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Billy Bragg

In chiusura di un terzetto – ma potrebbero essercene altri, più avanti – di “gran bei dischi usciti nel 2013 che però sono rimasti fuori dalla mia personale playlist dell’anno”, ecco la recensione dell’ultimo album di Billy Bragg. Un artista che seguo da sempre e che mi è sempre piaciuto ma del quale, stranamente, ho scritto pochino.

Bragg copTooth & Nail (Cooking Vinyl)
Negli anni Ottanta ma pure oltre, Billy Bragg è stato – non per folle oceaniche ma in fondo nemmeno per pochissimi – un autentico eroe, sorta di (credibile) versione moderna di quel Woody Guthrie del quale qui recupera brillantemente “I Ain’t Got No Home” e non a caso anni fa trasformò in canzoni, con l’aiuto degli amici americani Wilco, una notevole quantità di testi inediti (il tesoro in questione è racchiuso nel cofanetto “Mermaid Avenue: The Complete Sessions”, edito dalla Nonesuch/Warner nel 2012). Anche se dai primi ‘90 l’oggi cinquantacinquenne musicista/attivista britannico ha arricchito e raffinato (ma senza inutili orpelli) il proprio sound, e non è dunque più il busker che suonava ovunque potesse e che, se saliva su un palco armato solo della sua chitarra (ammazzafascisti, ovvio), lo faceva “volendo essere i Clash”, la sua musica continua a vantare grande spessore e capacità di comunicare. E non cerca di imporsi all’attenzione con trucchi da circo né con il presenzialismo: escludendo i “Mermaid Avenue” di cui sopra, dal 1991 della “svolta pop” (fra mille virgolette) di “Don’t Try This At Home” Bragg ha pubblicato appena altri quattro “veri” album compreso questo.
Dodici episodi per quarantadue minuti, “Tooth & Nail” non offre certo deviazioni da un percorso folk-rock – con l’accento posto, a seconda dei casi, sull’una o sull’altra delle due parole – che ha tra le sue armi più efficaci la sobrietà e la capacità di comunicare emozioni e messaggi, benché meno espliciti e barricaderi di un tempo. Uno stile classico, ma reso riconoscibile dall’impronta canora, che non sorprende ma conquista inesorabilmente con la misurata autorevolezza delle trame strumentali (a produrre è Joe Henry) e dei versi, con l’ispirazione che non si può non riconoscere come sincera, con la sua aria composta ma non ingessata. A uno così, non c’è da dire che “bentornato”.
Tratto da Audio Review n.342 del maggio 2013

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