Erode

Mi capita abbastanza spesso di imbattermi per puro caso in recensioni scritte anche decenni prima e totalmente rimosse dalla memoria; più che comprensibile, specie quando – come qui – si parla di una band che ha pubblicato un solo album. Però, se il livello dell’album è questo, condividere certi pensieri diventa un dovere morale; lo feci all’epoca, quasi ventidue anni fa, diffondendoli tramite due riviste dovere, e lo rifaccio oggi qui sul blog.

Tempo che non ritorna
(Gridalo Forte)
Gli Erode, purtroppo, si sono sciolti, seppur gridando forte la loro rabbia e la loro voglia di reazione costruttiva. A mo’ di testamento spirituale ci hanno lasciato un album di straordinaria forza, che attraverso suoni e parole affilati come lame e pesanti come macigni rinnova il mito di un punk inteso come strumento di lotta sociale e di risveglio delle coscienze; un punk che sotto il profilo musicale si ispira all’hardcore più o meno melodico dei primi anni ‘80 – dalla California dei Bad Religion all’Inghilterra di 4 Skins e Infa Riot – ma che nonostante la sua impronta tradizionalista si rivela maledettamente attuale e sovversivo.
Compatte e travolgenti, le quattordici canzoni del gruppo lombardo stordiscono con il loro impeto e impressionano con l’equilibrio delle loro trame, riuscendo oltretutto a farci (quasi) credere che – a dispetto del tempo che non ritorna – ci sia ancora spazio per certe vecchie utopie. Agli Erode, un grazie anche per questo, e non solo per averci regalato uno dei più bei dischi di punk italiano di sempre.
(da Rumore n.66/67 del luglio/agosto 1997

Al di là di qualche leggerissima imperfezione in termine di resa sonora, peraltro irrilevante ai fini dell’impatto, uno dei più bei dischi di punk in italiano che abbia mai ascoltato (e, che ci crediate o meno, sul mio giradischi e/o lettore CD ne sono passati davvero tanti). Una raccolta di canzoni compatte, aggressive, travolgenti e intrise di passione barricadera, tutte o quasi dotate del carisma dell’inno, che si sviluppano in convulsi intrecci ritmici e chitarristici sui quali si elevano voci e cori di entusiasmante potenza; e un monumento ad un hardcore che sembra affondare le sue radici nei Bad Religion e nella miglior scena inglese dei primi anni ‘80 – 4 Skins, Infa-Riot e assortiti gruppi No Future in versione irrobustita – ma che possiede una carica rabbiosa, una vivacità ed una freschezza che non hanno davvero il sapore dell’archeologia. Il degno seguito, insomma, ai due già ottimi singoli precedentemente pubblicati dall’ensemble lombardo, per un urlo di esaltazione soffocato solo dal dispiacere per la recentissima decisione di interrompere l’attività. Doveroso sperare in un ripensamento.
(da Il Mucchio Selvaggio n.259 del 27 maggio 1997)

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Erode

  1. Che mi hai fatto ricordare! Mi capitò sotto mano la cassetta ad un raduno Oi! al centro sociale Etna3 di Cervia. Ricordo di esserci andato in motorino durante una notte d’inverno particolarmente piovosa.
    Spero di riuscire a trovarne qualche traccia sul web, mi piacerebbe riascoltarlo di nuovo!

    (Ciao Fede!)

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