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“Rock Roads” 86 + 87

Scrivo una cosa che inorridirà molti e che probabilmente mi farà sembrare ancor più vecchio di quello che sono, ma chi se ne importa: aborro i festival musicali, li odio proprio. Meglio: aborro i festival “moderni”, quelli con decine e decine di nomi in cartellone nei quali più artisti suonano contemporaneamente su più palchi. Posso capire che altri ci si divertano, affari loro, ma a me questa ennesima corsa al “di più di più di più” (che per certi versi significa “meno meno meno”), queste maxi orge dell’intrattenimento, stanno mostruosamente sulle palle. Soffrivo già a cosette da nulla come i gloriosi “Independent Days” di Bologna, quando mi trovavo costretto a scegliere solo tra palco grande e palco piccolo, figuriamoci con ulteriori stage. Per me (che sono vecchio, OK, lo so) i festival giusti sono quelli old style, senza alternative in parallelo, dove su un unico, grande palco sfilano band e solisti dal pomeriggio fino alla notte; quelli dove posso stendermi su un prato e godermi lo spettacolo senza bisogno di un programma da consultare ossessivamente per non rischiare di perdere lo show di tizio o di caio, show che di solito non è nemmeno quello standard bensì quello ridotto da, appunto, festival moderno.
Il pippone colossale che avete appena finito di leggere è quanto di meglio sono stato in grado di escogitare per introdurre questo post, in cui ho recuperato le recensioni delle due edizioni di un festival vecchia maniera – la prima non priva di pecche, la seconda notevole – che si svolsero oltre trent’anni fa nella ridente Giulianova. Godetevi pure il Primavera Sound, io mi tengo stretto il ricordo dei “Rock Roads”.

Rock Roads 86
La provincia italiana è sempre più alla riscossa, nel tentativo di strappare alle grandi città il monopolio del rock o, almeno, per ovviare parzialmente al problema del decentramento culturale che da sempre la attanaglia. Negli ultimi mesi si è assistito a un’autentica proliferazione di rassegne e manifestazioni musicali organizzate in piccole località abitualmente fuori dal giro, con conseguente catalizzazione dell’interesse del pubblico provinciale per situazioni nuove e potenzialmente soggette a interessanti sviluppi. Una rassegna senza dubbio meritevole di menzione è stata “Rock Roads 86”, nata da una fattiva collaborazione fra l’ARCI Teramo e il Comune di Giulianova e tenutasi nella cittadina balneare abruzzese nel week-end 1-2-3 agosto. Concepita con intelligenza e attuata con lodevole professionismo, “Rock Roads 86” intendeva essenzialmente richiamare l’attenzione di pubblico e media sull’attuale status del nuovo rock nazionale, cogliendo l’occasione per offrire a band del centro-sud la possibilità di esibirsi davanti alla ampia platea teoricamente richiamata da nomi di spicco italiani ed esteri. Continua a leggere

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Julie’s Haircut (1998-2004)

Sul finire degli anni ’90 mi innamorai di una band italiana esordiente/emergente, composta da ragazzi pieni di entusiasmo che probabilmente mai avrebbero previsto per la loro creatura una vita così lunga. Sì, perché i Julie’s Haircut sono ancora in circolazione, benché con un organico e soprattutto un sound diverso da quello – peraltro in costante evoluzione – dei primi anni di attività. In occasione dell’uscita, avvenuta il 9 settembre, di Karlsruhe/Fountain, 12”EP in vinile tirato in trecento copie e disponibile solo presso il sito del gruppo, ho pensato di recuperare quanto scrissi sull’ensemble tra il 1999 e il 2004: le recensioni dei primi tre album, di due 45 giri, di altrettanti EP e di un concerto. Qui sul blog avevo già recuperato un’intervista del 1999, mentre nel 2013, in uno dei miei primi pezzi su fanpage.it, mi ero concentrato sul sesto album Ashram Equinox; in uno degli ultimi, invece, ho analizzato a grandi linee tutta la carriera fino all’ultimo album (il settimo) Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin. Il fatto che dei Julie’s non mi occupi più assiduamente come un tempo non significa che mi siano caduti dal cuore; è solo che spesso le cose succedono e basta, senza un autentico perché.

