“Rock Roads” 86 + 87

Scrivo una cosa che inorridirà molti e che probabilmente mi farà sembrare ancor più vecchio di quello che sono, ma chi se ne importa: aborro i festival musicali, li odio proprio. Meglio: aborro i festival “moderni”, quelli con decine e decine di nomi in cartellone nei quali più artisti suonano contemporaneamente su più palchi. Posso capire che altri ci si divertano, affari loro, ma a me questa ennesima corsa al “di più di più di più” (che per certi versi significa “meno meno meno”), queste maxi orge dell’intrattenimento, stanno mostruosamente sulle palle. Soffrivo già a cosette da nulla come i gloriosi “Independent Days” di Bologna, quando mi trovavo costretto a scegliere solo tra palco grande e palco piccolo, figuriamoci con ulteriori stage. Per me (che sono vecchio, OK, lo so) i festival giusti sono quelli old style, senza alternative in parallelo, dove su un unico, grande palco sfilano band e solisti dal pomeriggio fino alla notte; quelli dove posso stendermi su un prato e godermi lo spettacolo senza bisogno di un programma da consultare ossessivamente per non rischiare di perdere lo show di tizio o di caio, show che di solito non è nemmeno quello standard bensì quello ridotto da, appunto, festival moderno.
Il pippone colossale che avete appena finito di leggere è quanto di meglio sono stato in grado di escogitare per introdurre questo post, in cui ho recuperato le recensioni delle due edizioni di un festival vecchia maniera – la prima non priva di pecche, la seconda notevole – che si svolsero oltre trent’anni fa nella ridente Giulianova. Godetevi pure il Primavera Sound, io mi tengo stretto il ricordo dei “Rock Roads”.

Rock Roads 86
La provincia italiana è sempre più alla riscossa, nel tentativo di strappare alle grandi città il monopolio del rock o, almeno, per ovviare parzialmente al problema del decentramento culturale che da sempre la attanaglia. Negli ultimi mesi si è assistito a un’autentica proliferazione di rassegne e manifestazioni musicali organizzate in piccole località abitualmente fuori dal giro, con conseguente catalizzazione dell’interesse del pubblico provinciale per situazioni nuove e potenzialmente soggette a interessanti sviluppi. Una rassegna senza dubbio meritevole di menzione è stata “Rock Roads 86”, nata da una fattiva collaborazione fra l’ARCI Teramo e il Comune di Giulianova e tenutasi nella cittadina balneare abruzzese nel week-end 1-2-3 agosto. Concepita con intelligenza e attuata con lodevole professionismo, “Rock Roads 86” intendeva essenzialmente richiamare l’attenzione di pubblico e media sull’attuale status del nuovo rock nazionale, cogliendo l’occasione per offrire a band del centro-sud la possibilità di esibirsi davanti alla ampia platea teoricamente richiamata da nomi di spicco italiani ed esteri.
Nella serata di apertura, gratuita, gli spettatori sono intervenuti numerosi, affollando la vasta area del Parco ex Ospizio Marino e assistendo con apparente soddisfazione ai concerti dei reatini Future Memories, dei pescaresi A Special Night e Dirty Kids (questi ultimi molto apprezzati), tutti artefici di proposte sonore piacevoli nonostante la loro dipendenza da modelli stranieri (ma questo, in ogni modo, è il solito handicap che impedisce alla nostra musica giovane di decollare) e dei soliti, imbattibili Denovo. La seconda giornata. a pagamento, era stata preceduta da un convegno/dibattito sulla situazione rock nostrana, nel quale giornalisti di settore (Stefano Pistolini, Ernesto Assante, Teresa De Santis, Luca De Gennaro. Stefano Bonagura e il sottoscritto) hanno intrattenuto loro stessi e i presenti (non numerosi ma attentissimi) con lunghe dissertazioni sul rock italiano che continua a rimanere ai margini. constatando gli innegabili miglioramenti della situazione generale e concludendo con un unanime e retorico augurio al futuro del “movimento”. Dopo, si è avuta l’occasione di ammirare on stage Le Bateau Ivre di Teramo e i bravissimi Violent Eves di Rimini, che hanno scaldato l’audience per l’attesa esibizione del sempreverde Johnny Thunders, presentatosi con una formazione granitica comprendente anche l’altro ex New York Dolls Jerry Nolan e l’ex Sex Pistols Glen Matlock; il concerto si è svolto all’insegna del revival del ’77 – in un crescendo di potenza. dinamismo e visceralità di chiaro stampo punk, con un Thunders per fortuna non “sconvolto” come in altre circostanze. Per il gran finale del 3 agosto, invece, si sono avvicendati sul palco i romani Kim Squad and the Dinah Shore Headbangers, indomiti artefici di un garage rock aggressivo e anticonvenzionale, i compatti Go! Flamingo, ferraresi, già da tempo nel novero delle piu promettenti band italiche, il poeta britannico John Cooper Clarke, interprete di un brevissimo set a base di allucihati monologhi e i londinesi Breathless (che hanno sostituito all’ultimo momento il dimissionario Robyn Hitchcock) che si sono cimentati in uno spettacolo intenso e suggestivo, con sonorità post-punk mescolate ad atmosfere di sapore psichedelico. Infine, fuori programma, il ritorno di Johnny Thunders per alcuni brani, davanti all’esiguo pubblico intervenuto. Proprio la scarsa affluenza di spettatori nelle due serate a pagamento è stata l’unica nota negativa di una manifestazione valida sotto il profilo artistico e ben strutturata sotto quello organizzativo, della quale si devono necessariamente ringraziare gli enti promotori e gli artisti che vi hanno aderito con entusiasmo. L’appuntamento resta perciò fissato all’estate 1987 per una nuova edizione che, ci si augura, incontrerà consensi ancora maggiori.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.105 dell’ottobre 1986

