Toyah (1980-1981)

In Italia le sue gesta di musicista, attrice e parecchio altro non hanno da un tot grande eco, e molti appassionati conoscono Toyah Willcox in quanto moglie – dal 1986 – di Robert Fripp. Nei primi anni ’80, quando era a tutti gli effetti parte del panorama post-punk/new wave, l’artista britannica – molto popolare in patria – godeva però di buone attenzioni anche sulla nostra stampa specializzata, grazie a dischi che oggi risultano un po’ datati ma che all’epoca suonavano freschi, originali, interessanti. In due anni recensii tre suoi LP e le feci addirittura un’intervista faccia a faccia, come documentato dalla foto che ci ritrae assieme.

The Blue Meaning
(Safari)
A breve distanza da Sheep Farming In Barnet, Toyah Willcox e la sua band hanno sfornato un altro ottimo LP, con il quale la cantante e compositrice conferma le sue doti e inserirsi con pieno merito nella schiera delle più tenebrose sacerdotesse del nuovo rock, alla pari di Siouxsie e Nina Hagen. Accompagnata da una formazione piuttosto standard (chitarra, basso, tastiere e batteria), in grado però di far risaltare al meglio le sue grandi qualità vocali, in The Blue Meaning Toyah propone altri dieci brani estremamente significativi e interessanti: le atmosfere sono spesso cupe e spettrali e pur non raggiungendo la glacialità di certe composizioni di Siouxsie riescono forse a colpire interiormente in modo ancor piu diretto. Il singolo si chiama Ieya ed è una lunga canzone basata su una ritmica martellante e un canto sempre diverso e ugualmente affascinante. Spaced Walking è una nenia demoniaca segnata da un’incredibile voce in falsetto, Ghost Mummies e Vision sono rock’n’roll veloci e piacevoli, la solenne She riesce quasi a impaurire con le sue trame forse anche troppo raggelanti, e tutti gli altri brani seguono la linea di un rock underground veramente personale ed efficace. Toyah è insomma un personaggio da conoscere, e le sue canzoni costituiranno una piacevole sorpresa per tutti coloro che vorranno ascollarle; se poi nella vostra collezione ci sono già The Scream e Unbehagen, allora The Blue Meaning non può assolutamente mancare.
(da Il Mucchio Selvaggio n.34 del novembre 1980)

Toyah! Toyah! Toyah!
(Safari)
Anche per Toyah Willcox e la sua band, dopo le ottime prove in studio di Sheep Farming In Barnet e The Blue Meaning, è arrivato il momento del disco dal vivo. Toyah! Toyah! Toyah! cattura il gruppo in un concerto tenutosi al Lafayette Club di Wolverhampton: Victims Of The Riddle, Love Is, Bird In Flight, Danced, la stupenda Ieya e altri validi episodi si susseguono con le loro sonorità nella maggior parte dei casi tenebrose e con la voce che si modella su di esse cambiando più volte intonazione. Le atmosfere che si respirano in questo album sono veramente particolari, e con esso Toyah si impone definitivamente come una delle figure più interessanti del nuovo rock inglese
(da Il Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981)

