Human League (1981)

Oggi, 16 ottobre 2021, il terzo album degli Human League – quello della “svolta commerciale” – compie quarant’anni. È un disco che non ho riascoltato spesso, a parte “The Things That Dreams Are Made Of” (un pezzo che mi è sempre piaciuto molto) e la celeberrima “Don’t You Want Me”, che non mi piace altrettanto ma che comunque è un classico. Ricordavo bene di averlo recensito in tempo reale, ma nella mia mente l’avevo stroncato. È stata quindi una grande sorpresa scoprire che, invece, il giudizio era stato positivo, seppure con qualche perplessità che, alla luce degli sviluppi della carriera del gruppo, suonano sballatissime (leggete le ultime righe, c’è da ridere). Ecco comunque quello che scrissi quarant’anni fa, in tutto lo splendore del mio zoppicantissimo stile di ventunenne.

Human League cop

Dare
(Virgin)
La copertina è lussuosa, apribile, molto chic. Il disco si posa sul piatto e la mente vola a quando esistevano i primi Hniman League: Ian Craig Marsh, Phil Oakey, Martyn Ware (tutti al sintetizzatore e alla voce) e Philip Adrian Wright (filmati e diapositive), che si erano inseriti con autorità ne1l’allora spoglio panorama del rock elettronico britannico con due album (Reproduction e Travelogue) e alcuni singoli di indubbia validità. Poi, improvvisa, la scissione: Marsh e Ware da una parte, a dividersi fra B.E.F. e Heaven 17, e Oakey e Wright da1l’altra, a proseguire il discorso della Lega Umana. Ultimi mesi del 1981: sempre e soltanto con l’impiego di sintetizzatori e voci (più drum-machine), i nuovi Human League (con una formazione di 6 elementi) sfornano il loro primo album, dopo alcuni 45 tutt’altro che disprezzabili quali Boys And Girls, The Sound Of The Crowd, Love Action e Open Your Heart.
Dare è certo un disco più facilmente assimilabile rispetto alle precedenti produzioni a 33 giri dell’ensemble; è un LP assai ben curato e possiede tutte le caratteristiche necessarie per essere apprezzato dal grande pubblico, ormai talmente avvezzo all’ascolto di suoni elettronici da saper probabilmente distinguere i lavori validi da quelli scadenti. Atmosfere come al solito piuttosto rarefatte, con la base ritmica pulsante e ottime variazioni tastieristiche, in un’efficace contrapposizione di freddezza computerizzata e armonie solenni di chiaro stampo “umano”. Dieci canzoni nel complesso ben fatte e affascinanti: strizzatine d’occhio al funk in Do Or Die e Love Action, sonorità più pacate in I Am The Law, cadenze ipnotiche in composizioni piu tipiche per il gruppo come The Things That Dreams Are Made Of o The Sound Of The Crowd, sicuramente due fra i migliori episodi in scaletta. Dare è quindi un buon prodotto, magari non molto innovativo ma comunque non deludente, arricchito inoltre dalla presenza di alcune tracce di non comune bellezza. Nonostante ciò, il futuro della band appare piuttosto incerto: in un periodo come l’attuale, sempre ricco di nuovi fermenti, restare ai vertici è difficile per chi non ha le capacità per potersi rinnovare di continuo. (da Il Mucchio Selvaggio n.44 del dicembre 1981)

Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Human League (1981)

  1. Paolo Backstreet Iglina

    Faranno ridere ma mi sembra azzecchino perfettamente il punto.

  2. Nicola

    “un’efficace contrapposizione di freddezza computerizzata e armonie solenni di chiaro stampo umano” è stupenda 😀

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