Fuori dal Mucchio e Classic Rock

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.
Ma come andò? (6)
Mentre l’avventura di Velvet procedeva verso il suo purtroppo inevitabile epilogo, avevo già avviato la mia lunga collaborazione con Rumore. Benchè fosse proprietario al 40% della Apache Srl, la società editrice che pubblicava la rivista (il rimanente 60% era dell’amico Claudio Sorge), Max Stèfani non aveva opposto resistenza al mio ingresso tra i collaboratori, cosa che mi aveva stupito perché, insomma, la faccenda di Velvet avrebbe giustificato un veto. Ma lui era fatto così, era capace di salutare o chiamare come se niente fosse persone delle quali magari aveva detto merda fino al giorno prima, minimizzando qualsiasi insulto avesse profferito. Comunque, per circa tre anni e mezzo i nostri rapporti si erano limitati a un “ciao” a mezza bocca se ci si incontrava a qualche concerto, e l’ipotesi che la situazione potesse cambiare non era proprio contemplata. Nel settembre del 1995, non senza sorpresa, ricevetti però una sua telefonata, nella quale mi disse di volermi intervistare per il Mucchio a proposito del punk degli anni ’90. È un episodio che ho già raccontato dettagliatamente qui (allo stesso link c’è pure l’intervista in questione), ma in estrema sintesi lui venne a casa mia, mi domandò un tot di cose davanti a un registratore e giorni dopo mi spedì la trascrizione fedele – quindi, grezzissima – dell’intera chiacchierata, invitandomi a rivederla ed eventualmente ad apportare modifiche. Va da sé che la sistemai da cima a fondo (in pratica era come se mi fossi intervistato da solo) e il tutto uscì – esattamente come l’avevo inoltrato – nel n.214 del Mucchio, in edicola nel novembre 1995. Come mi aspettavo, non ci furono sviluppi immediati, e quella con Stèfani tornò a essere una non-relazione.
Qualche mese dopo, direi febbraio 1996, venni chiamato da Stefano Ronzani, che di Max era amico e “braccio destro”. Con lui, che era davvero una persona splendida, mi capitava ogni tanto di avere contatti, ma non lo sentivo da un po’. Senza troppi preamboli mi chiese la disponibilità a rientrare al Mucchio per un progetto – tutto da definire – votato alla valorizzazione della musica italiana emergente. Spiazzato, risposi che… boh, ero dubbioso sul fatto che Stèfani avrebbe voluto di nuovo lavorare con me e che, alla luce di com’era finita la prima volta, riprovare sarebbe stato rischioso. Mi rassicurò e mi invitò a fissare un incontro con Max, almeno per parlarne. Lo feci e, preso appuntamento, mi recai alla redazione del Mucchio, quella di Via Lorenzo Il Magnifico, dove non ero mai stato prima. Stèfani mi spiegò che sul Mucchio avrebbero voluto creare uno spazio per trattare in modo organico la nuova scena nazionale, un compito che – secondo lui e Ronzani – era fatto apposta per me. Capito a grandi linee che genere di impegno mi veniva richiesto, dissi di aver bisogno di un paio di giorni per studiare una proposta dettagliata e la settimana seguente mi ripresentai con il programma di un inserto di sedici pagine spillato al centro del giornale che avrebbe dovuto intitolarsi “Fuori dal Mucchio”: un doppio senso che si riferiva sia alla volontà di uscire dal “mucchio” degli artisti dei quali si sarebbe scritto, sia alla “estraneità” dell’inserto stesso dal resto della rivista. Già, prima di accordarmi avevo posto una condizione (per me) irrinunciabile: avrei dovuto avere piena autonomia sui contenuti e sulla scelta dei collaboratori, seguendo anche l’impaginazione. Insomma, Max avrebbe ricevuto ogni inserto pronto per la pubblicazione, senza possibilità di intervenirci in alcun modo. Conoscendo i miei polli, preferivo assumermi tutte le responsabilità pur di non dover discutere in una posizione scomoda oppure rischiare che il mio lavoro venisse alterato in modi non consoni; ovvio che ci si potesse confrontare, ma le decisioni finali dovevano toccare a me e nessun altro.