Rock Roads 87
Dopo l’esperienza-pilota dello scorso anno, e con la ferma intenzione di farne l’appuntamento più significativo e interessante dell’estate rock italiana, il Comune di Giulianova ha varato dal 7 al1’11 luglio la seconda edizione di “Rock Roads”, festival internazionale di musica e cultura rock che già nel 1986, seppure in versione pionieristìca, aveva ottenuto discreti consensi. Grazie anche al patrocinio del quotidiano «Il Centro», all’appoggio dell’ARCI e dei C.S.C. locali e soprattutto alla sponsorizzazione della Tavarner, “Rock Roads” numero due ha surclassato il suo predecessore, offrendo al pubblico abruzzese e non la possibilità di assistere al concentrato di esibizioni dal vivo più ricco mai visto nel nostro paese. Sul palco appositamente allestito in un’area all’aperto sul Lungomare Zara, molti degli artisti da noi più amati hanno potuto dar vita a esaltanti performance, premiando con la potenza espressiva e il feeling della loro musica sia lo sforzo organizzativo che i disagi e le spese ai quali molti si sono sottoposti pur di non mancare all’appuntamento. Particolarmente lodevole è stata la decisione di mantenere molto basso il prezzo del biglietto (l’abbonamento all’intera manifestazione costava appena 25.000 lire). Nel corso della rassegna, baciata dal successo sia per livello artistico che per numero di spettatori, l’unica presenza ostile è stata quella della pioggia, che più volte ha fatto temere per il regolare svolgimento del programma e in un caso (la sfortunata sera del giorno 8) ha danneggiato gli impianti impedendo a due gruppi di dare i loro contributi. Ecco, comunque, la cronistoria.
Martedi 7 luglio. Aprono i Black Maria, band milanese capitanata da quel Gianfranco Grieco che qualcuno ricorderà come leader dei Dirty Actions di Genova, una delle prime formazioni nuovo rock del nostro paese. Da consumato showman quale è, Gianfranco ha tenuto testa alla platea ìmpressionando favorevolmente con le sue doti di istrione e trasformista; per la musica, un rock moderno sufficientemente robusto, c’è ancora bisogno di un po’ di rodaggio (il quintetto era alla sua prima apparizione dal vivo) e forse di una maggiore coerenza sulla direzione da intraprendere. Ottima, in chiusura, un’energica versione di Sympathy For The Devil. Meno grinta, invece, nello show degli australiani Go-Betweens, che hanno nella spontaneità e nella melodia le loro armi migliori. Simpatici intrattenitori, assai abili nelle loro miscele di Lou Reed, Tom Verlaine, “radici” e pop chitarristico ora cristallino e ora più sferzante, Robert Forster e compagni hanno ampiamente dimostrato di meritare la stima e l’affetto dei quali godono presso buona parte della critica. Azzeccatissimo l’inserimento della graziosa violinista/cantante, che ha reso il sound del gruppo ancor più policromo e attraente. Poche note positive, infine, per i riformati Gun Club, che nella nuova line-up presentano grosse lacune tecniche; Jeffrey Lee Pierce ha sempre un notevole carisma, ma il set del complesso si è trascinato abbastanza stancamente, regalando qualche sporadica emozione ma adagiandosi quasi in ogni episodio su un cliché di brutalità senza costrutto e di soluzioni sceniche apparentemente prive di genuinità. Una delusione.
Mercoledì 8 luglio. Serata annullata a causa di un violento nubifragio con annessa tromba d’aria. Kim Squad rimandati al 10, Celibate Rifles e Weather Prophets impossibilitati a restare in quanto impegnati altrove. Peccato.
Giovedi 9 luglio. Inaugura una bravissima Michelle Shocked, cantautrice dalla voce eccezionale e dal sorriso dolcissimo: un set interamente acustico a base di roots, suggestivo nonostante la scarsa compattezza dell’impasto ma penalizzato dall’ambiente non propriamente intimo. Un’artista da piccolo locale, una grande personalità; se in almeno qualche pezzo si facesse accompagnare da una band, le sue doti compositive risulterebbero probabilmente esaltate. È poi il turno degli attesissimi Housemartins, che pur con mezzo impianto e con le luci fisse sono stati impeccabili: pop-rock dinamico e divertentissimo, coinvolgente anche sotto il profilo visivo grazie alle danze sfrenate dei quattro musicisti britannici. Tanti brani dal nuovo album di imminente uscita e in conclusione una Garageland dei Clash suonata con piglio punk e con gli strumentisti che si scambiano reciprocamente i ferri del mestiere. Oltre che con classe, gli Housemartins hanno suonato con vera passione: non a caso avevano promesso che, nell’eventualità che il campo fosse stato inagibile, avrebbero proposto un concerto acustico sotto la veranda del loro hotel.
