Giovanni Lindo Ferretti (2)

Circa otto anni fa recuperai sul blog la prima parte di un lunghissimo articolo/intervista a Giovanni Lindo Ferretti apparso inizialmente nel 2002 sul Mucchio Extra e in seguito ripreso, con qualche piccola modifica, nel mio libro Voci d’autore. Lì si raccontava dell’infanzia e dell’adolescenza del protagonista, oltre che della nascita dei CCCP Fedeli alla linea; qui, invece, si prosegue con il periodo cruciale dell’affermazione della band, segnato dall’uscita dei suoi primi dischi.

Ferretti foto

Spara JuriJ spara, spera Jurij spera, 1984-1986
Nel maggio del 1984, a Bologna, i CCCP entrano in studio per registrare le tre canzoni di quello che sarà il loro debutto su vinile per la Attack Punk Records, etichetta di punk anarchico ispirata dell’esperienza inglese della/dei Crass e facente capo al futuro terrorista multimediale Jumpy Velena. La qualità tecnica di Ortodossia è quella che è, ma la scelta di inserirvi Live In Pankow, Spara Jurij e Punk Islam si rivela vincente sotto ogni profilo: il singolo venderà molto al di sopra della media dell’underground nazionale dell’epoca, anche grazie alla cassa di risonanza spontaneamente fornita dai media più influenti (in novembre sia Panorama che L’Espresso, quest’ultimo con la firma prestigiosa di Pier Vittorio Tondelli, dedicano spazio all’ensemble). Più che un semplice gruppo rock, i CCCP sono ormai un fenomeno culturale in senso lato, e anche se la loro fama dipende soprattutto dalle provocatorie performance sul palco, l’uscita di quel 45 giri con copertina rigorosamente rossa e piena di pagine di proclami a effetto serve a renderli realtà tangibile. E pensare che, per convincerli, il martellante Jumpy aveva impiegato quasi un anno. “A noi interessava solo il live, non i dischi: fu Jumpy a farci capire quanto la dimensione discografica fosse imprescindibile. Ha fatto la sua parte nella nostra storia, spiegandoci cose delle quali non avevamo alcuna conoscenza né percezione. In un certo senso, era l’opposto di noi: desiderava che il suo lavoro avesse un peso e un valore di tipo sociale, ma fondamentalmente era un musicista”.
Nel frattempo, il carnet concertistico si allunga al di là delle più rosee previsioni: per i CCCP è un momento magico, anche se ovviamente affiorano insoddisfazioni e contraddizioni. “Una volta, a Bologna, un tizio si è alzato dalla platea di gente seduta a terra a farsi le canne urlando ‘siete insopportabili, non è musica’, e io – che neppure lo avevo capito – gli ho risposto ‘non è mica una visita della mutua, non te l’hanno mica ordinato, vattene a casa tua, che cazzo ce ne frega’. La nostra naturale energia sovrastava la ragione, almeno sul palco. Poi, nei camerini, abbiamo realizzato che eravamo troppo: le mie parole, la chitarra di Zamboni, la batteria elettronica ammazzavano tutto. Noi eravamo convinti di suonare musica da ballo, ma il pubblico era immobile e solo ogni tanto qualcuno aveva il coraggio di mandarci affanculo. Io preferivo quelli che ci gridavano di andar via a quelli che restavano impassibili”. Per cercare di risolvere il problema, l’organico si arricchisce così di Danilo Fatur, in arte José Lopez Macho Frasquelo, Annarella (Antonella) Giudici, sorella maggiore di Zeo, e una seconda soubrette, Silvia Bonvicini. Quest’ultima, con un ruolo comunque più defilato, sarà della partita fino all’incisione del primo album, mentre gli altri due acquisteranno in fretta una funzione ben più importante di quella estetica-coreografica loro inizialmente affidata. “Eravamo troppo freddi, cerebrali, intellettuali. Dovevamo cambiare le carte in tavola, provare qualcosa di diverso. Al nostro palco mancavano dei corpi, il sudore del rock che noi avevamo sempre odiato perché eravamo statici, asettici. Fatur era un artista/spogliarellista che avevamo conosciuto nel giro delle discoteche e la nostra amica Annarella era bellissima, nonché capace di catalizzare l’attenzione e valorizzare qualsiasi straccio indossasse. Stabilimmo così di portare in scena una donna che si vestiva e un uomo che si spogliava, il contrario di quello che di norma accade. Alla Festa dell’Unità di Modena presentammo per la prima volta Antonella e Fatur insieme, senza alcuna scenografia: una ragazza che usciva con abiti sempre nuovi da dietro un piccolo paravento e un ragazzo che all’inizio era vestito da militare e alla fine era nudo. Avevamo davanti settanta signore anziane e altrettanti punk, tutti impazziti. Lì è nata la spettacolarità dei CCCP, che per un annetto è stata travolgente”.