I’m In Love With Someone
Older Than Me
(Gamma Pop)
Non conosco personalmente i Julie’s Haircut, quartetto originario di Sassuolo appena approdato all’esordio discografico con il 7 pollici I’m In Love With Someone Older Than Me, ma mi sono fatto l’idea che siano ragazzi simpatici; l’intervista di quattro pagine addietro la dice già lunga, ma ad eliminare ogni residuo dubbio provvede la scritta apposta sul retro-copertina di questo dischetto (“Fuck digital! Do it on vinyl!”, cioé “Affanculo il digitale! Fatelo su vinile!”) e il breve frammento conclusivo di assoluto caos denominato “G.G. Allin Was Innocent” (per capire il quale è necessario sapere chi è G.G. Allin: una cosa che, mi rincresce, non è possibile spiegare in questa sede). Facezie a parte, il gruppo emiliano dimostra notevoli capacità musicali sia in I’m In Love With Someone Older Than Me, sia in Perfect Country Disaster, due canzoni pop-noise tra il ruvido e il melodico che oscillano tra Pavement e Sonic Youth evidenziando una buona dose di fantasia ed una salutare, obliqua imprevedibilità; c’è vita, genuinità e ispirazione, nei Julie’s Haircut, e sarebbe errato sottovalutarli solo a causa dell’evidenza dei riferimenti: per tagliare la testa al toro serve solo un bell’album, ovviamente a 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.337 del 2 febbraio 1999

Fever In The Funk House
(Gamma Pop)
È davvero facile, soprattutto se si è naturalmente in sintonia con gli umori più istintivi di quella strana cosa – sempre uguale e sempre diversa – denominata rock’n’roll, innamorarsi dei Julie’s Haircut. Soprattutto ora che, dopo un discreto quantitivo di pur saporitissimi ma troppo sbrigativi assaggi, il quartetto emiliano ha finalmente deciso di presentarsi nello splendore di un album che rappresenta – sono parole del gruppo “il coronamento di cinque anni di impegno nella decostruzione della musica pop, un atto d’amore per il suono che accompagna la nostra esistenza”. Continua a leggere

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Plasmatics (live 1981)

Qualche settimana fa, in una conversazione su Facebook, qualcuno ha rievocato il “mitico” concerto dei Plasmatics al Piper di Roma. Si sa che di solito il tempo rende migliori i ricordi ed è logico che più di trentasette anni dopo la mia memoria abbia mantenuto dell’evento nulla più di qualche flash; mi fido allora della recensione, non esattamente un’esaltazione, che scrissi a caldo. Questa.
Piper ’80, Roma, 30/1/81
Che questo concerto non fosse nato sotto buoni auspici lo si era capito già dal 29, quando per via di contrattempi vari gli strumenti non erano giunti a destinazione, costringendo il gruppo a esibirsi con un giorno di ritardo rispetto ai programmi. In verità l‘arrivo a Roma dei Plasmatics, noti per essere stati banditi dai palcoscenici britannici a causa dei loro show esplosivi (nel vero senso del termine), era un avvenimento che almeno sulla carta meritava attenzione, tanto che il Piper ’80, nonostante l’orario non certo comodo (le 18) era pieno come un uovo. Molto prima dell’inizio già si sapeva che dallo spettacolo era stato eliminato lo scoppio dell’automobile; del resto, con l’aria che tira qui da noi, non sarebbe stato saggio ricorrere a espedienti del genere, specie considerando l’inefficienza del locale a ospitarli a causa delle sue ridotte dimensioni. L’ingresso al Piper è poi stato assai difficoltoso, sia perché la polizia perquisiva più volte quelli che entravano, sia perché gli organizzatori avevano predisposto le cose in modo da impedire l’accesso gratuito a chi doveva lavorare (compresi alcuni inviati della RAI che dovevano collegarsi in diretta con “Combinazione Suono”), costringendo così i non raccomandati a sborsare le 7.000 lire del biglietto.
Per l’intera durata del concerto circa settanta minuti, i Plasmatics hanno suonato senza un attimo di interruzione, proponendo tutto il loro repertorio abituale; la cantante Wendy Williams ha dato spettacolo, presentandosi prima in mutande e reggiseno bianchi con cerotti sulle gambe e successivamente con un ridotto slip tipo leopardo e schiuma da barba a coprire parzialmente le nudità toraciche. La frontwoman si è rivelata instancabile, esibendosi in una serie di “numeri” di sicuro effetto: mimica di atti sessuali, sguardi languidi ai ragazzi delle prime file, distruzione di un televisore, salti, capriole e danze tribali, sotto il vigile sguardo di un tale vestito da macellaio adatto alla riparazione dei danni causati a microfoni, aste, cavi e quant’altro. Alla fine l’intrepida Wendy ha fatto saltare in aria alcune casse, ha segato in due una chitarra e si è rifugiata dietro le quinte con i suoi compagni mentre un’intera fila di riflettori crollava sul palco con grande fragore. Superato il momento di sbigottimento generale, i commenti hanno cominciato ad intrecciarsi, con giudizi quasi unanimi: strumentisti veloci, certo un po’ limitati ma comunque buoni interpreti di sonorità rozze e immediate, cantante scadente e effetti scenici di dubbio gusto utili solo per sviare l’attenzione dei presenti dalla generale pochezza musicale della band. I Plasmatics sono un gruppo normale che suona una via di mezzo fra punk ed heavy-metal, che per differenziarsi dagli altri ha ideato uno spettacolo sconvolgente, con trovate artisticamente nulle ma di sicura presa sul pubblico; tutto dà però l’impressione di essere troppo artefatto, senza la minima spontaneità e quindi facilmente prevedibile. Nonostante i suddetti aspetti negativi, non posso dire di essermi annoiato: sono però molto scettico sulle possibilità della formazione di poter andare avanti a lungo per questa strada, ricca di goliardia spicciola e povera di sostanza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981

