto perché non esisto. Cioé, non esisto come Gianluca Picardi: avevo assunto questa identità fittizia, ispirata dalla mia passione per Star Trek, un po’ per gioco ed un po’ per evitare “conflitti di firme” con Rumore, la rivista alla quale – con il mio vero nome, Federico Guglielmi – collaboro fin dal numero uno. Con il tempo, però, la faccenda mi è sfuggita di mano: pur essendo richiestissimo, Picardi non poteva infatti apparire in pubblico, né tantomeno (sarebbe stata una presa in giro, non trovate?) parlare al telefono con chicchessia; gli addetti ai lavori – responsabili di etichette, manager, artisti – prima o poi venivano informati o mangiavano la foglia (così come un certo numero di lettori), ma il dualismo quasi schizofrenico permaneva. Anzi, aumentava di giorno in giorno, dando luogo a situazioni anche buffe e/o imbarazzanti: vi immaginate il povero, incorporeo Picardi invitato a far parte di giurie di rassegne locali e nazionali, a intervenire a trasmissioni radiofoniche e televisive o a rispondere a domande sullo strano rapporto che lo legava al suo supervisore e coordinatore occulto Guglielmi (appunto), che rappresentava pubblicamente “Fuori dal Mucchio” pur non essendone una firma?
Insomma, non si poteva più andare avanti. E l’aver fissato il “passaggio di consegne” in questo numero del Mucchio è dovuto, oltre che a ragioni di calendario (“anno nuovo vita nuova”, mi pare si dica), al fatto che le festività natalizie sono il momento più adatto per ringraziare alcune persone, ricordarne (nel bene e nel male) altre e formulare piccoli auguri. Picardi mi ha chiesto questo favore ed io ho dovuto concederglielo: tutti i condannati a morte hanno diritto ad un ultimo desiderio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.333 del 22 dicembre 1998

Il recupero finisce qui, senza la conclusione originaria che, quasi sedici anni dopo, avrebbe poco senso. Accenno solo che ringraziavo il “mio” staff e un ex direttore per l‘apertura nei confronti del rock italiano, che bacchettavo Rossano Lo Mele – ai tempi collaboratore e oggi direttore di Rumore – per le impietose stroncature agli emergenti (non lo trovavo corretto, vista la sua militanza nei Perturbazione), lodavo John Vignola (che allora scriveva per Rockerilla; al Mucchio sarebbe approdato più avanti, quando spinsi l‘ex direttore di cui sopra a chiamarlo per portarlo da noi), stigmatizzavo che a Modena e Faenza si svolgessero, a pochi giorni di distanza, due rassegne dedicate agli indipendenti italiani (è successo persino questo) e facevo gli auguri – vista a posteriori, con risultati un po‘ scadenti – a due band che amavo molto, cioè Santa Sangre ed Elettrojoyce. Tutto qui, nulla di scandaloso né scandalistico. Se siete arrivati fin qui, scusatemi per avervi sottratto tempo prezioso con queste vecchie sciocchezze.

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Yesterday

Targa Blog
Ieri pomeriggio, nella Sala Consiliare del Comune di Faenza, ho ritirato dalle mani di Luca D‘Ambrosio – il titolare di Musicletter.it, che nel 2013 ha istituito il Premio con il sostegno del MEI – la targa che simboleggia la vittoria di questo mio spazio virtuale nell‘edizione 2014 del concorso “Indie Blog Award”, categoria “miglior blog personale” (come “miglior sito web” si è invece imposto “Distorsioni”: a loro, complimenti e auguri per il futuro). Continua a leggere

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And the winner is…

Chi di voi non frequenta la mia pagina facebook potrebbe essersi perso la notizia di ieri, e quindi riporto il comunicato ufficiale. Grazie a tutti.

Federico-Guglielmi

Dopo le nomination rese pubbliche lo scorso mese di giugno la giuria dellaTarga Mei Musicletter, con il contributo della Rete, ha decretato i due migliori siti web del 2014, italiani e indipendenti, che si occupano di informazione musicale e culturale.

Miglior sito web del 2014
– Distorsioni

Miglior blog personale del 2014
– L’ultima Thule di Federico Guglielmi

I vincitori di questa seconda edizione saranno premiati domenica 28 settembre 2014, a partire dalle ore 14:00, presso la Sala Consiliare del Comune di Faenza nell’ambito del Mei 2.0.

La giuria, composta Carlo Massarini (giornalista, conduttore televisivo e radiofonico), Gianni Maroccolo (musicista e produttore), Alessio Bertallot(conduttore radiofonico, cantante e dj), Stefano Caselli (Il Fatto Quotidiano),Annachiara Pipino (Dna Concerti), Diletta Parlangeli (Wired, Fanpage.it),Andrea Pipino (Internazionale), Ilenia Lando (redattrice web), Gaetano Ambrosiano (guitar maker, sound engineering), Luca Minutolo (giornalista musicale) e Marco Archilletti (Nordovest dischi), è stata presieduta da Luca D’Ambrosio (Musicletter.it) e coordinata da Giordano Sangiorgi (Mei).

