Tupamaros

Negli anni a cavallo tra ’90 e ’00, qui in Italia piaceva parecchio il cosiddetto combat-folk: spiegato a grandissime linee per chi non c’era, un folk-rock più o meno energico che attingeva dalle più diverse radici (spesso irlandesi, ma anche centro/sudamericane, balcaniche, italiane, africane…) e si accompagnava a testi autoriali per lo più impegnati sul fronte socio-politico. C’erano i “padri” Gang, i Modena City Ramblers, i Mau Mau e tanti altri. Fra questi, i Tupamaros, emiliani di Carpi dei quali ho recensito l’intera produzione ufficiale (compreso un demo pre-debutto su CD). Recupero qui l’intero pacchetto perché dopo anni e anni i ragazzi hanno deciso di tornare con un nuovo disco, varando allo scopo un crowdfunding che ha già raggiunto l’obiettivo ma che più di qualcuno potrebbe essere comunque interessato a sostenere. Qui tutti i dettagli.

Tupamaros cop 1Non è cambiato niente!
(demo tape)
I Tupamaros, da Carpi, si muovono sulla strada del combat-folk in italiano tracciata dal Modena City Ramblers, pur utilizzando una strumentazione assai scarna (voce, chitarra, fisarmonica e contrabasso). Non è cambiato niente!, secondo demo del terzetto, ha dalla sua una notevole ispirazione e buone capacità interpretative, ma è d’obbligo rilevare che l’eventuale rafforzamento delle basi potrebbe in qualche circostanza giovare alla formula. Il nastro, che comprende oltretutto ottimi rifacimenti de Il signor Hood di Francesco De Gregori e Terra dove andare di Ivano Fossati, è in ogni caso più che riuscito, e procurarselo non potrà certo far male.
(da Il Mucchio Selvaggio n.242 del 28 gennaio 1997)

Tupamaros cop 2Gente distratta
(Gridalo Forte)
Dei Tupamaros recensimmo favorevolmente il demo tape Non è cambiato niente!. In questi mesi, invece, qualcosa è cambiato, visto che il quartetto emiliano – senza rinunciare a quella relativa esilità sonora che ne orienta le trame più verso il folk (acustico) che non verso il combat (elettrico) – ha guadagnato in maturità e forza espressiva, conquistando il diritto a uno spazio nel settore musicale che vede tra i suoi più stimati rappresentanti Gang (non a caso i fratelli Severini sono ospiti nella cover de Il signor Hood di Francesco De Gregori) e Modena City Ramblers. Non ostentando né la vocazione al rock dei primi né l’esuberanza e l’enfasi dei secondi, i Tupamaros non legittimano però l’ipotesi di una vera e propria clonazione, sebbene le storie di resistenza, dolore e speranze raccontate in questo loro primo CD paghino evidenti tributi formali (e non solo perché attingono al medesimo serbatoio ispirativo) ai suddetti modelli; lo stile dell’ensemble si inserisce invece a metà strada tra la cosiddetta canzone d’autore e le sonorità tradizionali (autoctone e non), mettendo in luce un equilibrio e una efficacia evocativa che marchiano soprattutto gli episodi quali Canto dei misteri, La ballata dell’affare, la title track Gente distratta e L’altra verità. Appunti? Alcune citazioni magari un po’ sfacciate (anche se sempre di buon gusto), una generale tendenza a sfuggire la vivacità e il solito (inevitabile?) allungarsi dell’ombra della retorica; nulla di troppo penalizzante, in ogni caso, per un lavoro sincero e intenso, che ha le carte in regola per ripagare l’attenzione eventualmente concessagli.
(da Il Mucchio Selvaggio n.318 dell’8 settembre 1998)