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David Bowie: I Was There

Mesi fa, un amico in contatto diretto con la Gran Bretagna aveva prospettato a me e ad altri colleghi la possibilità di partecipare a un libro piuttosto particolare: si trattava di scrivere un ricordo, più che una recensione, di un concerto di David Bowie al quale si era assistito, corredendolo di eventuali memorabilia. L’idea mi piaceva e, in fondo, buttar giù un articolino da duemila caratteri in inglese non era un problema; molto più lungo e complesso è invece stata, dopo, la ricerca del biglietto dell’evento, che credevo fosse in un posto dove, invece, non c’era; che da qualche parte ci fosse era però sicuro e allora, poiché su certe cose sono testardissimo, ho dedicato un abbondante paio d’ore alla caccia, riuscendo nell’impresa proprio quando ero ormai quasi tentato di arrendermi. Il volume in questione, curato da Neil Cossar e pubblicato dalla Red Planet, è da alcune settimane disponibile sul mercato a circa quindici euro. Si intitola semplicemente David Bowie: I Was There e contiene oltre trecentocinquanta testimonianze inedite di “incontri” di vario tipo con il Maestro, spesso accoppiate a materiale iconografico. I fan sono avvisati. Ah, qui c’è il mio contributo.

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Lou Reed, 27/1/1992

Ero lì che scorrevo gli archivi alla ricerca di un vecchio articolo da recuperare, e mi cade l’occhio su una data: 27 gennaio 1992. Diamine, ventiquattro anni esatti fa. OK, si poteva anche attendere l’anno prossimo perché il quarto di secolo fa più scena… ma alla fine sono sciocchezze. Non so se il tempo trascorso abbia reso tutto più “leggendario”, ma nella mia mente questo è uno dei concerti più belli ai quali abbia mai assistito. In Rete ne esiste anche un bootleg, ma non credo che andrò a verificare: spesso le suggestioni dei ricordi sono meglio della realtà.

Lou Reed 1992Teatro Sistina
(Roma 27/1/1992)
Più che un concerto, una celebrazione. Ma non, come qualcuno magari si attendeva, la celebrazione di oltre venticinque anni di carriera sotto forma di rassegna delle più celebri “hit”, bensi uno spettacolo nel quale le uniche concessioni ai passato remoto sono state le brevi e frizzanti Sweet Jane e Rock’n’Roll conclusive, proposte peraltro allo scopo di onorare le scontate richieste di bis. Nelle due ore di show il quasi imperturbabile Lou Reed si è infatti dedicato solo al materiale recente, incentrando la prima parte sul suo ultimo, splendido album Magic And Loss (del quale ha eseguito tutti i brani) e la seconda su episodi estratti da Songs For Drella e New York. Continua a leggere