Anthem
(Safari)
Toyah Willcox e senza dubbio un personaggio da seguire con attenzione, considerata la sua grande capacità di sfornare ottimi album, per giunta a breve distanza di tempo l’uno dall’altro. Anthem è il quarto 33 giri della singolare artista inglese, e il primo con la nuova line-up. Accanto a lei è comunque rimasto il fido chitarrista Joel Bogen, da sempre autore di quasi tutte le musiche che costituiscono il background più adatto alle liriche surreali di Toyah, anche in questo LP piuttosto fosche e originali.
Anthem si presenta con una veste grafica assai lussuosa e l’inserto interno contiene numerosi riferimenti alla cultura egiziana, una delle più intrise di fascino misterioso. Le canzoni sono per lo più lente nelle ritmiche e piuttosto scarne e rarefatte nelle atmosfere, ma sono sempre ricche di attrattive; la voce presenta come al solito infinite sfaccettature timbriche. risultando diversa in ogni brano. Dal punto di vista compositivo mi sembra però di scorgere una pur lieve flessione della potenza espressiva che caratterizza i dischi precedenti; episodi da valorizzare, ovviamente, ce ne sono, come I Want To Be Free (che ricorda molto lo stile di Hazel O’Connor. la bravissima interprete di Breaking GIass), la nervosa Obsolete, It’s A Mystery, la solenne We Are. Anthem merita in ogni caso un giudizio più che positivo, vista la piacevolezza con cui si fa ascoltare e il modo in cui immerge in un mondo nuovo, ignoto, fatto di sogni e fantasia.
(da Il Mucchio Selvaggio n.43 del luglio/agosto 1981)

