Velvet Story (1988-1992)

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.
Ma come andò? (4)
Come scritto nella puntata precedente, il primo numero di Velvet uscì regolarmente, all’inizio-inizio di ottobre, con una tiratura mostruosa (33.000 copie; così aveva suggerito il distributore) e una copertina che all’epoca ci era parsa geniale ma che, con il senno di poi, devo per forza definire “un errore”: sotto la testata, solo un grande “1” circondato dagli strilli relativi agli argomenti trattati e dai cognomi dei componenti dello staff. Perché i nostri cognomi? Non per atteggiarsi, ma per far sapere da chi era fatto il giornale a quanti seguivano il piccolo mondo della critica musicale. Perché non una foto di qualche band o solista? Semplice (e sciocco): non volevamo in alcun modo “caratterizzare” la rivista con un artista “classico” o di attualità, e quindi optammo per qualcosa di neutrale, che costringesse il possibile acquirente – all’epoca, prima che Internet sconvolgesse il mondo dell’informazione, la gente andava nelle frequentatissime edicole, si informava su cosa era uscito, sfogliava, leggiucchiava – ad approfondire quel nuovo mensile. Concettualmente giustissimo, ma in realtà fu una madornale fesseria; nelle nostre menti, le pubblicazioni musicali “alternative” – Il Mucchio, Rockerilla, L’ultimo buscadero… – erano acquistate solo da persone attentissime, interessate ai contenuti e non al “contorno”. A breve, sulla nostra pelle, scoprimmo invece l’esistenza di un’alta quota di fruitori – distratti, superficiali, casuali – che subiva il fascino delle copertine dal forte impatto estetico e non notava quelle meno appariscenti; inoltre, pagammo lo scotto dell’essere ancora sconosciuti e di non poterci permettere una costosa campagna promozionale, con il risultato che una parte delle copie stampate rimase in pratica nei magazzini del distributore.
E il nostro principale concorrente al quale volevamo fare le scarpe, il Mucchio? A ottobre uscì con una buona settimana di ritardo e con uno staff in larghissima parte diverso, ma con un enorme vantaggio (a noi noto) che speravamo sarebbe stato meno determinante: un allegato di cinquantasei pagine scritto (in precedenza) da uno dei “nostri”, Massimo Cotto, e dedicato a uno dei gruppi più popolari dell’epoca, gli U2. La presenza del fascicolo extra comportava naturalmente la cellophanatura e il n.129 del Mucchio fu acquistato senza poterci guardare “dentro” e, quindi, senza possibilità di accorgersi dell’avvenuta rivoluzione. Ragionandoci a freddo, quest’ultimo aspetto non ebbe grande influenza; apprendemmo infatti mese dopo mese di come molti lettori non si fossero neppure accorti che i tre quarti dei collaboratori non c’erano più. Fu una lezione durissima e molto importante per il prosieguo della mia attività, non solo in relazione a Velvet: capii, insomma, che a quella dei veri aficionados corrispondeva una schiera almeno altrettanto fitta di, come dire?, “svagati”, che non si curavano delle firme in calce agli articoli né si preoccupavano di questioni (secondo noi) vitali come, ad esempio, la coerenza con ciò che si era affermato in passato o la giustificazione dell’eventuale, sopraggiunta incoerenza.Il n.1 vendette quasi 12.000 copie: in assoluto non male, ma troppo poche rispetto all’elevata tiratura e alle nostre aspettative/speranze. Il Mucchio dello stesso mese ebbe invece – comprensibilmente – un successo pazzesco, cosa che rallentò l’auspicato (da noi) calo dei lettori; anzi, il supplemento sugli U2 fece molto probabilmente scoprire la rivista a un pubblico vergine, che nulla sapeva del Mucchio “di prima”. Non potemmo che prendere atto della situazione – immediatamente chiara: Parrini, il distributore, forniva attendibili proiezioni di vendita – e andare avanti per la nostra strada, con la consapevolezza che con il Mucchio avremmo dovuto fare i conti a lungo, se non per sempre. Però, ecco, alla fine andava bene così; il nostro piano, per il quale ci sentivamo anche un minimo in colpa, era fallito, ma alla fine non era morto nessuno, noi avevamo la nostra rivista e Stèfani aveva la sua. Meglio rimboccarsi le maniche e procedere puntando alla qualità, soprattutto senza faide; non a caso, nel nostro editoriale di presentazione non si parlava direttamente o indirettamente del Mucchio. Accadde però che nel numero di novembre, una volta assorbito lo shock, Stèfani pubblicò un editoriale un po’ stronzo; non dico che avere il dente avvelenato non fosse legittimo, ma un simile travisamento dei fatti e delle motivazioni che avevano causato lo scisma, unito ai toni ipocriti, ci fece cambiare idea. La colonnina del Mucchio, scritta di sicuro da Stèfani e poi tradotta in italiano da qualcun altro, si intitolava “Glasnost”, termine russo molto in voga in quel periodo pre-caduta del Muro e di tutto il resto, che vuol dire “trasparenza”. Trasparenza un cazzo, scusate il francesismo; a dicembre, nel n.3, ci toccò così rispondere con un’altra colonnina che (ovviamente) aveva per titolo una seconda parola russa ai tempi gettonatissima, “Perestrojka” (“ricostruzione”, “ristrutturazione”), nella quale venivano smentite con considerazioni inattaccabili tutte le menzogne.
A dicembre (n.131), nella pagina della posta del Mucchio, apparve poi una vignetta presa da “Tex” e diretta a noi, alla quale avremmo risposto ironicamente a febbraio (n.5) con un’altra sempre da “Tex” e con il testo modificato ad hoc (alla Bonelli, per fortuna, non se ne accorsero, o decisero di lasciar correre).Nel frattempo, a gennaio (n.4) avevamo pubblicato una lettera (autentica) che suggeriva una divertente serie di significati per la ESSEDIEMME, la nostra società editrice, mentre a febbraio (n.138) il Mucchio tirò fuori un’altra vignetta da “Tex”, questa volta distensiva (come a dire “ok, facciamola finita”), alla quale nel n.7 (aprile) replicammo – fu l’ultima volta – con un disegnino contenuto nella busta interna di Make Them Die Slowly dei White Zombie… e, sì, la scelta aveva una chiave di lettura esplicita (il “messaggio” della vignetta) e una implicita (il titolo del disco da cui essa proveniva). Fu interamente farina del mio sacco ed era magari un minimo esagerata, ma avendo improntato un’intera esistenza alla sincerità, non ho mai tollerato insinuazioni – specie se di bassissima lega – sulla mia onestà intellettuale. Purtroppo, il mondo pullula di gente priva di principi che “se la canta e se la suona” a seconda delle sue convenienze.