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The Musical Box, 2015

Musical Box fotoTranne una volta che lo feci in quanto giurato di un contest dedicato a quelle dei Litfiba, mi sono sempre rifiutato di assistere a concerti di tribute band. Aborro l’idea in sé (a meno che non sia un estemporaneo, pur serio divertissement per musicisti che hanno una loro vita) e aborro il danno collaterale – almeno qui in Italia – che i “copioni” sottraggano spazio a quanti hanno mire artistiche più alte, perché un buon imitatore di Ligabue o Vasco Rossi riempie i locali e un emergente che suona le sue canzoni di norma no. Ieri, però, sono andato all’Auditorium a vedere The Musical Box, gruppo di Montreal noto a livello planetario per essere l’unica tribute band dei Genesis approvata e autorizzata dagli stessi Genesis. È stata una scelta, come dire?, “sentimentale”, dettata da ragioni che spiego nella prima parte di questo mio vecchio articolo (intitolato, che buffa coincidenza!, proprio The Musical Box). Si trattava di poter fare parzialmente – molto parzialmente – una sorta di pace con il (mio) passato, e ho colto l’occasione. Non ci saranno però mai più, lo giuro solennemente, ulteriori deroghe al principio. Continua a leggere

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Vasco Rossi, 1984

A me, negli anni ’80, quello che prima che arrivasse il Brondi era il solo Vasco non dispiaceva affatto; almeno per quanto riguarda un tot di canzoni, che seppur penalizzate da arrangiamenti scolastici e da strizzate d’occhio al pop da classifica vantavano un certo spirito rock. Non me ne sono mai vergognato (qualcosa di più la trovate qui) e l’album Siamo solo noi merita a mio avviso un posto fra i migliori dischi italiani del genere. Però, quando trentuno anni meno pochi giorni fa assistetti a un suo concerto… beh, dire che ne rimasi insoddisfatto non rende abbastanza l’idea. E la recensione qui recuperata, che avevo proprio rimosso, mi fa tenerezza, per tante ragioni che – leggendola – non vi sarà difficile intuire.
Vasco Rossi fotoStadio di Nettuno, 30/08/84
Per l’unico concerto nel Lazio della tournée estiva di Vasco Rossi, lo stadio del baseball di Nettuno brulicava di gente di ogni età ed estrazione sociale. A braccio potevano essere 15.000: decisamente molti per un artista “rock”, anche se probabilmente gran parte dei presenti riteneva che anche i Pooh fossero rock. e Vasco lo conosceva solo per il bombardamento dei media a colpì di Vita spericolata, Bollicine e fumose storie di stupefacenti e Maserati distrutte. C’era, comunque. anche un pubblico più appassionato, di quelli che conosce tutte le canzoni a memoria ed è disposto ad attendere otto ore sotto il sole pur di conquistare un posto a ridosso del palco. C’erano le quindicenni in calore venute per ammirare “il nuovo idolo dei giovani”, c’era qualche padre di famiglia che aveva accompagnato malvolentieri i suoi figli, c’era un numero non indifferente di coatti borchiati convinti che fra Vasco e gli AC/DC ci sia in definitiva poca differenza: un bel campionario. non c’è che dire, che già da solo costituiva uno spettacolo, magari anche più interessante di quello che più tardi si sarebbe visto on stage. Continua a leggere

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Nirvana (live ’91)

