Rock (non in) italiano

Dopo quelle relative al Rock (in) italiano 1955-2000 e 2001-2010, rispettivamente di 100 e 50 titoli, mancava da recuperare solo una delle liste apparse sul Mucchio Extra di album rock fondamentali realizzati nel paese che sembra una scarpa: questa, uscita nel n.38 dell’estate 2012, con 50 album del periodo 1980-2010 cantati (del tutto o in prevalenza) in una lingua diversa dall’italiano e in qualche caso non cantati affatto. Mi assumo ogni responsabilità della scelta e ricordo che i titoli sono stati divisi in tre categorie di importanza – “i primi dieci” sono irrinunciabili, “gli altri quindici” essenziali, “gli ultimi venticinque” comunque di grande rilevanza/bellezza – e che prima di inviare commenti poco sensati sarebbe il caso di leggere introduzione e istruzioni per l’uso.
Introduzione
Nei suoi undici anni e mezzo di storia, questa è la terza volta che Extra dedica uno dei suoi ormai famosi elenchi di album fondamentali al rock nazionale. La prima fu nel lontanissimo n.8, con i “100” cantati in italiano dagli albori al 2000, e la seconda nello scorso numero, con i “50” (ancora nella lingua di Dante) del periodo 2001-2010. Per chiudere il discorso, quindi, mancava solo una lista che prendesse in esame quanto accaduto dalle nostre parti nell’ambito del rock – termine da intendere, come sempre, in un’accezione ampia ed elastica – corredato da testi in inglese, o anche (in massima parte) strumentale. Probabilmente qualcuno penserà che stiamo raschiando il fondo del barile e che l’argomento non meritava un simile risalto, ma concedeteci di vederla in altro modo: benché questo rock abbia avuto in parecchie circostanze rilevanza assai relativa anche all’interno dei patri confini, la sua qualità – almeno per quanto concerne gli artisti qui selezionati e qualche altra decina che abbiamo dovuto dolorosamente omettere – è tutt’altro che trascurabile. Senza dimenticare che alcuni di essi (nemmeno tanto pochi, a ben vedere…) sono riusciti ad affacciarsi all’estero con discreti consensi di culto e in una manciata di casi persino di massa, a conferma della teoria che, in contesti “di nicchia” e nonostante le difficoltà legate all’operare alla periferia dell’Impero, possiamo giocarcela ad armi (più o meno) pari con chiunque. Certo, il pur ricco panorama alternative autoctono non ha mai generato gruppi o solisti in grado di ottenere un successo autentico e duraturo a livello planetario, analogo per dimensioni a quello di – per citare altri “provinciali” – Kraftwerk, Mano Negra/Manu Chao, Sigur Rós, dEUS o Motorpsycho (e non si tirino in ballo gli Eiffel 65, che al di là dello spessore discutibile sono stati solo una pur luminosa meteora), ma di ciò bisogna incolpare i soliti preconcetti degli anglo-americani verso il nostro rock e il ruolo più che secondario dell’Italia nella scacchiera del music-business mondiale, con conseguente, scarso peso delle nostre etichette e agenzie di promozione. I “numeri” del nostro mercato, per dischi e concerti, sono così poco significativi che già si incontrano seri problemi di “importazione”, perché molti si interrogano se valga la pena di darsi da fare per ottenere risultati che hanno ottime probabilità di rivelarsi risibili… figuriamoci quanto possiamo venire calcolati nel momento in cui proviamo a esportare.
Chiarito che il tema era interessante, restava solo da stabilirne il raggio d’azione, da delimitare il lasso temporale su cui focalizzarci… e dato che negli anni ‘50 e ‘60, per il pop/rock tricolore, l’inglese era una specie di idioma alieno, e che nei Settanta era usato in modo assai limitato, la selezione dei “50” è stata effettuata negli abbondanti tre decenni che vanno dal 1980 – che potremmo definire come l’Anno Zero del “nuovo rock”, quello nato sulla scia del punk e della new wave – fino a oggi. Un periodo decisamente lungo in cui l’inglese ha goduto di fortune alterne, ora preferito a causa della maggiore adattabilità alle strutture musicali (e, va detto, perché permette di nascondere con più facilità le eventuali carenze poetiche/contenutistiche dei testi), ora non preso in considerazione – o accantonato dopo un po’: accade piuttosto di frequente – a vantaggio di una comunicazione più chiara e immediata. Addirittura ci sono stati momenti in cui le due “scuole di pensiero” erano in aperto conflitto, con relative schiere contrapposte di sostenitori e detrattori che accusavano di resa al demone del “commerciale” o di mistificazioni da poseur. Analizzando un po’ la storia, per buona parte degli anni ‘80 gli artisti rock consacrati all’inglese hanno sopravanzato nel numero quelli dediti all’italiano. Con la sola eccezione dei Krisma nessuno di loro è riuscito ad alzare la testa fuori dal circuito underground, in patria così come altrove, ma alcuni hanno almeno raccolto concreti riscontri su scala extranazionale in settori specifici: Raw Power e Cheetah Chrome Motherfuckers nell’hardcore, Pankow e Kirlian Camera nel post-punk, Sick Rose e Not Moving nel multiforme panorama neo-Sixties. Scenario un po’ diverso nel decennio seguente, con la superiorità quantitativa di un rock in italiano capace di imporsi anche nelle classifiche ufficiali e un ricco panorama sotterraneo di anglofili occasionalmente saliti alla ribalta al di là delle Alpi e/o dell’Atlantico: il caso più eclatante è quello degli Uzeda, noisers catanesi invitati da John Peel negli studi della BBC e messi sotto contratto dalla Touch & Go di Chicago. Situazione simile nell’ultima dozzina d’anni, benché con la sostanziale differenza che il vertiginoso aumento delle proposte e i vantaggi nell’instaurare e mantenere contatti offerti da Internet hanno moltiplicato le opportunità di pubblicare dischi e suonare dal vivo in tutto il mondo (o quasi): più che eloquenti gli accordi siglati con etichette straniere non proprio di secondo piano da band come Linea 77 (Earache), Jennifer Gentle (Sup Pop), Zu (Ipecac), Larsen (Young God), A Classic Education (Lefse), Ufomammut (Neurot), Port Royal (Resonant), Calibro 35 (Nublu), My Cat Is An Alien (Ecstatic Peace, Atavistic) e Lacuna Coil (Century Media). Un’esclation mai verificatasi in precedenza (e questa è solo la punta dell’iceberg!) che ha avuto tra i suoi più graditi, clamorosi effetti collaterali la copertina concessa dal mensile britannico The Wire ai My Cat Is An Alien o il successo di vendite, negli Stati Uniti e non solo, dei Lacuna Coil; le collaborazioni di musicisti stranieri e label europee e americane con i talenti di casa nostra, comunque, sono ormai all’ordine del giorno e non stupiscono più. Stupiscono sempre, invece, gli ostacoli incontrati in Italia da chi sceglie l’inglese: si pensi a Elisa, praticamente costretta a “convertirsi” nonostante la positiva risposta del mercato autoctono ai suoi primi album, o ai bravissimi …A Toys Orchestra, la cui pur buona visibilità non rende (ancora?) giustizia al loro notevole valore.
Non resta molto altro da aggiungere, tranne che se avessimo deciso di partire dai ‘70 e non dal 1980 saremmo stati piacevolmente costretti a inserire (ma non chiedeteci al posto di chi…) An Escape From A Box dei Circus 2000 (Ri-fi, 1972), What Me Worry? degli Electric Frankenstein (Cramps, 1975), Suàn di Armando Piazza (Black Beautiful Butterfly, 1972), Profondo rosso dei Goblin (Cinevox, 1975) e The Trip dei Trip (RCA, 1970), mentre se non avessimo escluso a prescindere i mini-LP – formato parecchio popolare negli anni ‘80 – ci saremmo dovuti impegnare per trovar posto almeno a Lazare dei Minox (Lacerba, 1986), Ash Grove Primroses dei Leanan Sidhe (Spittle, 1986), On The Other Side Of The Tracks (High Rise, 1990), l’omonimo dei Peter Sellers & The Hollywood Party (Toast, 1987) e No Given Path dei Weimar Gesang (Supporti Fonografici, 1986); e infine, se avessimo contemplato i dischi con più titolari, non avremmo potuto non infilare in qualche modo The Great Complotto – Pordenone (Italian, 1981). Comportandoci come invece abbiamo fatto ci siamo risparmiati un sacco di rogne, ma non per questo confidiamo di aver scongiurato il pericolo di ricevere le abituali critiche per questa o quell’assenza. Serenamente, le attendiamo.

