Radiodervish (2002-2018)

Per la prima volta in cinque anni è mezzo è capitato che una mia recensione per Blow Up sia rimasta fuori dal giornale per due mesi di fila, e risalendo il disco all’inizio dell’estate direi che non è il caso di pubblicarla più avanti. Dato che dei Radiodervish non avevo finora (ri)proposto nulla, mi pare allora sensato recuperarla qui sul blog, assieme alle altre due sulla band barese che avevo scritto sul Mucchio ormai un bel po’ di anni fa.

Centro del mundo
(Il Manifesto)
Il disco qui preso vanta il marchio de Il Manifesto, a garanzia di un impegno che non è solo artistico ma anche sociale e/o politico, e l’indole alla rivisitazione in chiave personale e (più o meno) moderna di sonorità di area etno-folk. Nel caso di Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, noti collettivamente come Radiodervish, le “radici” sono quelle della cultura araba e mediterranea, metabolizzate e interpretate alla luce di una creatività dove la ricerca di atmosfere esotiche non punta a suscitare superficiale stupore ma è invece parte integrante di un processo intimo, legato a filo doppio alla spiritualità ma non per questo disgiunto dalle cose terrene.
Come già nel precedente Lingua contro lingua del 1998, nel nuovo Centro del mundo i brani del gruppo italo-palestinese sono costruiti su trame sostanzialmente acustiche, seppure sottoposte a trattamenti elettronici – in cabina di regia, assieme a Mauro Andreolli, siede Roberto Vernetti – che le valorizzano al meglio senza snaturarle né appesantirle; strumenti classici come pianoforte, viola, violoncello e violini, e tradizionali come il bouzouki, la fisarmonica e l’organetto diatonico, interagiscono così con tastiere (suonate da Alessandro Pipino, che della formazione è il terzo compositore/arrangiatore), basso, batteria e chitarra elettrica (affidata in tre episodi dall’ex CCCP e C.S.I. Massimo Zamboni) in un abbraccio sempre avvolgente alla cui morbidezza contribuisce in modo determinante la voce mesmerica ed evocativa di Salameh. In totale dodici tracce, due delle quali proposte in due versioni (le seconde, definite “pop”, sono caratterizzate da una decisa accentuazione dell’elemento ritmico), perfette nell’esaltare eleganza, fascino e spessore emotivo di una formula che – al di là di qualche minima assonanza con il Battiato più misticheggiante – è oltretutto squisitamente originale anche grazie a liriche in italiano, arabo, inglese, francese e spagnolo. A completare il quadro, una confezione ricchissima e un secondo CD (intitolato Acustico) con otto riletture unplugged di cavalli di battaglia dei Radiodervish e della band di provenienza di Salameh e Lobaccaro, gli Al Darawish.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.504 dell’8 ottobre 2002

Amara terra mia
(RadioFandango)
Oltre che un riassunto, atipico in quanto registrato in massima parte dal vivo e arricchito da materiale inedito, di una carriera decennale (senza contare i prodromi come Al Darawish), Amara terra mia vorrebbe essere una specie di ripartenza: una solida base dalla quale avviare una nuova fase di attività che si auspica segnata soprattutto da una maggiore stabilità discografica, l’unico elemento finora precario in un percorso cui non sono mancati riscontri di addetti ai lavori e pubblico.
Dedita a una particolarissima canzone d’autore sospesa tra pop, impegno sociale e misticismo, dove il Mediterraneo è il terreno d’incontro tra Oriente e Occidente, la compagine multietnica di Nabil Salameh (voce), Michele Lobaccaro (corde) e Alessandro Pipino (tastiere) accosta in questo ambizioso progetto costituito da un CD e un DVD elementi diversi ma in fondo “complementari”: le suggestive, eteree riletture, con inserti in arabo, della title track e di Tu si na cosa grande, dal songbook di Domenico Modugno; ampi stralci audio e (in misura minore) anche video dell’omonimo spettacolo teatrale (sottotitolo: Essere umani in costante movimento), dove una decina di canzoni della band sono legate assieme dalle magnetiche interpretazioni recitative di Giuseppe Battiston; il videoclip della stessa Amara terra mia, girato nel Salento con la regia di Franco Battiato. Un mondo di note, parole, aromi e colori che gira sospinto dall’amore e dal rispetto per il prossimo, per gli incontri (e non scontri) di culture diverse ma evidentemente non inconciliabili, per la bellezza in ogni sua forma. Un’utopia? Brani aggraziati e avvolgenti come Spirits, Ti protegge, Del bene del male, L’esigenza o Centro del mundo, nei quali carnalità e trascendenza trovano un magico equilibrio, dimostrano che non è necessariamente così, e gli applausi della platea rimarcano come meglio non si potrebbe il concetto. Un’opera d’atmosfera, magari di fruizione non sempre immediata, ma che riesce nel miracolo di far credere nell’eventualità che questo disastrato pianeta possa avere un futuro migliore.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.629 del dicembre 2006

Il Sangre e il Sal
(Cosmasola)
A vent’anni dal primo album come Radiodervish e addirittura a trenta dall’avvio del loro sodalizio dietro la sigla Al Darawish, Nabil Salameh e Michele Lobaccaro sono più che mai un’istituzione della musica italiana ispirata dal folk del bacino del Mediterraneo, e la loro ormai consolidata ricetta non conosce per fortuna momenti di stanca. Suddiviso tra canzoni vere e proprie e (più) brevi episodi strumentali che non spezzano la bella tensione emotiva e, anzi, risultano utilissimi a conferire all’insieme varietà e respiro, Il Sangre e il Sal si inserisce brillantemente nella ricca produzione dell’ensemble barese, rinnovando il fascino di una proposta suggestiva/evocativa in cui il sound non cade in esotismi da cartolina e i testi affrontano temi di peso senza scivolare nel banale. Nel loro ambito, i Radiodervish sono una garanzia: come sempre lievi e profondi, raffinati ma non leziosi, a loro modo “sperimentali” e allo stesso tempo abili ad assecondare una vena che si potrebbe quasi definire “pop”.

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