Michael Chapman(2017-2019)

Il 10 settembre del 2021 se ne andava, ottantenne, uno dei musicisti più brillanti e purtroppo spesso dimenticati del circuito folk britannico, area della quale è comunque stato un protagonista non convenzionale. Ammetto non senza un po’ di vergogna di non avere mai approfondito con metodo la sua sterminata e frastagliata discografia, ma prima o poi lo farò; intanto, mi fa piacere recuperare e proporre in questa sede le mie recensioni dei suoi due ultimi, veri album da solista, davvero molto, molto belli.

50
(Paradise Of Bachelors)
Il “Cinquanta” del titolo indica gli anni di carriera, ma se Michael Chapman avesse voluto riferirsi agli album editi, il numero sarebbe stato poco più basso. Dal 1969 del Rainmaker con cui esordì su Harvest, lo storico marchio “progressivo” della EMI, il cantante/chitarrista e songwriter inglese non si è infatti mai fermato, continuando a incidere ed esibirsi a dispetto di consensi commerciali mai eclatanti: un eroe di culto stimatissimo dai colleghi, che nel suo mezzo secolo di dedizione alla musica si è destreggiato fra folk e jazz, non disdegnando contaminazioni con il rock e qualche anomalia.
Composto da dieci episodi mediamente lunghi e realizzato con un gruppo di musicisti giovani – eccetto la rediviva Bridget St John – capitanato dall’idolo indie Steve Gunn (anche alla produzione), il disco affianca una bella selezione di brani già conosciuti e alcuni inediti. Non c’è però alcun effetto-antologia, vista la coerenza delle trame e di un’ispirazione legata alle radici e allo storytelling di matrice americana; ne derivano quadretti di notevole brillantezza nonostante i toni in generale un po’ ombrosi, che colpiscono per spessore di scrittura, bontà delle interpretazioni, forza suggestiva. È folk-rock, nessun dubbio, ma chiunque conosca un minimo la materia non potrà mai anteporre alla definizione qualcosa come “il solito”.
(da Classic Rock n.51 del febbraio 2017)

True North
(Paradise Of Bachelors)
Eroe di (ampio) culto dell’area folk-rock, con deviazioni nel jazz, nel blues e persino nel prog, il settantottenne Michael Chapman è uno di quei veterani che hanno conquistato nuova gloria nel circuito indie/alternativo contemporaneo, forte dell’amore e del sostegno di giovani e entusiasmati discepoli. 50, l’album con il quale l’artista inglese aveva celebrato due anni fa il suo mezzo secolo di carriera, ebbe come padrino Steve Gunn e come ospite d’onore alla seconda voce Bridget St.John; il doppio sodalizio è ora riproposto in questo nuovo capitolo, che mette in fila più brani nuovi e meno rielaborazioni dal passato laddove nel precedente avveniva il contrario. Assieme fosco e luminoso, True North è una sorta di personale autoesorcismo, un tirar fuori con il tramite di chitarre arpeggiate, violoncello, pedal steel e canto fascinosamente agro quel che cova dentro quando si è anziani ma non si vuole ancora dichiarare la resa. Un disco intenso e autentico, struggente e vivace, come quelli che si facevano una volta. E che, per fortuna, si fanno ancora.
(da Classic Rock n.75 del febbraio 2019) 

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