Tupamaros cop 3Non è cambiato niente
(Gridalo Forte)
Per i lettori di Fuori dal Mucchio, o almeno per quelli piu attenti e fedeli, il nome Tupamaros non dovrebbe suonare nuovo: li abbiamo infatti tenuti a battesimo all’epoca del demo tape Non è cambiato niente!, abbiamo recensito favorevolmente il loro primo album Gente distratta e li ospiteremo con piacere all’interno della nostra ormai imminente raccolta Combat Folk. È quindi con soddisfazione e un pizzico di orgoglio quasi paterno che salutiamo l’uscita del secondo CD dell’ensemble di Carpi, intitolato come la rozza ma promettente cassettina (quasi: manca il punto esclamativo finale) che tre anni fa segnò il suo ingresso ufficiale nel mondo della discografia e come il brano disulluso ma ricco di forza che ne chiude i solchi. Il sincero affetto provato nei confronti del gruppo non potrebbe però condizionare le nostre valutazioni su questo Non è cambiato niente: alla base del giudizio più che positivo c’e infatti solo la certezza di come il quintetto guidato da Francesco Grillenzoni (voce e chitarra acustica) sia oggi come oggi una delle più belle espressioni – forse, la migliore in assoluto – dell’ultima canzone d’autore italiana figlia di quella dei Modena City Ramblers e nipote di quella dei Gang (ma non mancano riferimenti a Fabrizio De André e Ivano Fossati). Una canzone che affonda le sue radici nelle tradizioni folk (celtiche, mediterranee, balcaniche e quant’altro) ma che ovviamente non trascura la lezione di energia del rock, accostando chitarre elettriche, basso e batteria a fisarmonica, contrabbasso e occasionali arrangiamenti bandistici; che non ha paura di urlare a gran voce il proprio desiderio di rappresentare qualcosa di significativo sul piano della propaganda politica e sociale; e che, soprattutto, racconta splendide e spesso tristi storie di persone-simbolo (le diversissime ma ugualmente in-tense Ad un passo dal traguardo e Il prete rosso), grandi tragedie internazionali (le incalzanti Giostra immonda, Lo scambio e Radio Chirac) e piccole tragedie quotidiane (le malinconiche Ninna nanna della nebbia e Polvere e vento, la prima pacata e struggente, la seconda accesa di policromie etniche) non dimenticando di omaggiare il passato (l’originalissima cover in chiave swing, svuotata dell’epicità ma colmata di delicata poesia, della classica Morti di Reggio Emilia) e disseminando anche qualche esplicito messaggio di speranza (Di queste città e Ancora insieme). Mai esageratamente aggressiva – a tratti ruvida, semmai, ma solo quando serve davvero – e imbevuta di un lirismo barricadero che solo di rado presenta tracce di (immancabile) retorica, la musica dei Tupamaros e senz’altro “già sentita” ma non per questo meno efficace nel colorare di tinte vivaci paesaggi dal cielo purtroppo plumbeo, nel vestirsi dei toni aspri della denuncia e naturalmente nel far vibrare le corde del cuore; qualità più che sufficienti, almeno a nostro avviso, per consigliare Non è cambiato niente un po’ a tutti e non solo a quanti venerano come sacre icone le loro copie di Le radici e le ali, Storie d’Italia, Riportando tutto a casa o La grande famiglia. Anche perché Gridalo Forte e band, da sempre sensibili all’annoso problema del caro-CD, hanno fissato un prezzo di vendita di appena 21.000 lire.
(da Il Mucchio Selvaggio n.397 del 16 maggio 2000)

Tupamaros cop 4Sogni da coltivare
(Gridalo Forte)
Tre album in circa quattro anni, tutti pubblicati dalla Gridalo Forte, non sono pochi. Specie perché, nel caso della band emiliana guidata dall’intraprendente Francesco Grillenzoni, dicono di un’ispirazione sincera e vivace e di un progetto deciso a crescere, senza peraltro allontanarsi dalle sue “storiche” direttive stilistiche: quelle di un (combat)folk quasi del tutto privo degli abituali istinti punk, aperto alle più diverse contaminazioni “tradizionaliste” (sudamericane, europee e quant’altro) e sempre più proteso, per quanto concerne le liriche, verso la più nobile canzone d’autore nostrana. Proprio l’accentuazione dell’elemento autoriale, ben sorretto da efficaci trame elettroacustiche a base di chitarre, basso, batteria e fisarmonica (con l’occasionale ma non invadente contributo dei groove dell’esperto produttore Kaba Cavazzuti), sembra essere it motivo dominante di Sogni da coltivare: undici brani – ma c’è anche una ghost track, una non eccezionale cover della Police On My Back degli Equals già ripresa dai Clash – che all’impatto fisico preferiscono toni pacati e avvolgenti ma non per questo poveri di intensità, resi ancor più suggestivi dalla voce forse non molto duttile ma carismatica dello stesso Grillenzoni. L’area è più o meno la stessa di Gang, Massimo Bubola o Modena City Ramblers, ma i Tupamaros non sono la copia-carbone di nessuno e Sogni da coltivare ha tutte le carte in regola per convincere eventuali scettici.
(da Il Mucchio Selvaggio n.489 del 4 giugno 2002)

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