recensioni live

Retape 2019

Mentre molte delle mie conoscenze erano a Ostia Antica per i Kraftwerk, io mi trovavo alla Cavea dell’Auditorium per la terza edizione di “Retape”, la rassegna dedicata ad artisti romani più o meno emergenti, con Fabrizio Moro nel ruolo di ospite speciale: sedici set brevi, di massimo una ventina di minuti ciascuno, introdotti da Ernesto Assante e Gino Castaldo, che della manifestazione sono da sempre i padrini. Grande diversità di stili, secondo la condivisibile logica di documentare le varie tendenze, ma il programma era ben congegnato e nessuno era, come dire?, “scarso”, anche se per quanto mi riguarda ho ascoltato alcuni dei presenti solo per conoscenza ed è assai poco probabile che li ascolterei mai per piacere. Tra le proposte che, in base al mio gusto, mi sono parse più intriganti segnalerei la cantautrice Livia Ferri e il cantautore Wrong On You, entrambi dotati non solo di un valido repertorio ma anche di un certo particolare carisma; i Red Bricks Foundation, che si sono mantenuti in bilico tra convincente indie rock e meno brillanti canzoni filo-nazionalpopolari (speriamo scelgano bene, quando dovranno decidere da che parte stare); i Bobby Joe Long’s Friendship Party, vecchia conoscenza dell’underground locale, che mischiano più generi senza preoccuparsi di essere accattivanti e che a volte riescono addirittura a sorprendere. Fatico invece a considerare “nuovi” tanto La Batteria, artefici di un vivace e sanguigno rock strumentale legato alle colonne sonore d’antan, quanto la collaudata coppia Pier Cortese / Roberto Angelini, con le loro geniali adattamenti di brani famosi, nonché Il Muro del Canto (nella foto), che dopo abbondanti cinque ore di spettacolo – davanti a una platea che è cambiata più volte; davvero pochi quelli che ci sono stati dall’inizio alla fine – hanno offerto la miglior chiusura possibile con il loro folk-rock indissolubilmente legato alla Città Eterna.

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“Rock Roads” 86 + 87

Scrivo una cosa che inorridirà molti e che probabilmente mi farà sembrare ancor più vecchio di quello che sono, ma chi se ne importa: aborro i festival musicali, li odio proprio. Meglio: aborro i festival “moderni”, quelli con decine e decine di nomi in cartellone nei quali più artisti suonano contemporaneamente su più palchi. Posso capire che altri ci si divertano, affari loro, ma a me questa ennesima corsa al “di più di più di più” (che per certi versi significa “meno meno meno”), queste maxi orge dell’intrattenimento, stanno mostruosamente sulle palle. Soffrivo già a cosette da nulla come i gloriosi “Independent Days” di Bologna, quando mi trovavo costretto a scegliere solo tra palco grande e palco piccolo, figuriamoci con ulteriori stage. Per me (che sono vecchio, OK, lo so) i festival giusti sono quelli old style, senza alternative in parallelo, dove su un unico, grande palco sfilano band e solisti dal pomeriggio fino alla notte; quelli dove posso stendermi su un prato e godermi lo spettacolo senza bisogno di un programma da consultare ossessivamente per non rischiare di perdere lo show di tizio o di caio, show che di solito non è nemmeno quello standard bensì quello ridotto da, appunto, festival moderno.
Il pippone colossale che avete appena finito di leggere è quanto di meglio sono stato in grado di escogitare per introdurre questo post, in cui ho recuperato le recensioni delle due edizioni di un festival vecchia maniera – la prima non priva di pecche, la seconda notevole – che si svolsero oltre trent’anni fa nella ridente Giulianova. Godetevi pure il Primavera Sound, io mi tengo stretto il ricordo dei “Rock Roads”.

Rock Roads 86
La provincia italiana è sempre più alla riscossa, nel tentativo di strappare alle grandi città il monopolio del rock o, almeno, per ovviare parzialmente al problema del decentramento culturale che da sempre la attanaglia. Negli ultimi mesi si è assistito a un’autentica proliferazione di rassegne e manifestazioni musicali organizzate in piccole località abitualmente fuori dal giro, con conseguente catalizzazione dell’interesse del pubblico provinciale per situazioni nuove e potenzialmente soggette a interessanti sviluppi. Una rassegna senza dubbio meritevole di menzione è stata “Rock Roads 86”, nata da una fattiva collaborazione fra l’ARCI Teramo e il Comune di Giulianova e tenutasi nella cittadina balneare abruzzese nel week-end 1-2-3 agosto. Concepita con intelligenza e attuata con lodevole professionismo, “Rock Roads 86” intendeva essenzialmente richiamare l’attenzione di pubblico e media sull’attuale status del nuovo rock nazionale, cogliendo l’occasione per offrire a band del centro-sud la possibilità di esibirsi davanti alla ampia platea teoricamente richiamata da nomi di spicco italiani ed esteri. Continua a leggere