Vi ricordiamo che per questa seconda edizione sono stati esclusi, per convenzione e prassi interna, OndaRock e Venerato Maestro Oppure di Eddy Cilìa, vincitori nel 2013 rispettivamente per le categorie “Miglior Sito” e “Miglior Blog personale”. Entrambi i siti torneranno a concorrere nel 2015. Di seguito, invece, sono consultabili le classifiche definitive del 2014.

Classifica definitiva “Miglior sito web 2014”
1. Distorsioni
2. Mescalina
3. Sentireascoltare
4. Dance Like Shaquille O’Neal (ex aequo)
4. Kalporz (ex aequo)
6. Lost Highways (ex aequo)
6. Indie for bunnies (ex aequo)
6. Indie-Rock (ex aequo)
9. Son of Marketing (ex aequo)
9. Storia della musica (ex aequo)

Classifica definitiva “Miglior blog personale 2014”
1. L’ultima Thule di Federico Guglielmi
2. Il pozzo di Cabal di Luca Castelli
3. Blue Bottazzi beat di Blue Bottazzi (ex aequo)
3. Fard Rock di Luciano “Joyello” Triolo (ex aequo)
3. La Resistenza Musicale di Barbara Dardanelli (ex aequo)
3. Stereogram GQ Italia di Emiliano Colasanti (ex aequo)
7. Music Won’t Save You di Raffaello Russo
8. The Red River Shore di Paolo Vites
9. Yes I am Drowing di Giorgio Moltisanti
10. Zambo’s Place di Mauro Zambellini

 

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Un anno di fanpage.it

Come sapete, da un po‘ il martedì non posto nulla. Ho pensato che un articolo nuovo al giorno per sei giorni alla settimana fosse sufficiente, e ho quindi ritenuto che il giorno in cui viene pubblicata su fanpage.it la mia rubrica – “La Torre di Babele”, dedicata al rock italiano più o meno underground/alternativo – “L‘ultima Thule” potesse riposare. La ragione di questo post extra è ben spiegata nel titolo: con la rubrica appena uscita, “La Torre di Babele” ha concluso il suo primo anno di vita. Eccovi quindi il riepilogo, con tutti i relativi link diretti, delle cinquantadue rubriche uscite su fanpage.it dal luglio 2013 a oggi. Continua a leggere

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New Rose (Damned)

Pubblicato dalla Stiff il 22 ottobre del 1976, New Rose è stato il primo 45 giri nella storia del punk britannico, o almeno il primo 45 giri del punk convenzionalmente inteso. Scritto dal chitarrista Brian James e poi incluso nell’album Damned Damned Damned (1977), il brano fu promosso con un videoclip nient’affatto sofisticato ma di enorme efficacia, a base di riprese senza fronzoli e montaggio ricco di stacchi. A renderlo unico è la formidabile presenza scenica della band, immortalata in tutta la sua sguaiata, pirotecnica esuberanza.

Non ho mai disprezzato il concetto di videoclip e, al contrario, ritengo che talvolta questo strumento promozionale arricchisca il brano che accompagna, creando interessanti ibridi. A mio avviso, gli aspetti musicali e visuali andrebbero sempre valutati assieme, come se non si stesse godendo una canzone o un mini-film bensì una terza forma di espressione/comunicazione artistica. Mi fa piacere presentarne qualcuno in cui i due elementi si incontrano in modo particolarmente felice.

1. Anchor (Tu Fawning)
2. Strange Little Girl (Stranglers)
3. The Memory Remains (Metallica)
4. Hurt (Johnny Cash)
5. American Jesus (Bad Religion)
6. Arnold Layne (Pink Floyd)
7. Cupe vampe (C.S.I.)
8. Losing My Religion (R.E.M.)
9. Smells Like Nirvana (Weird Al Yankovich)
10. Boys Don’t Cry (The Cure)
11. I Wanna Go To Marz (John Grant)
12. Jocko Homo (Devo)
13. Gennaio (Diaframma)
14. Black Hole Sun (Soundgarden)

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John Mellencamp

Credo proprio che questo sia l’unico pezzo che abbia mai scritto su John Mellencamp, non per scarso apprezzamento dell’artista (anzi!) ma perché nei vari giornali per i quali ho lavorato la sua area musicale era sempre coperta preferibilmente da qualcun altro. Mi tolsi lo sfizio su Extra con due album “gemelli” pubblicati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, dei quali conservo un ottimo ricordo. A differenza di un concerto romano del 2011, dove l’ex Cougar brillò soprattutto per indisponenza.

