Oasis (1997)

Il difficile terzo album degli Oasis è di norma piuttosto disprezzato, ma quando lo ascoltai per la prima volta nella sede della Sony nell’estate del 1997, onde recensirlo per Rumore, non mi fece affatto una cattiva impressione. E non credo proprio – non sono proprio il tipo – che sulla mia valutazione avesse pesato l’hype pazzesco che ne precedette la pubblicazione, avvenuta il 21 agosto.

Be Here Now
(Creation)
È opinione largamente condivisa che il terzo album, specie per gli artisti baciati da grandi fortune commerciali, rappresenti una tappa importantissima per quanto riguarda l’eventuale difesa del dominio del mercato e (soprattutto) come segnale rivelatore dei futuri indirizzi creativi. E nel caso degli Oasis, autentici mattatori delle classifiche mondiali con Definitely Maybe e (What’s The Story) Morning Glory?, la faccenda assumeva senza dubbio rilevanza particolare, al punto che alla prevedibile trepidazione dei fan si accompagnavano le speranze di molti addetti ai lavori e musicisti di poter vedere la boriosa banda Gallagher precipitare dagli altari nella polvere.
Optando per una posizione di neutralità, si può ipotizzare che i detrattori dovranno soffrire ancora a lungo: non solo a giudicare dalla trionfale accoglienza riservata dal pubblico al (bellissimo) singolo apripista D’You Know What I Mean?, ma anche alla luce del valore di un album più maturo e consapevole (e tutt’altro che “sputtanato”) di quanto fosse forse lecito attendersi. Ben lungi dal sedersi sugli allori, infatti, gli Oasis hanno proseguito nella loro crescita, dando vita ad un prodotto certo discutibile in termini assoluti di “novità” (come, del resto, il 99,99% dell’attuale repertorio discografico), ma impeccabile per quel che concerne elementi quali ispirazione, fascino “estetico” e progressi stilistici; e se pure le fondamenta rimangono quelle di un solido sound anni ‘90 che amalgama fantasie pop alla Beatles e ruvidezze alla Rolling Stones, con matematica alternanza di ballate avvolgenti e vivaci r’n’r, è innegabile che Be Here Now vanti caratteristiche in grado di distinguerlo dai suoi predecessori: essenzialmente, la compattezza del “muro” chitarristico che satura più o meno tutti gli episodi, conferendo all’amalgama – assieme alla pomposità delle parti ritmiche – connotati di vago sapore glam, e l’estrema ricchezza e raffinatezza degli arrangiamenti, che a tratti potrà magari risultare stucchevole ma che denota una encomiabile attenzione per ogni minimo dettaglio.
In tutto, undici composizioni quasi sempre di lunga durata (più una breve
reprise), dove il gruppo britannico ha sapientemente riciclato i più classici temi pop nello stesso modo in cui i Guns N’Roses di qualche anno fa – e che nessuno si scandalizzi per il paragone – fecero con quelli rock’n’roll. Le preferenze del sottoscritto, per la cronaca, vanno all’acida e aggressiva Fade In-Out, all’altrettanto vigorosa It’s Getting Better (Man!!), all’eccentrica ma intrigante title track e alla “psichedelica” Magic Pie, senza dimenticare la non meno visionaria D’You Know What I Mean?, ma è solo questione di gusti. Chissà se grazie ad esse anche gli Oasis, nonostante la loro antipatia, riusciranno a diventare più popolari di Gesù Cristo.
(da Rumore n.68 del settembre 1997)

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Oasis (1997)

  1. Carlo Fais

    Caro Federico, ti voglio bene ma te lo dico francamente: una recensione ripugnante per un disco altrettanto ripugnante. E pensi che l’hype non abbia fatto il suo dovere?

  2. Stefano

    Dev’esserci una specie di ricorrenza che anche a una radio sportiva qualche giorno fa sentivo parlare degli Oasis. Miei pezzi preferiti in assoluto Shakermaker e Some Might say dal secondo ma pure da questo c’è almeno un singolo che mi piace e conosco e cioè la prima traccia

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