A voler esser precisi, la spettacolarità dei CCCP è stata travolgente per ben più di un annetto, anche se spesso in modo distruttivo. “Tra il 1984 e il 1986 avremmo fatto duecento date dovunque, spesso con locali devastati e botte. È strano: l’intera avventura CCCP, vista a posteriori, ha un notevole spessore intellettuale, ma in verità tutto succedeva sulla spinta degli eventi. Provavamo quel che ci veniva in mente, non razionalizzandolo più di tanto: erano intuizioni legate a una quotidianità concreta, non comprensibili immediatamente. Avevamo la capacità di prevedere il futuro: Annarella si è vestita da musulmana e nel nostro primo video c’erano donne con il chador. Avvertivamo nell’aria cose che sembravano evidenti solo a noi, delle quali eravamo i primi a sconvolgerci”.
Tra il 1985 e il 1986, alla discografia della band si aggiungono tre nuovi lavori: la ristampa in formato 12” di Ortodossia, edita in Gran Bretagna dalla Crass come Ortodossia II e con una traccia in più, Mi ami? (“uno stillicidio delle parole di un libro di Roland Barthes”), dal memorabile incipit a tempo di reggae: “Un’erezione triste per un coito modesto, per un coito molesto / Spermi indifferenti per ingoi indigesti”); il 12”EP picture Compagni cittadini fratelli partigiani, addirittura privo dei titoli delle canzoni (le irruenti Militanz e Sono come tu mi vuoi, la schizofrenica e nichilista Morire, la marcia ossessiva Emilia paranoica) e Affinità – divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età, primo album nel quale sfilano, tra gli altri, classici come CCCP, Curami, Io sto benee i remix di Mi ami? e Emilia paranoica. Rispetto all’esordio ci sono logicamente migliorie tecniche, ma il genere rimane lo stesso: per lo più ruvide e lancinanti filastrocche punk avvolte in atmosfere apocalittiche e frammiste di citazioni new wave, scandite dalla drum machine e flagellate dalla chitarra-grattugia di Zamboni, con la voce acuta di Ferretti a declamare testi efficacemente sloganisti a dispetto degli occasionali ermetismi (di senso, più che di linguaggio). “Non ho mai incontrato ostacoli di carattere musicale, dato che mi sono sempre limitato ad accettare quello che mi veniva proposto. In compenso, il mio problema sono le parole, un mezzo per il quale provo un interesse fortissimo: le mie difficoltà sono con i sostantivi, gli aggettivi, gli avverbi… Con Massimo filava tutto liscio: lui era addetto alle musiche e io alle parole, e ognuno dei due presentava all’altro quello che aveva partorito. Non avevamo un metodo di scrittura e capitava anche che, cazzeggiando assieme, nascesse qualcosa di buono. Per cinquanta parole posso partire anche da 1500: è solo un fatto di riduzione all’essenziale, non mi sono mai trovato con la pagina vuota senza saperla riempire. Non c’è un testo, in questi vent’anni, che non sia stato meditato, ripensato, sognato: mi sveglio di notte, cancello alcune cose, le riscrivo, torno a letto. Però le canzoni le declamo sempre, le so già nella mia testa: sono voce, non parole sulla carta”.
La frenesia e le (inconsapevoli?) pressioni dell’ultimo triennio si fanno sentire proprio dopo Affinità – divergenze: in un attimo, Negri lascia i compagni per studiare e trovare un lavoro serio, e Giovanni e Massimo devono affrontare il loro primo scontro. “È stata essenzialmente colpa mia e dei miei raptus adolescenziali tardivi. Massimo, razionale e pratico, non poteva lavorare con uno psicolabile, e per me era troppo difficile rapportarmi a un computer umano. Se Antonella non avesse preso in mano la situazione, la nostra pausa – nella quale, tra l’altro, ho allestito uno spettacolo intitolato proprio Psicolabile – sarebbe diventata una separazione definitiva, anche se in effetti era chiaro che il nostro percorso comune avrebbe dovuto avere ulteriori sbocchi. A quel punto, essendo indispensabile ricostruire l’equilibrio, abbiamo agito nel modo più razionale: inserendo un elemento preso dall’esterno. La mia penitenza fu convincere Ignazio Orlando, che era stato il nostro fonico per un paio di dischi, a venire a suonare il basso con noi. Non fu semplice, anche perché proprio il giorno prima aveva venduto il suo strumento, ma alla fine…”.
(dal libro “Voci d’autore”, Arcana 2007)

Categorie: articoli, estratti da libri, interviste | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Giovanni Lindo Ferretti (2)

  1. Antonio

    Ciao Federico,
    sarebbe possibile vedere, oltre che gli ultimi post, anche un elenco dei commenti più recenti?
    Un po’ come sul blog di VMO
    Grazie

  2. Paolo Backstreet Iglina

    E’ quasi emozionante rileggere queste interviste. Con la visione oggi delle sue foto in campagna ed una abbracciato alla Meloni (sigh!!!).

  3. Stefano

    “Noi eravamo convinti di suonare musica da ballo” da il senso delle radici folk, italiane, financo regionali, da balera (ma anche internazionali) della loro musica, con riferimenti a questi motivi anche nei testi. Per poi superarli e andare oltre con una visione unica per una band italiana aggiungo, credo, considerando anche i tempi.

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