Ovviamente ricordavo benissimo di essere stato presente al secondo – così come al primo e al terzo e purtroppo ultimo – concerto romano dei Nirvana, ma che ne avessi anche scritto una (pur breve) recensione… quello proprio no. Mi è capitata sotto gli occhi per caso e, nel rileggerla oltre ventitré anni dopo realizzo quanto certe testimonianze d‘epoca siano preziose per ricordare a chi c’era, e raccontare a chi non c’era, i modi in cui si percepiva e si viveva la musica. I Nirvana sono considerati da oltre due decenni un autentico monumento del rock e quindi è fin troppo facile, oggi, incensarli senza riserve, ma al tempo di Nevermind? Il (9) in calce al mio scritto, come voto all‘esibizione, attesta che non mi spaventai di sbilanciarmi; e lo stesso avevo fatto occupandomi, in precedenza, di Nevermind, in una recensione che prima o poi recupererò. Per chi fosse interessato, dell’argomento si parla anche qui e qui.
Nirvana liveCastello
(Roma, 19 novembre 1991)
È possibile che una band pressoché sconosciuta al grosso pubblico, con un look del tutto anonimo e con un sound assai ruvido nella sua impostazione attitudinalmente punk, raggiunga in un mese i primissimi posti delle classifiche di “Billboard”? L’esperienza farebbe propendere per una risposta negativa, ma il caso dei Nirvana e del loro secondo album Nevermind sconvolge ogni logica preconcetta e dimostra una volta in più come le vecchie regole della “commercialità” non trovino quasi più riscontro nell’attuale situazione di mercato.
Al Castello di Roma il terzetto di Seattle ha comunque confermato le sue grandi qualità e soprattutto i suoi progressi rispetto al tour di un paio d’anni orsono (all’epoca si esibì al Piper in compagnia dei TAD), offrendo un set tanto secco ed essenziale quanto pervaso di incontenibile energia; un set che il foltissimo pubblico ha apprezzato più di quanto sulla carta fosse lecito attendersi, sottolineando con ovazioni e danze sfrenate sia le nuove hit di Nevermind che quelle più stagionate di Bleach in un’atmosfera che, pur nelle ovvie differenze di suono, ricordava quella dell’infuocato ‘77 londinese o californiano: il massimo, insomma, per riscaldare una fredda e piovosa serata novembrina.
Tratto da Velvet n.13 (Anno V) del febbraio 1992

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Slits – Pop Group (live ’80)

Trentacinque anni fa, proprio di questi tempi, assistevo ai concerti romani di Slits e Pop Group. Rispetto a oggi era un altro mondo, come dimostrano anche le ingenuità e la qualità giornalistica – avevo appena compiuto vent’anni: se così si può dire, beata innocenza! – di questa (doppia) recensione. Ma dato che si tratta di un piccolo pezzo di storia, storia non solo mia ma di un certo tipo di musica, il recupero è doveroso. Ah, per la cronaca… agli incivili dei quali parlo nella parte delle Slits ho pure detto cosa ne pensavo di loro… e quelli, da bravi coatti, se la sono presa, e devo al provvidenziale intervento di alcuni amici il fatto di essere ritornato a casa intero. Da sempre ho un pessimo rapporto con le teste di cazzo che non si sa bene perché vadano ai concerti.

Piper ‘80
(Roma, 24-25 aprile 1980)
Nell’anno del Signore 1980, Slits e Pop Group hanno voluto celebrare con una tournèe italiana la nascita della loro personale etichetta, la Y, e il proseguimento della loro sempre più stretta collaborazione. Le entusiasmanti date romane sono qui narrate (in breve) da uno dei più accesi sostenitori di queste due eccezionali band.

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Vinicio Capossela (live ’03)

Dodici anni fa Vinicio Capossela pubblicò L’indispensabile, la prima – di due, finora – antologia della sua carriera; quella, per capirci, che conteneva la cover di Si è spento il sole di Celentano. Per l’occasione realizzai un servizio (con annessa copertina) per il Mucchio al tempo settimanale, comprendente un’intervista e due recensioni, quella del CD e quella di un concerto collegato alla sua pubblicazione.
Capossela fotoAmbra Jovinelli (Roma, 10 marzo 2003)
Difficile immaginare un epilogo migliore per questa “quattro giorni” romana di Vinicio Capossela, naturalmente all’insegna del tutto esaurito: un concerto di due ore e mezza nel quale il Nostro ha recitato perfettamente – senza soffocare la spontaneità con schemi troppo rigidi, ma con tutta la programmazione da cui uno spettacolo professionale non può ovviamente prescindere – il ruolo dell’entertainer lucido e dissennato, forte di una capacità espressiva del tutto unica e coinvolgente. Continua a leggere

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Frequenze Disturbate 2008

Inatteso e gradito ritorno dell’appuntamento ideale per chi, dei festival, patisce concitazione, confusione e bruttezza delle cornici. Ancora una volta, Urbino rules ok”. Così, sei anni e mezzo fa, presentavo la recensione che riporto qui sotto, relativa alla penultima edizione di quella che per alcuni anni è stata davvero una splendida rassegna di musica alternativa. Mi dicono che la stessa atmosfera si respira, oggi, al “Siren Festival” di Vasto, e prima o poi andrò a verificare se è davvero così. Perché per me i festival, o rassegne che siano, dovrebbero essere sempre posti dove si può vedere tutto quello che c’è in cartellone e non solo parti di un programma di vastissimo dove la moltiplicazione di palchi costringe a continue migrazioni e dove gli eventi si accavallano costringendo a dolorose scelte. Lo so, lo so, sono tra i pochissimi a pensarla così. Ma chissenefrega.