Istruzioni per l’uso
Alla trentottesima lista di album a nostro avviso fondamentali potrebbe magari non esserci più bisogno delle “istruzioni per l’uso” generiche, ma dato che c’è sempre il rischio – meglio: la speranza – che per qualcuno questo sia il primo Extra in assoluto, eccoci a spiegare che i cinquanta dischi commentati nelle prossime pagine, suddivisi in tre settori/fasce di importanza decrescente, vorrebbero fungere da (ampia) introduzione a uno specifico ambito musicale: nel caso in oggetto, il rock italiano non cantato in italiano o prevalentemente strumentale. Tutti i dischi scelti sono stati pubblicati dal 1980 in poi (il perché non ci sia nulla di più vecchio è illustrato nell’articolo introduttivo) e tutti rientrano in un concetto piuttosto ampio di “rock” che esclude tanto il pop e la dance più disimpegnati quanto le cosiddette radici (folk, blues, country…), il metal, il progressive e le avanguardie più estreme; una selezione forse più limitata del solito in termini stilistici ma che certo non difetta di eclettismo. Organizzarla non è stato semplice ma alla fine riteniamo di aver fatto un buon lavoro, privilegiando in linea di massima gli artisti ormai storicizzati e/o con alle spalle una lunga carriera e lasciando fuori quelli, pur promettenti, saliti al proscenio solo da poco. Fatti salvi i nomi imprescindibili per qualità e notorietà, come di consueto si è cercato di concedere spazio al maggior numero di tendenze possibile: anche per questo motivo non sono state concesse deroghe al principio “un solo album per ciascuna band o solista”. Specifichiamo inoltre che non abbiamo preso in considerazione live, album disponibili solo in download, antologie e compilation.
Inevitabilmente, qualcuno osserverà che alcuni dei titoli qui presentati contengono anche brani in italiano, ma essi costituiscono evidentemente più o meno sporadiche eccezioni in repertori indirizzati in altro modo; per par condicio, quindi, abbiamo voluto omettere le pur valide prove in inglese di Carmen Consoli o Cristina Donà, mentre per quanto riguarda gli Afterhours abbiamo preferito il During Christine’s Sleep realizzato quando Manuel Agnelli e compagni adottavano soltanto testi in inglese al Ballad For Little Hyaenas che nella loro recente produzione è null’altro che una bella anomalia. Spiace, infine, avere cassato gente di spessore quali Cut, Mojomatics, Intellectuals, Fabrizio Cammarata & The Second Grace, Sleeves, Extrema, Kim Squad & Dinah Shore Zeekapers, Three Second Kiss, Knot Toulose, Technogod, The Niro, Father Murphy, Franlin Delano e tanti altri, ma non c’erano alternative: avevamo solo cinquanta caselle da riempire e l’aritmetica, purtroppo, non brilla per flessibilità.