L’intervista
Di Toyah Willcox dovreste sapere già tutto e perciò è inutile dilungarsi sulla sua storia di ragazza che in breve tempo è passata dall’anonimato alla notorietà internazionale. Lasciamo che sia lei a parlare, lei ed i suoi quattro bellissimi album: Sheep Farming In Barnet, The Blue Meaning, Toyah! Toyah! Toyah! e Anthem.
Parliamo del tuoi testi. Cosa vuoi esprimere?
Non voglio dire nulla di specifico. Scrivo quello che sento in un dato momento, non penso consciamente di sfruttare un determinato soggetto. Scrivo la prima cosa che mi passa per la mente. C’è un messaggio nelle mie canzoni, ma non saprei dire di che messaggio si tratta, perché la gente deve trovarselo da sola. Non c’è politica nelle mie parole, sono solo visioni della vita; penso che solo i fan, i veri fan, comprendano il messaggio; la maggior parte della gente che compra il disco è interessata alla musica e non ascolta neanche ì testi. Non voglio dire quale sia il messaggio perché la gente non vuole saperlo, non lo capisce…
La tua musica dà strane sensazioni, come quella di essere avvolti in un’atmosfera misteriosa.
Cerco di non scrivere riguardo ad argomenti scontati, cerco di dare emozioni attraverso le mie canzoni; cerco di descrivere emozioni nel modo in cui chi ascolta vorrebbe riceverle. Quando andiamo in studio, non abbiamo ancora idea di ciò che faremo per ottenere questo risultato, andiamo e scriviamo là; non passiamo settimane e settimane a comporre canzoni per poi registrarle, le scriviamo e le registriamo quasi nello stesso tempo. Cosi c’è un’incredibi1e freschezza, e le composizioni risultano molto più spontanee.
Nell’album dal vivo, infatti, non ci sono molte differenze rispetto ai dischi in studio.
Quando siamo in tour non cerchiamo di riprodurre esattamente le versioni di studio, ma di mìgliorarle. Dal vivo puntiamo a dare una bella immagine, a mantenere l’atmosfera elettrica, a fare un vero spettacolo.
Come hai avviato la tua carriera?
Fin da bambina ho sempre voluto cantare e recitare, ero affascinata da1l’idea della rockstar o della grande attrice. Crescendo, le mie ambizioni sono diventate più profonde, volevo diventare famosa. Tutto è stato molto spontaneo, naturale.
Negli ultimi tre anni hai pubblicato quattro album e parecchi 45 giri, oltre a prendere parte a numerosi film. Non pensi sia troppo 1avoro?
Non penso sia una questione di eccessivo lavoro, semmai di troppa esposizione agli occhi del pubblico. Il mio più grande timore e essere troppo sui giornali. Del resto in Inghilterra siamo talmente che siamo obbligati a realizzare continuamente dischi. Da noi un 45 giri entra nelle classifiche in poche settimane, ma ne esce altrettanto velocemente. Gli artisti al top devono produrre almeno quattro singoli ogni anno.
Le differenze tra i tuoi dischi?
Sheep Farming In Barnet è semplice, musica non ancora molto sviluppata, contiene le prime canzoni che ho scritto nella mia vita: non mi piace come è stato prodotto e i testi sono troppo strani, non si capiscono nemmeno troppe immagini figurate. The Blue Meaning è un disco molto cupo, direi quasi paranoico. Anthem ha forse i più bei testi che abbia mai scritto finora, perché parlano della mia crescita, di quello che sentivo all’epoca della scuola, di quello che sento adesso; è il primo disco che ho fatto per il pubblico e non per me stessa ed è anche il mio lavoro meglio prodotto, l’unico in cui mi rendevo davvero conto di ciò che stavo facendo.
Qual è il significato della copertina di The Blue Meaning?
“Blue” può essere inteso nel senso pornografico o nel senso depressivo del termine. La copertina vuole simboleggiare la donna sottomessa all’uomo e il suo desiderio di ribellione.
E quella di Anthem?
Vorrebbe raffigurare l’affermamazione della donna sull’uomo; sullo sfondo ci sono tante altre piccole donne alate e ognuna ha ucciso un uomo. Ma poi tutte si rendono conto che aver ucciso tutti gli uomini significa l’estinzione della razza.
Si direbbe che tu abbia qualcosa contro gli uomini.
Oh, no, ma mi rendo conto di vivere in un mondo sciovinista, e voglio ricordare a tutti quelli che mi stanno attorno che so stare in piedi da sola. Con quella copertina voglio rappresentare l’indipendenza.
In Jubilee di Derek Jarman mterpretavi una femminista…
Sì, è stato il primo film che ho fatto, ma ho scelto quella parte perché mi identificavo nel carattere un po’ matto del personaggio e non perché era una femminista. A quel tempo ero appena uscita dalla scuola, non sapevo nulla della vita e non avevo certo idee chiare sul femminismo.
Gran Bretagna a parte, in che paesi sei più popolare?
Un po’ dappertutto: Germania, Svezia, Norvegia, Olanda, Giappone, Australia, Nuova Zelanda…
E negli Stati Uniti?
Lì sono molto più nota come attrice, ma a livello musicale sono considerata “underground”, per ora. Comunque ho registrato alcuni videotape che sono stati trasmessi dalle più importanti stazioni TV statunitensi, e adesso dovremmo firmare un contratto discografico. Comunque gli USA non sono il mio principale interesse, il paese non mi piace molto.
Quali sono i tuoi artisti preferiti?
Human League, Teardrop Explodes, Fad Gadget, David Bowie, Eno… Mi piace poi molto la nuova musica elettronica, tipo Orchestral Manoeuvres In The Dark e Depeche Mode. Anche i Bow Wow Wow non sono male, ma non credo molto in Malcolm McLaren, visto il modo in cui manipola le band.
Come mai cambi cosi spesso i musicisti che ti accompagnano?
Non faccio firmare contratti, preferisco che chi collabora con me sia libero di decidere quel che vuole; non mi piace avere nella mia band persone scontente di quello che fanno. Il mio nuovo organico, quello di Anthem, è composto esclusivamente da professionisti, ma sono tutti liberi. La scorsa settimana il batterista ci ha lasciati per andare a suonare con i Saxon.
Pensi di venire presto in tour in Italia?
Si, a dicembre sarò a Bologna e Milano, e l’anno prossimo tornerò per un tour più lungo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.47 del dicembre 1981)

Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 2 commenti

Navigazione articolo

2 pensieri su “Toyah (1980-1981)

  1. Gennaro Garramone

    osservandola e scoprendo i suoi pensieri non faccio fatica a capire come fripp abbia perso la testa…!

  2. Anonimo

    Non possiedo nulla di Toyah, mi ricordo una sua partecipazione ad un telefilm poliziesco (o qualcosa di simile) e forse – non sono così sicuro – di una campagna contro di lei montata da una parte della stampa inglese. Ma forse mi sbaglio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: