Mucchio: le prime dimissioni

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.

Ma come andò? (2)
Come ben sa chi ha letto la prima puntata, dal febbraio 1983 Il Mucchio soppresse lo spazio “Shock!” dedicato alle nuove tendenze integrandone i contenuti nella rivista, per non rimarcare – e, anzi, cercare di eliminare – le divisioni esistenti tra i lettori interessati solo al “classico” e quelli votati al “moderno”. Il problema era serio e non a caso, nel n.52 del maggio 1982, era stato pubblicato – fuori da “Shock!” – un articolo da una pagina volto a spiegare quanto fosse sciocco che i vecchi appassionati schifassero in automatico tutta o quasi la musica del presente, comprese band quali Fleshtones, Human Switchboard, X, Alley Cats o Gun Club. Per ragioni più che ovvie, il pezzo in questione era cofirmato da me e Stèfani, ma a scriverlo ero stato io; l’unico contributo del Direttore era stata l’aggiunta di un “The”, con conseguente effetto comico, al titolo “Rock goes on”. In quel periodo, Max aveva preso la strana abitudine di seminare “The” un po’ ovunque, anche nei nomi di gruppi che in realtà non l’avevano (si veda il “THE X” della copertina del n.60), un po’ come faceva con foto e disegni di donnine discinte.Il rinnovamento comportò graduali riforme nella gestione del giornale. Al di là delle qualifiche a volte curiose scritte nel tamburino, dal febbraio 1983 alla fine del 1985 andò grossomodo così: Stèfani si occupava dell’amministrazione della società editrice (la Lakota Srl), manteneva contatti con alcuni collaboratori, raccoglieva proposte, dettava legge sulle copertine (accettando peraltro suggerimenti) e impaginava (Linda Robinson, l’Art Director accreditato nel tamburino, non esisteva); Maurizio Bianchini organizzava tutto il settore extramusicale e saltuariamente dava input per quello musicale; io, invece, scrivevo di quello che mi pareva, curavo autonomamente la musica “nuova” e affiancavo Max per quella “vecchia”, coordinavo il resto dello staff e svolgevo compiti pratici (dalla prima revisione delle bozze e degli impaginati alla rappresentanza della rivista, dai rapporti con le case discografiche alla ricerca delle foto e degli inserzionisti pubblicitari). Nulla di troppo rigido, comunque: eccettuati occasionali scazzi (ne ricordo alcuni legati alla scelta – indovinate di chi – di mettere in copertina artisti famosi anche se all’interno non c’era nemmeno un trafiletto su di loro), il clima era sereno e quindi si dialogava un po’ su tutto, arrivando poi alla soluzione che ci pareva migliore. Del resto Il Mucchio era in crescita sotto ogni profilo, l’inserimento del colore ci aveva resi in qualche modo più “ufficiali” e influenti, le vendite aumentavano, il materiale di qualità pubblicato pure. Nonostante gli otto anni e mezzo di differenza (lui del 1951, io del 1960), con Stèfani andavo d’accordo, benché lui soffrisse il mio essere estremamente meticoloso oltre che intransigente verso tutto ciò che ritenevo sbagliato, come il rimettere in discussione sulla base dell’umore del momento cose abbondantemente definite se non già portate a termine. Un esempio? La “famosa” copertina ai Litfiba del marzo 1985 che all’ultimo minuto stava per saltare perché la sera prima Max aveva probabilmente parlato con chissà quale idiota che gli aveva fatto venire dei dubbi; c’erano in ballo un’anteprima esclusiva, un servizio fotografico di Luciano Viti per il quale il gruppo era sceso apposta a Roma e un accordo pubblicitario di un anno già firmato con l’IRA, e quindi mi toccò fare il diavolo a quattro per scongiurare casini (nonché recarmi in tipografia quando il numero era in procinto di andare in stampa per essere sicuro che, alle mie spalle, non fossero state apportate variazioni). Però, anche se ai suoi occhi ero un rompicoglioni patentato, Max sapeva che il più delle volte era meglio fidarsi e lasciarmi fare. Quando i troppi altri impegni lavorativi cominciarono a rendere Bianchini sempre meno presente, dal 1986 mi venne così affidato il ruolo di caporedattore, con il suggello di “lettere di incarico” nelle quali erano specificati i miei compiti e una retribuzione che, a leggerla adesso (potete farlo anche voi, ho scansionato apposta quella relativa al 1987), mi fa sobbalzare per quanto era elevata (e, no, al tempo la Lakota non percepiva alcun contributo statale). Non ho prove di quanto affermo e quindi vi dovrete accontentare della mia parola, ma Max diceva spesso che presto mi avrebbe affidato la direzione anche formale del Mucchio, in modo da potersi preoccupare unicamente delle faccende economiche e dei suoi altri interessi (tennis e donne quelli “storici”, i cavalli la new entry di quegli anni). E magari lanciare altre testate, come aveva da poco fatto con “Chitarre”.
Cosa accadde, allora? Beh, Max si innamorò e all’inizio del 1987 ebbe la brillante idea di affiancarmi la sua compagna come segretaria di redazione, naturalmente senza chiedermi prima cosa ne pensassi. Non la presi bene. Non perché avessi riserve sulle capacità di Bianca, che si rivelò da subito professionista esemplare e persona piacevolissima, ma per altri due motivi: il primo, che al Mucchio non c’era alcun reale bisogno di una segretaria di redazione e che le sue mansioni si sarebbero inevitabilmente intrecciate con le mie creando inutile confusione; il secondo, che mi sembrava bizzarro lavorare fianco a fianco – le nostre scrivanie si fronteggiavano – con la partner del mio capo (l’influenza delle relazioni sentimentali di Max sulla linea editoriale del giornale è tra l’altro un argomento interessante, che meriterebbe sviluppo a sé; chissà…). Devo ammetterlo: a distanza di decenni, non ho ancora capito se l’idea che mi ero fatto, ovvero che Bianca fosse stata assunta non per aiutarmi ma per “controllarmi” e più avanti sostituirmi, fosse fondata oppure no. Forse era solo un mio immotivato timore: probabile che lei non mirasse alla mia poltrona (non era, del resto, un’esperta di musica) e che Stèfani volesse solo avere un “paracadute”, dato che in effetti una marea di cose erano seguite unicamente da me e se all’improvviso mi fosse capitato qualcosa lui avrebbe avuto da patire. Nei mesi seguenti mi sentivo dunque osservato e “minacciato”. La mia lettera d’incarico si rinnovava di anno in anno, ma se Max avesse voluto cacciarmi da un giorno all’altro avrebbe potuto farlo, seppure rimettendoci dei soldi. Chiesi allora garanzie, traducibili in due opzioni: acquistare quote della Lakota o essere assunto come dipendente. Ricevetti un doppio no, e questo mi persuase che a pensar male si fa peccato ma molto spesso si ha ragione: non mi si voleva avere ancor più tra le palle, e men che mai come socio con accesso ai libri contabili e ai bilanci. In compenso, mi giunse una proposta diversa: una nuova lettera d’incarico per il 1988 con il compenso aumentato di un milione al mese. Pur sapendo che mai e poi mai avrei trovato un’altra sistemazione anche solo lontanamente all’altezza di quella offertami, ero troppo ferito e deluso per rimanere. Mi dissi che non avrei certo avuto difficoltà a continuare a scrivere di musica (avevo già “AudioReview”, e non appena raccontati i fatti Claudio Sorge e Beppe Badino mi accolsero a “Rockerilla” a braccia aperte), che avrei potuto trovare sbocchi importanti in RAI (e infatti…), che non sarebbe stato male concludere gli studi di Giurisprudenza, e poi chissà. Avevo ventisette anni ed ero un idealista, una combinazione micidiale. Tutti i collaboratori mi invitarono a ripensarci, erano cari amici e più d’uno era al Mucchio grazie a me, ma ormai il dado era tratto. Qualcuno mi disse “allora me ne vado anch’io”, ma gli consigliai di non fare fesserie e rimanere.
Dopo avere inviato in tipografia il n.119, di dicembre, consegnai a Max per il n.120 una mia recensione di Moonshiner dei Boohoos che non avevo inserito perché l’album sarebbe uscito a gennaio. Il disco era favoloso e feci promettere al mio ormai ex direttore che la recensione – chiusa dalla frase “dopo Moonshiner, soltanto il diluvio” – sarebbe stata la prima della sequenza, quella a tutta pagina e corredata di fotografia. Inutile dire che si rimangiò la parola data e la mise per seconda, fornendomi in seguito giustificazioni fumose ma chiedendomi se avessi voluto dargli la mia “Top 10” del 1987 per il numero di marzo (lo feci). Intanto, avevo cominciato una nuova vita, e anche se non pensavo affatto a metter su un altro giornale il futuro sembrava tanto splendente da dover indossare gli occhiali da sole, per citare i Timbuk 3. Se oggi ripenso a come ho vissuto il 1988, l’immagine che si forma nella mia mente è quella di un ottovolante, perché… (il seguito alla prossima puntata).