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Julie’s Haircut (1998-2004)

Sul finire degli anni ’90 mi innamorai di una band italiana esordiente/emergente, composta da ragazzi pieni di entusiasmo che probabilmente mai avrebbero previsto per la loro creatura una vita così lunga. Sì, perché i Julie’s Haircut sono ancora in circolazione, benché con un organico e soprattutto un sound diverso da quello – peraltro in costante evoluzione – dei primi anni di attività. In occasione dell’uscita, avvenuta il 9 settembre, di Karlsruhe/Fountain, 12”EP in vinile tirato in trecento copie e disponibile solo presso il sito del gruppo, ho pensato di recuperare quanto scrissi sull’ensemble tra il 1999 e il 2004: le recensioni dei primi tre album, di due 45 giri, di altrettanti EP e di un concerto. Qui sul blog avevo già recuperato un’intervista del 1999, mentre nel 2013, in uno dei miei primi pezzi su fanpage.it, mi ero concentrato sul sesto album Ashram Equinox; in uno degli ultimi, invece, ho analizzato a grandi linee tutta la carriera fino all’ultimo album (il settimo) Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin. Il fatto che dei Julie’s non mi occupi più assiduamente come un tempo non significa che mi siano caduti dal cuore; è solo che spesso le cose succedono e basta, senza un autentico perché.

I’m In Love With Someone
Older Than Me
(Gamma Pop)
Non conosco personalmente i Julie’s Haircut, quartetto originario di Sassuolo appena approdato all’esordio discografico con il 7 pollici I’m In Love With Someone Older Than Me, ma mi sono fatto l’idea che siano ragazzi simpatici; l’intervista di quattro pagine addietro la dice già lunga, ma ad eliminare ogni residuo dubbio provvede la scritta apposta sul retro-copertina di questo dischetto (“Fuck digital! Do it on vinyl!”, cioé “Affanculo il digitale! Fatelo su vinile!”) e il breve frammento conclusivo di assoluto caos denominato “G.G. Allin Was Innocent” (per capire il quale è necessario sapere chi è G.G. Allin: una cosa che, mi rincresce, non è possibile spiegare in questa sede). Facezie a parte, il gruppo emiliano dimostra notevoli capacità musicali sia in I’m In Love With Someone Older Than Me, sia in Perfect Country Disaster, due canzoni pop-noise tra il ruvido e il melodico che oscillano tra Pavement e Sonic Youth evidenziando una buona dose di fantasia ed una salutare, obliqua imprevedibilità; c’è vita, genuinità e ispirazione, nei Julie’s Haircut, e sarebbe errato sottovalutarli solo a causa dell’evidenza dei riferimenti: per tagliare la testa al toro serve solo un bell’album, ovviamente a 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.337 del 2 febbraio 1999

Fever In The Funk House
(Gamma Pop)
È davvero facile, soprattutto se si è naturalmente in sintonia con gli umori più istintivi di quella strana cosa – sempre uguale e sempre diversa – denominata rock’n’roll, innamorarsi dei Julie’s Haircut. Soprattutto ora che, dopo un discreto quantitivo di pur saporitissimi ma troppo sbrigativi assaggi, il quartetto emiliano ha finalmente deciso di presentarsi nello splendore di un album che rappresenta – sono parole del gruppo “il coronamento di cinque anni di impegno nella decostruzione della musica pop, un atto d’amore per il suono che accompagna la nostra esistenza”. Continua a leggere

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Plasmatics (live 1981)