I primi 10
Boohoos – Moonshiner
Calibro 35 – Ritornano quelli di…
Gaznevada – Sick Soundtrack
Giardini di Mirò – Dividing Opionions
Julie’s Haircut – After Dark My Sweet
Not Moving – Sinnermen
Pankow – Freiheit für die Sklaven
Sick Rose – Faces
Uzeda – Different Section Wires
Zu – Carboniferous

Gli altri 15
Allison Run – God Was Completely Deaf
Beatrice Antolini – A due
…A Toys Orchestra – Technicolor Dreams
Carnival Of Fools – Towards The Lighted Town
Gang – Barricada Rumble Beat
Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo – Disconoir
Jennifer Gentle – Valende
Samuel Katarro – The Halfduck Mystery
Kirlian Camera – Pictures Of Eternity
Krisma – Cathode Mamma
Neon – Rituals
Raw Power – Screams From The Gutter
Rocking Chairs – Freedom Rain
Steeplejack – Pow Wow
Yuppie Flu – Days Before The Day

Gli ultimi 25
A Classic Education – Call It Blazing
Afterhours – During Christine’s Sleep
Aucan – Black Rainbow
Bingo – Close Up
Birdmen Of Alkatraz – From The Birdcage
Brutopop – La teoria del frigo vuoto
Casino Royale – Jungle Jubilee
Cheap Wine – Crime Stories
Cheetah Chrome Motherfuckers – Into The Void
Confusional Quartet – Confusional Quartet
Disco Drive – Things To Do Today
Elisa – Asile’s World
Eversor – September
Fasten Belt – No Escape From Acid Hysteria
Guano Padano – 2
Howth Castle – Rust Of Keys
Lacuna Coil – Comalies
Larsen – Rever
Linea 77 – Ketchup Suicide
Magic Potion – Misplaced In Your Perfect World
My Cat Is An Alien – Mort aux vaches
One Dimensional Man – You Kill Me
Port Royal – Afraid To Dance
Ufomammut – Idolum
Zen Circus – Villa Inferno

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3 pensieri su “Rock (non in) italiano

  1. Ciao Federico, The Birdmen Of Alkatraz – From The Birdcage a distanza di quasi 30 anni cresce ancora ad ogni ascolto. Chi è interessato ad un buon vinyl rip lo può trovare in rete su un blog brasiliano :-).

    Wilma e Ugo aka rawkin’ dog

  2. Luca Paisiello

    Gran bella lista, e qui c’è a sguazzare per giorni per chi volesse ascoltare qualcosa di “nuovo” sebbene si tratti di roba vecchia ma di gran pregio. Come in quella 2001-2010 in cui devo ancora recuperare qualcosa. Federico è un po’ come quel fratellone che ti iniziava all’ascolto, non puoi non volergli bene 🙂

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