Bruce Springsteen (2002)

Amo molto The Rising, che lo scorso 30 luglio ha compiuto vent’anni. Mi fa allora piacere condividere la recensione che ne scrissi all’epoca, in ritardo di un paio di settimane rispetto alla ricorrenza (ne avevo preso nota, ma poi mi è sfuggito l’appunto), ma almeno in perfetta coincidenza con il ventennale dell’approdo dell’album alla vetta della classifica di Billboard (per la cronaca, fu n.1 anche in Gran Bretagna e, tra le nazioni secondarie, in Italia). Non rinnego nulla, anche se oggi ho l’impressione di avere forse calcato un po’ troppo la mano con la retorica… retorica che però ci poteva stare, visto che gli attentati dell’11 settembre erano una ferita ancora fresca.

The Rising
(Columbia)
Si rimane abbastanza disorientati, al primo ascolto del nuovo album di Bruce Springsteen: tante canzoni, tanti strumenti, tanta abbondanza di parole di peso e sentimenti veri. Come se il Boss, dopo essere stato zitto per forse troppo tempo (la precedente raccolta di nuove canzoni, The Ghost Of Tom Joad, risale al 1995) si fosse improvvisamente trovato costretto, dalla coscienza e dal cuore, a far levare alta la sua voce per affermare concetti mai così importanti. Non è infatti un mistero che The Rising sia stato scritto sull’onda della commozione e dello smarrimento per gli eventi dell’11 settembre, con l’obiettivo di esorcizzare il dolore di un’America gravemente ferita, di ricordare chi non c’è più e confortare chi è rimasto, di mostrare in fondo al tunnel – che purtroppo non è dell’amore ma dell’odio – una pur flebile luce di speranza. C’è ovviamente retorica, in The Rising, a partire dal titolo. E non potrebbe essere altrimenti. Una retorica che non ha però nulla a che vedere con comizi filo-nazionalistici, ostentazioni di rabbia o sterili piagnistei: l’invito a rialzarsi è rivolto a chi nonostante tutto non vuole smettere di credere nella convivenza pacifica e nella tolleranza. Lo dichiara Worlds Apart, uno degli episodi-cardine, con le sue decise contaminazioni orientali (vi è ospitato un ensemble del Pakistan) e la sua commovente storia d’amore tra due ragazzi separati da un confine culturale più che geografico (“Sometimes the truth ain’t enough / or it’s too much in times like these / Let’s throw the truth away / we’ll find it in this kiss”); e lo conferma un approccio alle liriche dove l’elaborazione letteraria preferisce lasciar spazio alla semplicità e all’immediatezza del messaggio, ripetendo le frasi più rilevanti e insistendo su termini incoraggianti come kiss, love o faith. otto il profilo strettamente musicale, i brani tendono soprattutto ad alleggerire lo spessore e la tensione dei testi, evitando con minime eccezioni i toni cupi e optando per soluzioni distese o addirittura gioiose. C’è tutto lo Springsteen finora conosciuto e apprezzato, in questi solchi, in un continuo alternarsi di trame che richiamano ora il passato remoto (da Greetings From Asbury Park a The River, all’insegna di un rock’n’roll sporcato di R&B e soul), ora quello relativamente più prossimo (la muscolarità di Born In The USA, l’attitudine “pop” di Tunnel Of Love o Lucky Town) e ora l’intimismo di The Ghost Of Tom Joad. Ed è quindi logico che, dovendo guardare indietro per trovare la forza di andare avanti, Bruce abbia richiamato i compagni di una vita ricostituendo la gloriosa E-Street Band, seppure affidando il timone delle session a un produttore moderno come il quotatatissimo Brendan O’ Brien.
Occorrerà una lunga e attenta frequentazione per carpire i segreti di The Rising, focalizzare le mille sfumature dei suoi quindici (!) pezzi e capire dove collocarlo – a livello qualitativo – nella discografia springsteeniana. La prima impressione, peraltro più che positiva, dice di un lavoro policromo, con momenti di straordinaria intensità (Into The Fire, You’re Missing, Paradise, la succitata Worlds Apart) e una ritrovata verve rock’n’roll (Lonesome Day, Further On Up The Road, Mary’s Place), ai quali si contrappongono arrangiamenti che a tratti eccedono in ridondanza e qualche caduta di tono (specie quando le corde toccate sono quelle del light soul). In ogni caso, un album dalle forti motivazioni, profondo e sentito. Che, nonostante le lacrime delle quali è intriso, non soffoca l’immortale grido No surrender.
(da Il Mucchio Selvaggio n.497 del 30 luglio 2002)

 

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Bruce Springsteen (2002)

  1. Nicola

    Già 20 anni di The Rising. Tempus fugit!

  2. Alfonso

    Trovandomi in vacanza nella casa al mare dove ho portato per motivi di spazio tre scatoloni di Mucchio settimanale e mensile (gli Extra li tengo ovviamente tutti con me) sono andato a ripescarmi pure questo numero 497. Al netto di alcuni fastidiosi deliri dell’allora direttore mamma mia che nostalgia di quella rivista. Ora ho sul comodino il numero 495, Solomon Burke in copertina e un inserto Classic rock dove lessi per la prima volta dei Replacements. E la recensione che hai postato ce l’avevo bene in testa quando andai a comprare The Rising in edizione deluxe appena uscito, io che aspettavo quasi sempre i cd scendessero di prezzo prima di comprarli, per poterne prendere di più. Vabbè, grazie.

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