La storia di “Velvet” fu piuttosto travagliata. Le vendite non erano poi così pessime (attorno alle diecimila copie: oggi si ucciderebbe, per cifre simili), ma le spese erano ingenti e la pubblicità esigua, cosa che erodeva il nostro capitale sociale. Nel frattempo Maurizio Bianchini, che si era di fatto quasi tirato fuori perché coinvolto in altri lavori più di prestigio e remunerativi, aveva voluto cedere parte delle sue quote, e nella ESSEDIEMME erano subentrati Ermanno Labianca e uno dei proprietari del negozio di dischi Disfunzioni Musicali, Gianni Gabrieli. Nel n.16 del gennaio 1990, contestualmente a qualche modifica nella gestione dei contenuti (sempre però lasciando al centro del giornale le recensioni, in un inserto di sedici pagine di carta diversa eventualmente estraibile e rilegabile: una grande idea di Eddy), venne inoltre ufficializzato nel tamburino il ruolo di direttore unico che di fatto ricoprivo dall’inizio. Il 1990 fu caratterizzato da una certa vivacità, con i numeri di febbraio e marzo in parte dedicati ai “cento dischi degli anni ‘80” (il lungo articolo che funse da base per il nostro primo e unico supplemento uscito a giugno, “Velvet Gallery”, con i nostri 333 album imperdibili del rock dai ’50 agli ’80) e una bella serie di articoli e copertine. La riduzione della tiratura richiesta dal distributore e da noi avallata per contenere le spese portò però – quasi inevitabile – al calo delle vendite, fissatesi tra le ottomila e le novemila copie. In base ai miei calcoli, il capitale residuo e gli introiti che intanto sarebbero arrivati avrebbero coperto tutti i debiti strumentali (fotocomposizione, tipografia, staff) solo fino al numero di novembre, e dunque comunicai ai soci che per andare avanti sarebbe stato indispensabile immettere altro denaro, perché essendo amministratore non volevo assolutamente rischiare il fallimento. Quasi nessuno poteva però permettersi un ulteriore esborso e così non ci fu altra soluzione che stabilire la chiusura con il n.26, del novembre 1990, con i Mano Negra in copertina. Non la annunciammo all’interno del giornale perché si sperava in una specie di miracolo: se avessimo scritto “ultimo numero”, una eventuale ripartenza sarebbe stata penalizzata, perché i lettori non avrebbero mai cercato nelle edicole il n.27.Il “miracolo” in qualche modo avvenne, ma per me fu un’altra cocentissima delusione, questa volta umana. Quando ormai era ovvio che non avremmo potuto approntare in tempo utile il numero di dicembre, Bianchini se ne uscì con la rivelazione che da vari mesi stava trattando la possibile cessione di Velvet a non bene identificati investitori legati al Partito Socialista, interessato – fu detto – ad avere una rivista per giovani nella scuderia dei periodici “amici”. Il solo problema era che questi investitori, che avrebbero operato una campagna di rilancio ottenendo inserzioni e aiuti di vario genere da una importante società di raccolta della pubblicità, volevano acquisire le quote della ESSEDIEMME senza sborsare una lira, promettendo in cambio di mantenere nella rivista tutti i collaboratori e gli ex soci. Mi trovai così in una brutta posizione: ero incazzato nero con Bianchini, che per essere il comandante della nuova gestione non mi aveva reso partecipe a tempo debito delle sue manovre, impedendo così la trattativa certo più favorevole che sarebbe stata possibile con la rivista ancora “aperta”; Eddy, Ermanno e Gianni erano invece incazzati con me perché, avendo chiarito subito che non avrei ceduto gratis le mie quote, in pratica sarei stato “il boia” di Velvet. Forte della mia carica di amministratore, oltre che di possessore del 40% della società, affrontai così un breve negoziato dal quale uscii in parte vincitore: lasciai l’amministrazione, ovvio, ma mantenni il 10% della ESSEDIEMME, ottenendo dieci milioni di lire per la cessione del rimanente 30%.
Il resto della vita editoriale di Velvet fu decisamente un gran casino. Gli investitori mantennero le promesse (ci fu persino una campagna promozionale con enormi “manifesti” sulle fiancate degli autobus di Roma, Milano e altre città), Bianchini rimase direttore responsabile ma smise di fatto di dirigere dopo un paio di numeri, io ebbi una qualifica equivalente a quella di redattore e mi limitai a scrivere di quello che mi veniva richiesto o che proponevo. La cura del giornale era nelle mani di Eddy, Marco De Dominicis e Roberto Giannotti, un bravo “organizzatore” suggerito dagli investitori, e gli otto numeri realizzati vennero fuori proprio bene. Non ci fu purtroppo l’auspicato aumento di vendite e così nel novembre del 1991 Velvet cambiò ancora, con uno stravagante progetto – seguito sempre dal triumvirato di cui sopra – dal quale mi dissociai; uscì un unico numero (senza di me) con un’assurda copertina nella quale una tizia pressoché nuda mangiava una merendina. A dicembre arrivò l’ennesima e conclusiva metamorfosi. Il sottotitolo fu trasformato in “Il ReCensore” e la rivista, sotto la direzione di Maurizio Favot, venne dedicata esclusivamente a recensioni (dischi, film, concerti, libri, fumetti, altro); ne furono pubblicati in tutto sei numeri fino al maggio del 1992 (si saltò gennaio, probabilmente perché dicembre era uscito molto in ritardo a causa della ristrutturazione) e poi l’agonia terminò con la definitiva dipartita. L’ultimo mio pezzo apparve sul numero di aprile perché avevo già cominciato a collaborare con una nuova rivista fondata dall’amico Claudio Sorge, Rumore. Ve ne parlerò più avanti.

