Buckley o non Buckley

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.

Ma come andò? (8)
Nel primo pomeriggio del 27 giugno 1997 andai alla redazione del Mucchio Selvaggio, come facevo quasi ogni venerdì: c’era da ritirare la copia fresca di stampa del nuovo numero della rivista, all’epoca settimanale, che sarebbe arrivato nelle edicole il martedì successivo. Mentre salivo le scale verso l’appartamento situato al primo piano dello stabile di Via Lorenzo Il Magnifico, udivo sempre più vicino un trambusto che era fin troppo facile collegare a un violento alterco: urla concitatissime che, appurai secondi dopo, provenivano dalla nostra sede. Entrai, percorsi il corridoio sulla sinistra per raggiungere la stanza in cui sembrava si stesse scannando qualcuno – per inciso, quella del Direttore – e a un metro dalla soglia mi trovai davanti Giancarlo Susanna, paonazzo in volto e con occhi di bragia, che vedendomi mi sbattè sotto gli occhi il n.264 urlandomi in faccia «Dimmi: a te questo qui sembra Jeff Buckley?”. Molto spiazzato dal comportamento anomalo del collega e amico, rimasi per qualche istante attonito. Guardai bene la copertina e, dopo un’ulteriore riflessione, risposi con franchezza «beh, forse un pochettino gli assomiglia, ma non mi pare affatto lui». «Infatti!», sbraitò nuovamente Giancarlo, «ma come cazzo si fa a combinare una cacata del genere!» (non sono sicuro che le parole siano state esattamente queste, ma i toni e il concetto di base senza dubbio sì).
Insomma, sulla copertina celebrativa che il nostro giornale aveva voluto dedicare a Buckley jr., da poco tragicamente scomparso nelle acque di un affluente del Mississippi (il suo corpo era stato ritrovato il 4 giugno), a corredo di un lungo articolo organizzato proprio da Giancarlo che di Jeff e di suo padre Tim era estimatore tanto quanto me, non c’era Jeff Buckley, bensì il suo batterista Matt Johnson. Va da sé che a essere oggetto delle brutali rimostranze di Giancarlo era il Direttore, accusato della topica. Cercando di placare gli animi, dissi qualcosa come «purtroppo è successo, cosa si fa?», immaginando come sarebbe andata a finire. Giancarlo sosteneva che si sarebbe dovuta bloccare la distribuzione, rifare al volo la copertina, stampare la nuova e spillarla in tutte le copie – alcune decine di migliaia – dopo avere eliminato quella sbagliata. Discorso concettualmente giusto ma purtroppo, come ben sapevo, impraticabile per ragioni di tempi e/o di costi insostenibili. Dopo un paio di telefonate esplorative fatte da Stèfani (o da Daniela Federico, non lo ricordo), il Direttore disse che non c’era modo di rimediare e che il giornale sarebbe uscito così com’era, sperando che pochi ci facessero caso. Da qui le irrevocabili dimissioni di Giancarlo, dovute non al pur clamoroso errore bensì alla mancanza di volontà di intervenire quando tecnicamente era ancora possibile. Onestamente, non so dire cosa avrei fatto se la decisione fosse toccata a me: spendere uno sproposito in più e comunque uscire con almeno due giorni di ritardo, o far finta di nulla e rimettersi alla clemenza dei lettori e dell’ambiente per l’assurdo incidente di percorso? Per fortuna non avevo voce in capitolo, ma ripensandoci non mi sento di biasimare più di tanto chi optò per il far finta di nulla (e pubblicare le scuse nel numero seguente): il settimanale non andava come preventivato a dispetto degli investimenti, i rimborsi da parte dello Stato non sarebbero arrivati ancora per un bel pezzo e non sarebbe stato furbo spendere svariati milioni di lire (ancora non c’era l’euro) potendone farne a meno.
Questo il dopo, ok, ma il prima? Legittimo domandarsi come si siano create involontariamente le basi per una figura di merda così epocale. La spiegazione è semplice: la Sony aveva fornito al Mucchio una quindicina di diapositive con su scritto “Jeff Buckley” che furono inviate alla grafica – si suppone senza che nessuno le esaminasse – affinché fosse lei a decidere quale utilizzare per la copertina e quali nell’articolo. La grafica, presumibilmente ignara di chi fosse Jeff Buckley, ritenne giustamente di selezionare quella che riteneva più adatta sotto il profilo estetico, senza porsi minimamente il problema che una o più foto potessero essere sbagliate. La svista, però, avrebbe dovuto essere rilevata in fase di riscontro, e poiché ciò non è avvenuto non si scappa: i due addetti all’operazione – il Direttore e la sua allora aiutante, anni dopo autopromossasi Direttora; io non avevo ancora incarichi redazionali eccetto la sezione “Fuori dal Mucchio” e non ho responsabilità – l’hanno approvata alla cieca, oppure – ipotesi assai più plausibile – l’hanno vista e non si sono accorti di niente.
Venticinque anni dopo il fattaccio, il mio unico dispiacere è che questa storia abbia causato al povero Giancarlo tanta rabbia mista a sofferenza. Io, seppure parecchio adirato per quanto era successo e per le prese per i fondelli che avrei inevitabilmente subito in quanto legato al giornale, pensai a guardare avanti e a cercare di impedire, effettuando controlli non di mia competenza e non richiesti, che simili nefandezze accadessero nuovamente. Peccato non abbia preso nota di tutte le fesserie che sono riuscito a impedire, a fronte delle poche che ho commesso io, perché nessuno è infallibile.

(1) Shock!, la rivista mancata.
(2) Le (prime) dimissioni dal Mucchio.
(3) Il post-Mucchio e la nascita di Velvet.
(4) Velvet Story.
(5) La collaborazione con Rumore.
(6) Gli inserti “Fuori dal Mucchio” e “Classic Rock”.
(7) Il Mucchio Extra.

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Categorie: memorie | Tag: , | 4 commenti

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4 pensieri su “Buckley o non Buckley

  1. Simone

    Ma mettere la rivista in una busta ?

  2. DaDa

    Ma qualche lettore se ne accorse ? Ci furono poi le scuse del direttore ?

  3. Rusty

    Se non ricordo male il direttore minimizzò e trattò con sufficienza il povero Susanna scrivendo qualcosa del tipo “tanto dove va?”.
    Fu comunque un bell’esempio di sciatteria, nulla da dire.

  4. Gian Luigi Bona

    Amo questa rubrica,ho amato il Mucchio (mi sento ancora adesso orfano !) e ricordare certi fatti con te è molto bello. Aspetto la prossima puntata.

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