Oltre le stelle (6)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
GODSPEED YOU BLACK EMPEROR!
Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven
* *
Padronissimi di sbeffeggiarmi, ma sono tra quelli che ritengono molto di ciò che oggi viene definito post-rock come una specie di interpretazione in chiave attuale del famigerato progressive dei ‘70: una musica, cioè, che nega la classica canzone da tre minuti (pop, punk o quant’altro) a favore di strutture ardite e spesso autocompiacenti cui la frequente assenza della voce sottrae ulteriore potabilità. Portabandiera tra i più autorevoli di tale approccio moderatamente sperimentale, moderatamente melodico e moderatamente psichedelico, i Godspeed You Black Emperor! – che di certi progster sembrano possedere la saccenza e lo snobismo – non riescono a sorprendermi né ad esaltarmi; due stelle, comunque, in segno di omaggio alla loro indubbia bravura e perchè a tratti ricordano la splendida scena “trance” fiorita in quel di Los Angeles a metà anni ‘80 che ebbe come punte di diamante band splendide quali Savage Republic, Party Boys, Drowning Pool, 17 Pygmies, Red Temple Spirits e Shiva Burlesque.
(da Il Mucchio Selvaggio n.435 del 27 marzo 2001)

SONGS: OHIA
Ghost Tropic
* * *
Personalmente, ritengo che solo i minerali e (forse) i vegetali possano non apprezzare il blues dell’anima di Jason Molina: i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori che ci hanno scritto lamentandosi in modo anche assai poco urbano della presunta pallosità di Ghost Tropic. Che dire? Che i gusti sono gusti, e che se esiste gente che trova tediosi persino Marvin Gaye e Robert Johnson – ci sono, credetemi: parlo per esperienza diretta – si può benissimo accettare che la musica dei Songs: Ohia non riscuota i consensi plebiscitari che senza dubbio raccoglierebbe se vivessimo in un mondo perfetto. Però, scusate l’insistenza, Ghost Tropic continua a sembrarmi intensissimo, emozionante ed incredibilmente espressivo; e di notte, con gli occhi chiusi e la cuffia in testa, adoro sempre più immergermi nelle sue atmosfere meravigliosamente narcotiche. Compiangendo sinceramente i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori di cui sopra.
(da Il Mucchio Selvaggio n.436 del 3 aprile 2001)

COUSTEAU
Cousteau
* *
Non so che farci, ma a me certo pop raffinato e d’atmosfera non è mai andato giù: negli anni ‘80, tanto per esser chiari, ero tra quelli che avrebbero cancellato dalla faccia della Terra band come Prefab Sprout o Scritti Politti, che pure riscuotevano notevoli consensi anche in ambito alternative. Sarà che nel frattempo di acqua sotto i ponti, sia limpida che putrida, ne è passata parecchia, ma i Cousteau mi hanno da subito impressionato favorevolmente, anche se non ho problemi ad ammettere che non sono diventati – né mai lo diventeranno, credo – uno dei miei gruppi preferiti: troppo morbidi e sofisticati per colpirmi davvero al cuore, soprattutto a causa di un bel canto formalmente impeccabile ma abbastanza scolastico. Meglio, non c’è dubbio, alcune trame strumentali spesso assai suggestive, ma più di due stelle, scusate, proprio non mi escono.
(da Il Mucchio Selvaggio n.437 del 10 aprile 2001)

GEOFF FARINA
Reverse Eclipse
* *
Non ho problemi ad ammettere che, senza la spinta datami dalla recensione del buon Testani, difficilmente avrei approfondito i miei rapporti con Reverse Eclipse: lo avrei con tutta probabilità affidato al lettore CDuna sola volta per conoscenza, sufficiente a farmelo scivolare addosso e a farmelo archiviare al fianco di qualche altro migliaio di buoni album da non riascoltare. Dedicandogli un pizzico di tempo in più ho invece scoperto un disco di gran pregio, le cui atmosfere folk-jazz sanno – a dispetto delle trame assai diradate e della delicatezza tanto strumentale quanto canora – come conquistare attenzione; e persino, nel caso di anime in sintonia con questi suoni non privi di un retrogusto anni ‘70 (sarò folle, ma vi ho trovato qualcosa di Joni Mitchell o del primo Jackson Browne), affascinare. Non un artista per tutti i palati, quindi (senza la predisposizione di cui sopra, Farina può infatti risultare parecchio palloso), ma di sicuro un artista. Non mi sembra poi tanto poco.
(da Il Mucchio Selvaggio n.438 del 17 aprile 2001)

KINGS OF CONVENIENCE
Quiet Is The New Loud
* *
Non so perchè, ma prima di averli ascoltati ero fermamente convinto che i Kings Of Convenience fossero una fregatura. Sbagliavo, perchè Quiet Is The New Loud si è invece rivelato disco godibile e dotato di un suo particolare carisma, concentrato com’è su una scrittura lontana da ogni sensazionalismo e giocata sugli arpeggi di chitarra acustica e sulla delicatezza della voce. Proprio le sue qualità primarie possono essere viste, però, come un limite: le strutture musicali si rivelano infatti, a parte un paio di felici digressioni, abbastanza ripetitive, e la voce sussurrata ed eterea denota un’eccessiva carenza di sfumature. Un buon album d’atmosfera, non c’è dubbio, ma a parere di chi scrive alla lunga un po’ tedioso: ottimo, quindi, come sottofondo di accompagnamento ad altre attività, ma da prendere a piccole dosi volendogli concedere la piena attenzione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.439 del 24 aprile 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.

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Categorie: Oltre le stelle | 2 commenti

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2 pensieri su “Oltre le stelle (6)

  1. Alfonso

    Io invece penso che spesso queste recensioni ti facciano fare un figurone: in alcune occasioni avevi avuto il coraggio di esprimere dubbi e scarso entusiasmo per qualche fenomeno del momento che tutti allora incensavano per conformismo, e a distanza di 15, 20 anni certi nomi sono stati fortemente ridimensionati, quando non messi da parte con imbarazzo. Chapeau.

    • In parte è così, in parte ho anche scritto qualcosa che con il senno di poi avrei scritto più o meno diverso. Però va benissimo, mi capita di non trovarmi d’accordo con vecchie versioni di me stesso, perché solo i cretini non cambiano mai idea.

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