(1) Shock!, la rivista mancata.
(2) Le (prime) dimissioni dal Mucchio.
(3) Il post-Mucchio e la nascita di Velvet.

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Categorie: memorie | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “Velvet Story (1988-1992)

  1. Renzo

    Ciao Federico, finalmente dopo 30 anni ho scoperto le cause della fine della mia rivista musicale preferita (sino a fine 91 ovvio); una summa del meglio del passato editoriale (Mucchio e Rockerilla) e del futuro (Rumore). Non è casuale che molte firme ricorrano su le varie testate. Nel dicembre 91 visto il ritardo dell’uscita della rivista telefonai alla redazione per informazioni. Rispondesti tu Federico amareggiato e deluso dai tuoi colleghi/amici ma non fosti molto preciso sulle cause giustamente. Con affetto e gratitudine un abbraccio Renzo.

    • Grazie, Renzo. Ero ovviamente amareggiato, ma certo non potevo raccontare certi retroscena… retroscena che ho impiegato anni se non decenni a capire e metabolizzare. Un abbraccio a te!

  2. Alessandro

    Grazie per questi retroscena molto interessanti. Avendo vissuto (secondo me) l’epoca d’oro di un certo interesse verso la musica, ovvero la seconda metà degli anni ‘90/primi 2000, ho (erroneamente) sempre dato per scontato riviste, negozi e artisti: con queste tue “memorie” mi rendo conto solo ora delle difficoltà e dei sacrifici fatti da molte “firme”.

  3. Paolo Backstreet Iglina

    La pubblicità usci anche su parecchi autobus di Genova, lo ricordo perchè leggevo Velvet e facevo l’università in quella città.
    Successe per due mesi: il numero con i Dee-Lite e quello con Pelù.

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