Frequenze Disturbate fotoUrbino, 9/10 agosto 2008
Dopo la pausa dello scorso anno, sul festival musicale più atipico e “a misura d’uomo” dell’estate italiana avevamo mentalmente posto una pietra tombale, con tanto di commosso requiescat in pace; grande, quindi, la gioia nello scoprire che la morte era apparente, e che “Frequenze Disturbate” era tornato. Da lodare, in primis, la concentrazione in due soli giorni del programma e il recupero della sede originaria nel centro storico, proprio sotto il Palazzo Ducale: scelte che hanno favorito quel clima di “comunione culturale”, relax e distrazione, favorito dalla bellezza della città e dal suo (relativo) isolamento geografico, che della manifestazione urbinate è certo una delle più suggestive caratteristiche. Continua a leggere

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Bruce Springsteen (live ’05)

A meno che dal mio archivio non sia sparito qualcosa, questa è la mia unica recensione di un concerto del Boss, dei sei o sette ai quali ho assistito a partire dagli anni ’80. Il tour era quello di Devils & Dust, la location – purtroppo – quella piuttosto infame del palasport dell’Eur. Meno male che lui c’era, in tutta la sua grandezza.

live Springsteen fotoPalalottomatica
(Roma, 6 giugno 2005)
Partiamo per una volta dagli aspetti negativi, peraltro in minima parte imputabili a Springsteen: il costo del biglietto (57 euro e 50 compresi luridi diritti di prevendita per i posti peggiori), improponibile per uno spazio dispersivo e acusticamente deficitario come il Palalottomatica, e l’elevata quantità di cerebrolesi che, incuranti delle richieste – rivolte oltretutto in italiano – dello stesso artista, hanno “arricchito” lo show di applausi fuori luogo, accenni di cori, battimani ritmici, urla e flash, disturbando la necessaria concentrazione del Boss e il pieno godimento di ogni sfumatura sonora per chi avrebbe voluto immergersi se non in un rito liturgico almeno in un’atmosfera (quasi) raccolta. Continua a leggere

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Bob Dylan (live 2003/2006)

A fine giugno Bob Dylan suonerà ancora a Roma, questa volta alle Terme di Caracalla. È di sicuro un bene che l‘esibizione si svolga in uno spazio ampio ma dalla capienza non oceanica, visto che Dylan – specie il Dylan degli ultimi quindici anni o forse anche di più – non è proprio il soggetto ideale per eventi di massa tipo i Rolling Stones al Circo Massimo nel 2014. Chissà cosa si inventerà, questa volta, per sconvolgere la platea. Nel frattempo, recupero le recensioni di due delle volte che ho assistito a un concerto del Maestro.
live Dylan fotoPalalottomatica (Roma, 1 novembre 2003)
Chi segue l’attività live di Bob Dylan sa bene che sul palco l’Uomo di Duluth è capace di qualsiasi cosa, tanto in termini di scelta dei brani quanto di peculiarità delle interpretazioni. Solo avendo avuto occasione di leggere qualche resoconto delle ultime date, però, si sarebbe potuto immaginare un concerto nel quale il Nostro non imbraccia neppure per un secondo la chitarra, limitandosi a suonare le tastiere e saltuariamente a soffiare nell’armonica: una situazione insolita che nello show tenuto a Roma davanti a sei/settemila spettatori stupiti ma entusiasti, nel mezzo del mini-tour italico comprendente pure tappe a Bolzano e Milano, si è comunque rivelata ricca di stimoli, esaltando per l’ennesima volta le qualità di un performer carismatico anche quando si stacca dal proprio strumento solo per confabulare con i suoi accompagnatori nelle pause tra un pezzo e l’altro, e quando le uniche parole da lui rivolte al pubblico – oltre ai testi, è ovvio – sono le presentazioni degli stessi musicisti. Continua a leggere