(1) Shock!, la rivista mancata.

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Categorie: memorie | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Mucchio: le prime dimissioni

  1. Orlandini Stefano

    Vecchio e appassionato lettore del mucchio. Cominciai col n. 33 (mi pare canned heat in copertina) e smisi intorno al 90. Appuntamento imperdibile. I miei preferiti: bianchini e in seguito Blue Bottazzi
    Ma se ancora sento e risento il vecchio punk californiano il merito è tuo.

  2. Gian Luigi Bona

    Molto interessante ! Ieggere i retroscena della tua vita professionale è come ripassare la mia. Un po’ perché siamo quasi coetanei (sono del 1961) e perché il Mucchio in generale e i tuoi articoli in particolare hanno sono stati sempre presenti nella mia vita. Mi raccomando continua !
    Ciao

  3. Alessandro

    Grande Federico! Leggo con piacere le tue riflessioni/resoconti strettamente musicali ma devo ammettere che le tue “memorie” metamusicali sono ancor più avvincenti (mi riferisco anche al pezzo su Blow Up di maggio relativo a Genesis P-Orridge e i TG).
    Rimpiango sempre più quando correvo in edicola a comprare Rumore e il Mucchio (compreso Extra) per scoprire nuovi mondi ancora inesplorati.

  4. Giovanni Remo

    Bello!

  5. Rusty

    Acquistai il primo Mucchio nel gennaio 1988 in un’edicola in via Irnerio a Bologna, solo perché vidi il faccione di Robbie Robertson sparato a tutta pagina. C’era una bella comunità di gente attorno a quella rivista e leggere i retroscena dopo oltre 30 anni è molto istruttivo, oltre che divertente. Ad esempio la cialtronaggine (detto con simpatia) del direttore non traspariva, sicuramente non come certi strafalcioni sintattici. Attendo le successive puntate, come nemmeno una serie su Netflix!

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