Qualche settimana fa, in una conversazione su Facebook, qualcuno ha rievocato il “mitico” concerto dei Plasmatics al Piper di Roma. Si sa che di solito il tempo rende migliori i ricordi ed è logico che più di trentasette anni dopo la mia memoria abbia mantenuto dell’evento nulla più di qualche flash; mi fido allora della recensione, non esattamente un’esaltazione, che scrissi a caldo. Questa.
Piper ’80, Roma, 30/1/81
Che questo concerto non fosse nato sotto buoni auspici lo si era capito già dal 29, quando per via di contrattempi vari gli strumenti non erano giunti a destinazione, costringendo il gruppo a esibirsi con un giorno di ritardo rispetto ai programmi. In verità l‘arrivo a Roma dei Plasmatics, noti per essere stati banditi dai palcoscenici britannici a causa dei loro show esplosivi (nel vero senso del termine), era un avvenimento che almeno sulla carta meritava attenzione, tanto che il Piper ’80, nonostante l’orario non certo comodo (le 18) era pieno come un uovo. Molto prima dell’inizio già si sapeva che dallo spettacolo era stato eliminato lo scoppio dell’automobile; del resto, con l’aria che tira qui da noi, non sarebbe stato saggio ricorrere a espedienti del genere, specie considerando l’inefficienza del locale a ospitarli a causa delle sue ridotte dimensioni. L’ingresso al Piper è poi stato assai difficoltoso, sia perché la polizia perquisiva più volte quelli che entravano, sia perché gli organizzatori avevano predisposto le cose in modo da impedire l’accesso gratuito a chi doveva lavorare (compresi alcuni inviati della RAI che dovevano collegarsi in diretta con “Combinazione Suono”), costringendo così i non raccomandati a sborsare le 7.000 lire del biglietto.
Per l’intera durata del concerto circa settanta minuti, i Plasmatics hanno suonato senza un attimo di interruzione, proponendo tutto il loro repertorio abituale; la cantante Wendy Williams ha dato spettacolo, presentandosi prima in mutande e reggiseno bianchi con cerotti sulle gambe e successivamente con un ridotto slip tipo leopardo e schiuma da barba a coprire parzialmente le nudità toraciche. La frontwoman si è rivelata instancabile, esibendosi in una serie di “numeri” di sicuro effetto: mimica di atti sessuali, sguardi languidi ai ragazzi delle prime file, distruzione di un televisore, salti, capriole e danze tribali, sotto il vigile sguardo di un tale vestito da macellaio adatto alla riparazione dei danni causati a microfoni, aste, cavi e quant’altro. Alla fine l’intrepida Wendy ha fatto saltare in aria alcune casse, ha segato in due una chitarra e si è rifugiata dietro le quinte con i suoi compagni mentre un’intera fila di riflettori crollava sul palco con grande fragore. Superato il momento di sbigottimento generale, i commenti hanno cominciato ad intrecciarsi, con giudizi quasi unanimi: strumentisti veloci, certo un po’ limitati ma comunque buoni interpreti di sonorità rozze e immediate, cantante scadente e effetti scenici di dubbio gusto utili solo per sviare l’attenzione dei presenti dalla generale pochezza musicale della band. I Plasmatics sono un gruppo normale che suona una via di mezzo fra punk ed heavy-metal, che per differenziarsi dagli altri ha ideato uno spettacolo sconvolgente, con trovate artisticamente nulle ma di sicura presa sul pubblico; tutto dà però l’impressione di essere troppo artefatto, senza la minima spontaneità e quindi facilmente prevedibile. Nonostante i suddetti aspetti negativi, non posso dire di essermi annoiato: sono però molto scettico sulle possibilità della formazione di poter andare avanti a lungo per questa strada, ricca di goliardia spicciola e povera di sostanza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981

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David Bowie: I Was There

Mesi fa, un amico in contatto diretto con la Gran Bretagna aveva prospettato a me e ad altri colleghi la possibilità di partecipare a un libro piuttosto particolare: si trattava di scrivere un ricordo, più che una recensione, di un concerto di David Bowie al quale si era assistito, corredendolo di eventuali memorabilia. L’idea mi piaceva e, in fondo, buttar giù un articolino da duemila caratteri in inglese non era un problema; molto più lungo e complesso è invece stata, dopo, la ricerca del biglietto dell’evento, che credevo fosse in un posto dove, invece, non c’era; che da qualche parte ci fosse era però sicuro e allora, poiché su certe cose sono testardissimo, ho dedicato un abbondante paio d’ore alla caccia, riuscendo nell’impresa proprio quando ero ormai quasi tentato di arrendermi. Il volume in questione, curato da Neil Cossar e pubblicato dalla Red Planet, è da alcune settimane disponibile sul mercato a circa quindici euro. Si intitola semplicemente David Bowie: I Was There e contiene oltre trecentocinquanta testimonianze inedite di “incontri” di vario tipo con il Maestro, spesso accoppiate a materiale iconografico. I fan sono avvisati. Ah, qui c’è il mio contributo.

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