Rock These Ancient Ruins

Al momento il maledetto virus domina le nostre giornate e in molti, troppi casi le rende purtroppo luttuose, ma i progetti varati ben prima che ci trovassimo a fronteggiare una situazione da romanzo distopico vedono comunque la luce. Ad esempio, questo LP (sì, solo vinile, molto curato e con artwork notevolissimo) nato da un’idea e dalla costanza di Lorenzo Canevacci, famoso per essere stato il chitarrista dei Bloody Riot ma da ormai quarant’anni sempre musicalmente attivo (da un bel po’ guida i Wendy?), affiancato da Simone Lucciola. Si tratta di una raccolta con quattordici brani-bomba di altrettanti artisti di area rock (rock per davvero, intendo), pressoché tutti contemporanei (anche se un paio di incisioni provengono dal passato), ovvero Alex Dissuader, Alieni, Beats Me, Blood ’77, Cyclone, Ferox, Human Race, Idol Lips, Mad Rollers, Plutonium Baby, Queen Kong, Taxi, Tigers In Furs e ovviamente Wendy?. I marchi sono quelli di Area Pirata e Surfin’ Ki e sono stato molto contento di scriverne una sorta di “prefazione” che potete leggere qui sotto.
La si può ascoltare interamente in streaming oppure acquistare (vinile o file) cliccando qui.
In giorni ormai parecchio lontani, i dischi con brani di più artisti erano un diffusissimo strumento promozionale per il catalogo di un’etichetta, per una scena musicale specifica, per quanto accadeva in una determinata città o zona; e poi, prescindendo dalla disomogenità qualitativa dei contenuti e dalle vendite poco rilevanti, una compilation significava anche aggregazione, sulla scia dell’infervorato “if the kids are united” eccetera eccetera di Jimmy Pursey. Questo in epoche in cui l’ascolto era imprescindibilmente legato a un oggetto, perché da quando Internet regna sovrano le raccolte sono di fatto divenute playlist e quelle in vinile, cassetta o CD sono pressoché scomparse.
Rock These Ancient Ruins è un’antologia vecchio stile. Un po’ la nostalgia (canaglia) c’entra, perché negarlo?, ma le principali chiavi di lettura del progetto sono altre. In primis, il desiderio di proporre un biglietto da visita del panorama rock romano – rock autentico – di questo periodo, vitale e vivace benché l’immagine pubblica della Capitale sia oggi in una canzone d’autore nel complesso molto meno “alta” di come viene reclamizzata e nella desolante ondata trap. Poi, l’aggancio al mini-festival “Raw Rock’n’Roll”, ideato nel 2017 dall’irriducibile Lorenzo Canevacci, del quale si sta pianificando la terza edizione. Infine, la ratifica dell’esistenza di un filo che, nell’ottica di quello spirito collaborativo che per fortuna continua, unisce un bel po’ di superstiti degli anni ’80 ai loro fratelli minori affacciatisi alla ribalta in seguito.
Il patchwork composto dalle quattordici tracce del disco, quasi tutte in esclusiva, è – come dire? – “democratico”: punk, garage, glam e altre forme di r’n’r “ruvido e cazzuto” trovano in questi solchi felice e feroce rappresentanza, i ragazzi più giovani sono accanto ai ragazzi più attempati che però ragazzi rimangono, le band con poca storia alle spalle sfilano assieme ai veterani che vantano una lunga teoria di concerti e produzioni, i testi in inglese e in italiano convivono senza attriti. Tutto molto appassionato, molto genuino e molto bello, come da consolidata tradizione del rock cresciuto all’ombra del Colosseo, in piena armonia e senza ricerche spasmodiche di quella visibilità ad ogni costo che è la vera droga del mondo odierno. Difficilmente l’invito a scuotere queste (cazzo di) rovine avrebbe potuto essere sostenuto in modo più dirompente.

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