Mellencamp cop

Life, Death, Love And Freedom – Life, Death, Live And Freedom (Hear Music)

La storia di John Mellencamp possiede molte caratteristiche del romanzo epico e, d’accordo, prima o poi la racconteremo nel dettaglio, con tutti i suoi colpi di scena: glielo dobbiamo, a questo piccolo, grande uomo originario dell’Indiana – cinquantottenne proprio nei giorni in cui questa rivista arriverà in edicola – che da più di tre decenni realizza dischi legati alle più classiche tradizioni del rock a stelle e strisce. Fino a oggi, compresi quelli firmati con lo pseudonimo John Cougar – impostogli in gioventù dal suo management, e a lungo sofferto come una maledizione – sono una ventina: quattro, editi fra il 1982 e il 1987, gratificati da vendite plurimilionarie, svariati altri fino al 1996 di comunque ampio successo e tutti gli ultimi assestati su cifre rilevanti ma non da mattatori, a dimostrazione di un (lieve) calo di popolarità di sicuro non dovuto a una crisi ispirativa ma solo – si suppone – ai mutati scenari di mercato. Prende però male, oltre un anno dopo la sua uscita, a ridurre Life, Death, Love And Freedom a questioni di numeri (anche se ve ne sono di ottimi: il settimo posto nella classifica USA, ad esempio, o il quinto nei migliori album del 2008 secondo “Rolling Stone”), perché nei suoi quattordici brani è impossibile imbattersi in aridità matematiche e meno che mai in calcoli opportunistici: solo cuore e anima assoggettati alla necessità di raccontare storie per lo più malinconiche e toccanti, figlie di un’America che sembra di altri tempi e invece, per molti versi, rimane sempre la stessa. “Il nostro paese ha dato vita a un bel po’ di canzoni maledettamente tristi”, ha dichiarato il musicista al solito “Rolling Stone”, “e volevo scoprire se anch’io avevo, dentro di me, la capacità di crearne di simili. Vedo oscurità dappertutto e sento il bisogno di scriverne. Non mi importa se venderò solo sei copie. Tutto ciò che posso fare è continuare a comporre e cantare“.
Sono piaciuti, questi nuovi pezzi all’insegna di un folk-rock oscillante fra blues, country e assortite radici, magnificamente prodotti – con un nuovo metodo, studiato per dare ai file una perfetta definizione audio – da quello straordinario maestro di tecnica, sensibilità artistica e buon gusto che risponde al nome di T-Bone Burnett. Alcuni più cupi e in una certa misura graffianti (If I Die Sudden, John Cockers, County Fair), altri rarefatti, avvolgenti ed evocativi (Longest Days, Young Without Lovers, Don’t Need This Body, la splendida Without A Shot, Mean, For The Children, A Brand New Song) e altri ancora classificabili alla voce folk-pop d’autore (My Sweet Love, il singolo Troubled Love, A Ride Back Home, la più sanguigna Jena), ma tutti dotati di un’intensità e uno spessore – di sentimento, di contenuti poetici, di brillantezza strumentale che appartengono non proprio a pochi ma di sicuro non a tantissimi. Sotto il profilo stilistico, nulla che non si sia già sentito in migliaia di altri titoli del medesimo filone (aureo), ma l’inequivocabile autenticità del songwriting e il pathos delle interpretazioni illuminano la scaletta di una luce particolare. E particolare è pure Life, Death, Live And Freedom, apparso abbastanza a sorpresa nel giugno di quest’anno, che ne presenta otto estratti – ora più accesi di vigore r’n’r e ora più nudi – proposti sul palco sia prima che dopo la pubblicazione del suo quasi omonimo album di studio: un’eccellente “appendice” a un’opera di notevole pregio, nella quale parecchi vedono non a torto – ovviamente, con i distinguo del caso – il The Ghost Of Tom Joad di John Mellencamp. L’inconfessabile speranza di ogni cultore del genere è che Springsteen l’abbia ascoltato per bene e mediti di affidare la sua console a T-Bone Burnett, assestando un calcio nelle natiche a Brendan O’Brien: pensare che possa accadere davvero non costa nulla e, allora, perché negarsi questa esaltante illusione?
Tratto da Mucchio Extra n.32 dell’Autunno 2009

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The Demenzial Peigis (ricordando Freak Antoni, 1954-2014)

Non è mia abitudine pubblicare scansioni di articoli, ma ogni regola ha le sue eccezioni. Oggi se n’è andato Roberto “Freak” Antoni, frontman degli Skiantos e autentica icona della controcultura nazionale, e nonostante la tristezza tutt’altro che di circostanza dovuta anche ai pur labili rapporti personali era impossibile non ricordarlo in qualche modo. Per chi fosse interessato, qui nel blog c’è anche una mia lunga intervista che spiega bene l’artista e il “personaggio”, ma per questa celebrazione ho preferito una sorta di omaggio: un pezzo scritto a quattro mani con Eddy Cilìa, apparso nel n.107 (dicembre 1986) de Il Mucchio Selvaggio, che raccontava fra il serio e il faceto la saga del rock demenziale. Con Eddy ci siamo messi d’accordo per riproporlo in contemporanea, e quindi lo trovate anche sul suo blog. Ciao, Freak, e grazie di tutto. Se dio esiste, almeno avrai avuto le spiegazioni dovute.

The Demenzial Peigis 1.

The Demenzial Peigis 2

The Demenzial Peigis 3

The Demenzial Peigis 4

The Demenzial Peigis 5

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

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Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

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PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)