Stèfani accettò tutto e il primo “Fuori dal Mucchio” uscì nell’aprile 1996, assieme al n.219 del Mucchio. Quando il mensile divenne settimanale continuammo a pubblicarlo una volta al mese, affiancandogli presto una rubrica di una/due pagine con lo stesso titolo da inserire negli altri numeri (con il ritorno al mensile, nel 2005, restò solo la rubrica, di due/quattro pagine; gli inserti furono in tutto novanta). A causa della mia contemporanea collaborazione con Rumore, avevamo concordato che la gestione di “Fuori dal Mucchio” e tutto ciò che avrei scritto sarebbe stato firmato con lo pseudonimo Gianluca Picardi, cosa che andò avanti per circa due anni e mezzo (chi fosse interessato può leggere tutti i dettagli qui). Purtroppo, Stèfano Ronzani non riuscì a vedere nemmeno un numero del settimanale che aveva in buona parte contribuito a pianificare; stava male, molto male, e in agosto si arrese al tumore che lo divorava. Conoscendolo, giurerei che il mio ritorno al Mucchio fu voluto soprattutto da lui; consapevole di quale sarebbe stato il suo destino, credo desiderasse che, dopo la sua scoparsa, subentrassi al suo posto come persona quadrata e responsabile in grado di limitare i danni che Max avrebbe di sicuro commesso per impulsività, superficialità, protervia e discutibili convinzioni su come vada svolta la professione di direttore e/o giornalista. Mi auguro di essere stato all’altezza delle sue (di Ronzani, intendo) attese, benché debba ammettere che a volte mi sentivo come uno che volesse svuotare il mare con un secchiello; ogni mail che arrivava dalla direzione – la posta elettronica fu, per Stèfani, una manna dal cielo: gli consentiva di diffondere diktat evitando contraddittori a voce – poteva spalancare lungo il cammino baratri che poi altri – io e Daniela Federico, a seconda delle competenze – avrebbero dovuto riempire.
Nei tre anni successivi, com’era probabilmente inevitabile, il mio lavoro al giornale non si limitò a “Fuori dal Mucchio” (l’inserto mensile e la rubrica settimanale), ma si ampliò a recensioni, interviste, articoli e “peso” nelle scelte generali, specie dopo aver rinunciato all’uso dello pseudonimo. Alcune defezioni nello staff avevano creato una sorta di vuoto e Stèfani era meno attivo; ormai assodato che, per mille motivi non legati alla qualità, il Mucchio settimanale non avrebbe potuto ottenere i riscontri all’inizio auspicati, aveva perso interesse e si accontentava che “la macchina” procedesse senza grandi intoppi. Verso la fine del 1999 se ne uscì però con l’idea di un secondo inserto mensile, ricalcato pari-pari su “Fuori dal Mucchio”, da dedicare – disse – “alle ristampe”; “so già come chiamarlo”, aggiunse: “Classic Rock”. Osservai che rubare il nome alla rivista britannica che esisteva da circa un anno (l’edizione italiana era ben lungi dall’arrivare) sarebbe stato non solo scorretto ma pure illegale, e lui mi rispose che non gliene fregava nulla ma che, se volevo, potevo provare a inventarmi un nome di pari efficacia; non ci riuscii e quindi, obtorto collo, mi adeguai al “Classic Rock”. C’è un curioso retroscena, a tale proposito: prima che mi mettessi a elaborare i “dettagli” (come organizzare le sedici pagine, i nomi da dare ai vari spazi, eccetera), Stèfani mi disse di essere indeciso se affidare il nuovo inserto a me oppure a un altro collaboratore del quale non mi va di fare il nome, uno che al Mucchio era approdato da abbastanza poco e che a breve dal Mucchio sarebbe andato via; tempo un paio di giorni ebbi l’OK definitivo, ma questa strana incertezza – unita all’improvvisa uscita di scena, qualche mese dopo, del collaboratore di cui sopra – mi ha instillato un pensiero che finora non avevo mai avuto: e se l’idea di fare un inserto incentrato sul rock del passato non fosse stata di Stèfani, ma del tizio? Si spiegherebbero così sia l’esitazione su chi avrebbe dovuto governarlo, sia le dimissioni dell’altro; ci tengo però a precisare che di ciò non ho alcuna prova, è solo una teoria forse infondata. Il primo inserto “Classic Rock” fu pubblicato nel n.386 del Mucchio, uscito il 29 febbraio 2000. L’ultimo, il n.52, nel n.601 del 23 novembre 2004. Con il ritorno alla periodicità mensile sarebbe diventato solo una sequenza meno corposa di pagine, senza numerazione; avrebbe persino resistito alle mie dimissioni nel 2013.
Nella prossima puntata, sempre che intanto non inserisca qualche “postilla”, la vera storia del Mucchio Extra, il cui primo numero vide la luce nella primavera 2001. Con tutti i particolari che, di fatto, demoliranno senza possibilità di replica certe grottesche fantasie che, purtroppo, mi tocca periodicamente leggere.

(1) Shock!, la rivista mancata.
(2) Le (prime) dimissioni dal Mucchio.
(3) Il post-Mucchio e la nascita di Velvet.
(4) Velvet Story.
(5) La collaborazione con Rumore.

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Categorie: memorie | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Fuori dal Mucchio e Classic Rock

  1. Stefano

    Si in effetti anche nel giornalismo sportivo ho sentito di interviste acchittate alla peggio maniera, altro che registratore, c’entra anche poco ma tant’è.
    Grazie per lo spazio comunque

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