Venerdì 10 luglio. Kim Squad & The Dìnah Shore Zeekapers (ex Headbangers) aprono le ostilità, dando prova di aver meritato la vittoria al concorso “Indipendenti ‘87” indetto come al solito da “Fare Musica”. Il leader e cantante François è un vero rock’n’roll animal istintivo e imprevedibile e i suoi dotati partner sono ben lieti di assecondarlo con un sound piuttosto vario nelle sue elaborazioni di schemi garage. Nonostante qualche problema tecnico (dovuto stavolta a prove forzatamente frettolose), si tratta di un grande gruppo, che ha ottimamente scaldato gli animi per i Fuzztones nuova edizione, sempre guidati dal selvaggio Rudi Protrudi. A Giulianova il quintetto del New Jersey ha letteralmente spopolato, cimentandosi in perfomance durissime frutto di un riuscito accostamento fra strutture Sixties e soluzioni punk/hard di derivazione Seventies; un concerto travolgente, un’ora di psycho-hardcore granitico e delirante valorizzata anche da un incontenibile frenesia di movimento dei lungocriniti americani, che ha trovato il suo giusto completamento nel successivo show dei Dream Syndicate di Steve Wynn, artefici di un rock psichedelico nel quale rabbia ed atmosfere visionarie e rilassanti si alternano con sorprendente naturalezza. Molti brani nuovi e versioni al fulmicotone di classici immortali quali The Medicine Show, Burn, Tell Me When It’s Over, Boston e John Coltrane Stereo Blues, a degno epilogo della serata più eccitante di “Rock Roads”.
Sabato 11 luglio. Ultimo atto, con uno strepitoso Elliott Murphy in veste quasi solista (con lui c’era solo il fido bassista Ernie Brooks) che ha donato ai suoi estimatori momenti di autentico coinvolgimento emotivo: un canto da brividi e una grande chitarra, qualche manciata di canzoni senza tempo interpretate con sincerità, quasi a far perdonare il passo falso di Milwaukee, suo ultimo LP. Quindi, Phranc, cantautrice californiana dalla voce singolare e dal notevole talento, parzialmente incompresa dal pubblico a dispetto della sua abilità nel tenere lo stage soltanto con una chitarra acustica e un repertorio folkie, e infine i Fleshtones, ancora una volta orfani di Peter Zaremba a causa di un incidente stradale nel quale il frontman è stato coinvolto con conseguenze fortunatamente non gravi poco prima della prevista partenza. È stato il chitarrista Keith Streng a cimentarsi al microfono, facendo del suo meglio ma non raggiungendo i livelli di Peter; i Fleshtones al 50%, volendo essere realistici, ma a risollevare le quotazioni del gruppo e a compensare l’assenza del cantante titolare è giunta una session con Elliott Murphy, Ernie Brooks ed i Fleshtones a improvvisare soprattutto cover, tra le quali Get Off My Cloud e l’immancabile Gloria: una festa del r’n’r assolutamente spontanea, molto sentita dai musicisti e quindi appassionante.
Un bilancio. dunque, indiscutibilmente positivo, che dà ragione al lavoro stressante dell’assessore Franco Arboretti, del direttore artistico Stefano Pistolini e di tutti coloro che più o meno dietro le quinte hanno dato il loro contributo alla realizzazione di “Rock Roads”. A questo punto non appare utopistico pensare a una terza edizione ancor più ambiziosa: il personale consiglio del sottoscritto è di limitare la rassegna a tre sole giornate, da collocare in un week-end, in modo da soddisfare i tanti che non possono assentarsi per troppo tempo da casa o dal lavoro; inoltre, sarebbe auspicabile la sistemazione al coperto del palcoscenico, per evitare che le intemperanze dell’Eterno possano vanificare gli sforzi dell’organizzazione. Per la prima volta, perlomeno a memoria del vostro cronista, l’Italia ha dimostrato di essere in grado di ospitare un festival rock all’altezza di quelli stranieri, e sarebbe davvero un delitto se una simile iniziativa venisse in futuro a mancare; per la vostra soddisfazione e per il bene della nostra musica, cercate di essere presenti a Giulianova nel 1988: i progetti, potete credermi, vanno al di là delle più rosee aspettative.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.116 del settembre 1986

Piccola postilla. Nel 1988 il terzo “Rock Roads” non ebbe il roboante cartellone auspicato, ma andò comunque più che bene: suonarono Martin Stephenson & The Daintees, Wedding Present, Woodentops, Primal Scream e Weather Prophets, più alcune band italiane, fu una “tre giorni” (dal 22 al 24 luglio) e il palco era coperto. Mancavo io, e a ripensarci un po’ mi girano.

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Categorie: recensioni live | Lascia un commento

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