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The Cure (live ’08)

Il file nel quale annoto i concerti ai quali ho assistito dal 1974 a oggi, del quale mi fido ma che so non essere completo al 100%, dice che ho visto i Cure quattro volte: 1985, 1989, 1996 e 2008. La recensione qui recuperata, probabilmente non l’unica che abbia scritto ma l’unica che avevo disponibile in formato word, si riferisce all‘ultimo; la data faceva parte del “4 Tour”, ovvero la serie di esibizioni con cui Robert Smith e compagni anticiparono l‘uscita del loro tredicesimo e tuttora più recente album, 4:13. Uno spettacolo formidabile, ben al di là delle più rosee previsioni. live Cure fotoPalalottomatica (Roma, 29 febbraio 2008)
I decenni passano, siamo giunti ormai a tre dall’inizio dell’avventura, ma un concerto dei Cure continua a essere un appuntamento da non perdere: non solo per il vasto pubblico della band britannica, che risponde con il massimo entusiasmo anche quando le esibizioni non sono finalizzate alla promozione di un nuovo disco, ma per chiunque sia interessato a godere di uno spettacolo tanto ricco quanto coinvolgente a più livelli. Continua a leggere

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Morrissey (live ’12)

I concerti alla Cavea dell‘Auditorium Parco della Musica sono quasi sempre una gioia per gli occhi e le orecchie. Ecco così che dopo quella della settimana scorsa estraggo dall’archivio la recensione di un altro evento live svoltosi nella stupenda cornice di cui sopra, con protagonista l‘ex frontman degli Smiths (con la band scioltasi da oltre un quarto di secolo, ancora viene definito in questo modo), con il quale ho sempre avuto un rapporto un po’ difficile (non a caso di lui non ho scritto molto; c’è comunque qualcosa qui). Ci sarebbe forse stato altro da dire, in termini di dettagli, ma il succo è tutto nelle righe che seguono.

live Morrissey fotoCavea Auditorium
(Roma, 7 luglio 2012)
Concerto molto atteso, quello romano di Morrissey, sei anni dopo l’ormai mitica esibizione del 2006 al Teatro Romano di Ostia Antica. E concerto molto particolare fin da prima dell’inizio, con un paio di centinaia di fan autorizzati ad assieparsi in piedi sotto lo stage – all’Auditorium non è mai consentito se non nei bis, per questioni di sicurezza legate al palco basso e per rispetto nei confronti di chi ha speso tempo e denaro per assicurarsi i posti in prima fila – proprio per volere del bizzoso artista inglese. In questa cornice fattasi sempre più calda, e davanti a una Cavea affollatissima, Steven Patrick da Manchester ha sciorinato per un’ora e mezza tutti i suoi trucchi da raffinato e consumato entertainer, dando l’impressione di star bene e divertirsi ma non fornendo attestati di irrefrenabile entusiasmo: lo prova il fatto che ci sia stato un solo bis, una How Soon Is Now? durante la quale vari spettatori sono saltati sul palco cercando – e talvolta ottenendo – il contatto fisico con il loro idolo. Continua a leggere

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Serj Tankian (live ’10)

Ho scritto più volte che considero i System Of A Down uno dei massimi vertici del cosiddetto nu-metal. In parallelo, però, nutro da sempre sconfinata ammirazione per il loro frontman Serj Tankian: uno di quelli che non poteva rimanere rinchiuso nel recinto del rock e che infatti non c’è rimasto, come si evince da una carriera in proprio parecchio interessante. Dopo il recupero della recensione dell‘unica uscita del progetto Serart torno ora a occuparmi di lui riesumando quanto scrissi quasi cinque anni fa a proposito di un suo concerto al quale volli fortemente assistere. E feci bene, anzi, benissimo.
live TankianCavea Auditorium
(Roma, 5 luglio 2010)
Da sempre il mondo hard & heavy subisce il fascino di quello sinfonico, e quando decide di incontrarlo i risultati sono spesso deludenti e a volte raccapriccianti. Questo non è però accaduto a Serj Tankian, frontman dei magnifici System Of A Down, che dopo aver inserito alcune parti di archi nel proprio debutto solistico – Elect The Dead, 2007 – ha allestito una versione orchestrale dell’album, presentata con successo in giro per il mondo e documentata mesi orsono anche da un CD/DVD significativamente intitolato Elect The Dead Symphony. Continua a leggere

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Savages (live ’14)

Il concerto qui recensito risale a un anno e pochi giorni fa e all‘epoca nulla faceva ipotizzare che la gloriosa epopea del Circolo degli Artisti (per anni, anni e anni uno dei locali alternativi più importanti e belli d‘Italia) sarebbe finita – se lo è davvero: in questa cazzo di Italia, le sorprese sono all‘ordine del giorno – nel modo paradossale che più o meno tutti conosciamo. Dolenti note a parte, quella assieme alle Savages fu una serata che mi fa piacere ricordare; con i miei commenti e anche con la splendida foto di Marco Lorito, del quale vi invito a guardare il notevole portfolio.
Live Savages fotoCircolo degli Artisti (Roma, 25 febbraio 2014)
Inutile tirare in ballo i soliti discorsi sulla derivatività, che per di più calzerebbero a pennello alla stragrande maggioranza dei gruppi oggi in circolazione: che le Savages ricalchino pedissequamente un preciso canone stilistico – il tipico post-punk d’Oltremanica degli anni tra gli ultimi ‘70 e i primi ‘80, con un’autentica ossessione per i pionieri Siouxsie And The Banshees – è talmente palese che usarlo come strumento di discredito sarebbe soltanto sciocco. Assai più sensato, invece, valutare la qualità di songwriting e arrangiamenti oltre che, specie dal vivo, la forza d’impatto di un sound retromaniaco ma ormai “classico”, la sua incisività fisica ed emotiva, la sua capacità di creare un mondo in cui eventualmente rispecchiarsi e trovare rifugio. Continua a leggere

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Alt-J – Toy (live ’12)

Grande il mio stupore nell‘apprendere che, pochi giorni fa, gli Alt-J hanno fatto il pienone al Forum di Assago, e che a giugno suoneranno al “Rock In Roma”: vai a capire per quale motivo il grande pubblico finisce a interessarsi di una band così, che è eccellente – a scanso di equivoci, il loro ultimo album figura persino nella mia playlist del 2014 – ma che non mi sembra affatto proporre musica “per le masse”. Si vede che sono considerati ancora più cool e sono diventati beniamini di gente che, quindi, li ama non in quanto “bravi” ma perché “alla moda”. Comunque, assistetti al concerto capitolino per (più o meno) pochi intimi alla fine del 2012, recandomi alcuni giorni dopo nello stesso club per lo show di un‘altra band britannica che, invece, si filano in assai meno (perché, evidentemente, non “trendy”). Ebbi così l‘idea di scrivere una recensione unica per entrambi, imbastendo un discorso basato su affinità e divergenze.
live Alt-J-Toy fotoCircolo degli Artisti
(Roma, 29 Novembre e 3 dicembre 2012)
Stessa nazionalità, stessa discografia di un solo album edito nel 2012, più o meno stesse attenzioni negli ambienti trendy (An Awesome Wave degli Alt-J ha però vinto il “Mercury Prize”, mentre Toy non ha avuto neppure una nomination). E poi, per quanto riguarda i due concerti: stessa città, stesso club, grossomodo stessa presenza di pubblico (un po’ di più per i primi, in verità, ma i secondi erano penalizzati dal lunedì) e purtroppo anche stessa scarsa durata dei set proposti: appena un’ora, ma l’esiguità dei repertori non avrebbe forse potuto consentire di più. Le affinità non terminano proprio qui, ma di sicuro gli spettacoli hanno offerto varie divergenze: a cominciare dallo stile, con gli Alt-J a intrecciare trame filo-elettroniche sospese e morbidamente catchy e i Toy a edificare muri di feedback la cui ispirazione shoegaze era sottilineata dal fatto che i chitarristi e il bassista si fissavano spesso i piedi. Conseguenti le reazioni delle platee: sorrisi e canti gioiosi da una parte, staticità pseudo-catatonica – accentuata dalle luci, policrome ma cupe – e mutismo pressoché assoluto dall’altra, quasi a voler ribadire come pop e r’n’r possano essere due cose separate e distinte. Continua a leggere

Categorie: recensioni live | Tag: , | Lascia un commento

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